Il distretto dei vini beneventani affila le armi per dare al territorio un’altra eccellenza. E dopo l’Aglianico del Taburno (2011) anche il suo prodotto più rappresentativo tra i vini bianchi, la Falanghina del Sannio, si appresta a iniziare il percorso verso l’ottenimento della Docg, la denominazione d’origine controllata e garantita, massimo grado della piramide qualitativa nel sistema italiano. A spingere in questo senso sono i produttori, riuniti nel Consorzio di tutela vini Sannio (10mila ettari e cento aziende imbottigliatrici), tra cui una delle cantine cooperative più blasonate come La Guardiense, realtà da 1.500 ettari, un migliaio di soci e un fatturato da 20 milioni di euro, fresca di riconoscimento speciale come Cantina Cooperativa dell’Anno da parte della Guida Vini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, che da sola copre circa il 35% della produzione di Falanghina campana.
Entro fine anno l’ente di tutela si prepara a presentare un pacchetto di misure di revisione delle denominazioni, che prevede la richiesta della Docg per l’attuale Falanghina del Sannio Dop (con l’introduzione delle versioni riserva, superiore e gran selezione), una modifica per la Docg Taburno con l’introduzione delle varietà resistenti, l’uso dell’uva camaiola (tipica della zona di Telese) per alcune tipologie della Doc Sannio che introdurrà anch’essa i vitigni resistenti, l’adozione del solo nome Benevento Igt, con l’eliminazione del termine “Beneventano”, e l’introduzione della categoria spumante Igt.
«Mi auguro che entro fine anno si riesca a presentare tutti i nuovi disciplinari alla Regione Campania e dare il via all’iter per questo importante riconoscimento», ha dichiarato Domizio Pigna, presidente e ceo de La Guardiense, al settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso.

Domizio Pigna, presidente cantina La Guardiense
La Guardiense produce annualmente circa 190mila quintali di uve e dopo un 2023 e un 2024 in forte calo, con volumi scesi anche del 40%, il 2025 dovrebbe riportare i quantitativi a 185mila quintali: «Siamo di fronte a un’annata ottima – sottolinea il presidente Pigna – e ci auguriamo che lo sia anche per i rossi che stiamo raccogliendo in queste settimane». Nessun problema di giacenze, anzi si tratta «di un livello tra i più bassi registrati dalla nostra cooperativa. E non vedo rischi di sovrapproduzione – osserva – considerando che sia la Spagna sia la Francia non produrranno sopra le medie storiche. E anche l’Italia, stimata a circa +8%, dovrà rivedere al ribasso le stime produttive». Come conseguenza, la cantina non si attende un crollo dei prezzi dei vini determinato da eccessi di produzione.

L’azienda esporta in Europa, Asia, Nord America. «Nonostante i dazi sulle importazioni, gli Stati Uniti restano un mercato target. Prima o poi – osserva il presidente Pigna – Trump terminerà il suo mandato e le cose cambieranno». Ma La Guardiense, certificata Equalitas, è pronta anche a intercettare il trend dei consumi no-low alcol. «Una parte del raccolto di uve moscato è stata destinata alla produzione in via sperimentale di uno spumante senza alcol. Lo faremo per due o tre anni, con tecnologia italiana, in attesa di capire come evolverà il mercato della specifica categoria. E probabilmente – conclude Pigna – lo faremo anche usando le uve falanghina».
Sei milioni di bottiglie prodotte, con una crescita media del 5% l’anno per la cooperativa beneventana, che ha un potenziale da 10 milioni di bottiglie e la consapevolezza che puntare alla qualità sta pagando, mantenendo comunque attive alcune importanti forniture di vino sfuso per diverse catene della distribuzione internazionale. La cantina, che vanta come consulente l’enologo Riccardo Cotarella, ha aperto negli anni diversi progetti sui vini di qualità da vitigni autoctoni, a partire proprio da falanghina e aglianico. Accade con la linea Janare per il canale Horeca (linea con cui è arrivato un «inatteso» riconoscimento coi Tre Bicchieri del Gambero Rosso 2026 per la Falanghina del Sannio Janare Anima Lavica 2024) o del progetto I Mille, avviato nel 2009. Iniziative che puntano a riconquistare fette di mercato. «Prima del Covid la ristorazione valeva il 65% delle nostre vendite e la Gdo il 35%. Dopo la pandemia il rapporto si è invertito: 85% di Gdo e 15% di Horeca. Ma stiamo recuperando», racconta Pigna che guarda agli oltre mille conferitori: «L’attuale remunerazione media per kg di uva è di 0,50 euro. Vorremmo fosse molto più alta. Ma per una buona valorizzazione occorre tempo. Possiamo dire che rispetto ad altri distretti siamo economicamente sostenibili, perché remuneriamo molto bene soprattutto le varietà autoctone di pregio».
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