Storie di resistenza

In Georgia il vino naturale diventa simbolo di libertà e opposizione al governo filorusso

A Tbilisi, dove da un anno i giovani georgiani protestano ogni sera, la rivoluzione si fa anche in vigna. E sebbene la legge soffochi l'economia e l'export verso l'Europa, c'è chi resiste e spera

  • 10 Novembre, 2025
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A Tbilisi, tra mercati agricoli e proteste di massa, si muove un nuovo fermento che non è soltanto politico, ma anche culturale ed enologico. La capitale georgiana, scenario di manifestazioni quotidiane contro il governo filorusso Sogno georgiano e di una gioventù impegnata nella difesa della democrazia e nella solidarietà verso l’Ucraina è diventata negli ultimi anni anche un laboratorio del vino naturale.

Al mercato dei contadini della domenica, giovani produttori percorrono ore di strada dalla regione dell’Imereti per vendere mele, verdure e altre eccellenze biologiche agli hipster della città, ma soprattutto condividono il sapere della vinificazione tradizionale georgiana. Come racconta Livia Chiriatti sul Foglio Review, questa dimensione del paese, tra lotta civile e innovazione agricola, dimostra una Georgia che resiste e cresce nonostante le difficoltà politiche e istituzionali. Ogni giorno, infatti, dal 28 ottobre 2024 (data in cui sono stati sospesi i negoziati per l’adesione della Georgia all’Unione europea) i georgiani protestano contro il governo di fronte al Parlamento e ci sono locali, come la famosa enoteca Gmvino underground, che chiudono per un’ora e mezza per partecipare alle manifestazioni.

L’indipendenza vitivinicola dalla Russia

L’esperienza storica della Georgia, dalla lunga dominazione sovietica alla fragilità post-indipendenza, ha lasciato il segno sul settore vitivinicolo. Durante l’epoca sovietica, infatti, la viticoltura era improntata alla quantità, con vino sfuso e di scarsa qualità destinato a Mosca. La generazione attuale, invece, sta recuperando il patrimonio enologico autoctono e sperimenta con varietà locali come saperavi e mtsvane, dando vita a vini naturali dal carattere distintivo, a volte funky, che riflettono il terroir e la cultura georgiana.

«L’origine di tutti i male è la Russia – scrive  la redattrice – In Georgia il vino si fa da almeno ottomila anni, ma mentre nel Novecento in occidente si affinava la tecnica con sofisticati metodi di agricoltura e vinificazione, l’Unione sovietica espropriava la terra ai contadini e imponeva un approccio estrattivo per produrre immense quantità di vino di bassa qualità da vendere sfuso a prezzi competitivi a Mosca. Quando la Georgia è diventata indipendente nel 1991, anche il settore vino era arretrato di quarant’anni rispetto agli altri paesi in Europa e nel mondo». Ma ha recuperato in fretta, soprattutto grazie ad una generazione di giovani produttori che da qualche anno sperimenta e rilancia il vino naturale.

L’attivismo enologico e politico di Guram

Guram M., produttore trentenne dell’etichetta Nadelebi nella regione del Kakheti, descrive la sua vita come sospesa tra attivismo e vinificazione. Dopo anni di impegno politico a Tbilisi, ha trovato la propria libertà nel recupero delle vigne del nonno, utilizzando il metodo qvevri, antico di millenni: le uve fermentano in grandi anfore di terracotta interrate, seguendo i cicli naturali della terra e del tempo. Guram produce circa diecimila bottiglie l’anno, metà delle quali vengono consumate tra amici e conoscenti durante i tradizionali supra, i banchetti georgiani che uniscono convivialità e vino in una ritualità collettiva.

Il vino, in questo contesto, diventa un simbolo di libertà e identità nazionale: produrlo in modo naturale significa resistere sia all’omologazione globale sia agli ostacoli imposti dalla politica interna, come la legge sugli agenti stranieri che soffoca tutte le realtà che ricevono sostegno internazionale. Per i giovani viticoltori, partecipare a fiere internazionali è quasi un atto diplomatico. Caricare pallet di vino in navi speciali per aggirare le restrizioni diventa parte integrante della loro strategia per farsi conoscere. Di esportare i prodotti neanche se ne parla: le tasse di esportazioni costano più dei vini (40 euro circa) a causa del bocco del processo di integrazione verso l’Ue.

Un contesto difficile

Tbilisi, tra bar, enoteche e gallerie, ospita una scena giovane che mescola politica, cultura e gastronomia. Locali come Fabrika e Gmvino underground non sono soltanto spazi di consumo, ma anche centri di socialità e partecipazione civile. Fuori dalle loro porte, le lavagnette ricordano le invasioni russe, celebrano la resistenza georgiana e la solidarietà all’Ucraina, e annunciano chiusure temporanee per aderire alle proteste. In questo ecosistema, il vino naturale si inserisce come pratica culturale oltre che economica, supportata da realtà come l’Associazione georgiana del vino naturale, che unisce agricoltori biologici e biodinamici attenti alla qualità e alla sostenibilità.

L’arte della vinificazione in Georgia non è separata dalla vita quotidiana e dal contesto politico. Il consumo di vino naturale resta però circoscritto a nicchie urbane e artistiche, mentre la crescita commerciale dei produttori è ostacolata dalle difficoltà burocratiche e dai costi di esportazione, che rendono una bottiglia destinata all’Europa molto più cara.

Foto credit, Instagram nadelebiwines

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