«Una grande denominazione per le bollicine lombarde? È un’idea molto valida. Non è nuovissima perché si collega a studi fatti già negli anni passati, ma ritengo che mettere la centro la sostenibilità e la massa critica sia un progetto interessante. Sono necessità che non si possono più tralasciare. Così come le necessità di mettere ordine e ridurre la frammentazione».
Francesca Seralvo, presidente del Consorzio tutela vini dell’Oltrepò Pavese, reagisce in maniera positiva alla proposta lanciata da Michele Antonio Fino e Carmine Garzia di unire in un’unica denominazione più efficiente le forze di due grandi dop: da una parte, la Franciacorta, alfiere del metodo classico lombardo di qualità, che – secondo l’analisi – non ha i numeri per aggredire i mercati; dall’altra, l’areale pavese, leader nella coltivazione di pinot nero, che ha invece un potenziale produttivo enorme.
Non vede rischi in un progetto che sembra mettere al centro la Franciacorta come vertice della qualità mentre assegna di fatto all’Oltrepò il ruolo di un sostegno soprattutto quantitativo?
Nell’immediato sembra una soluzione che porta un aumento di valore. Ovviamente, a lungo termine, non dobbiamo perdere la nostra identità territoriale. L’integrazione delle dop non dovrebbe appiattirne una per valorizzare le altre. Se l’Oltrepò diventasse solo un bacino di uve per la Franciacorta sarebbe senz’altro una deminutio. Del resto, tutti sanno che il pinot nero dell’Oltrepò esprime un vertice qualitativo che nemmeno in Franciacorta raggiungono. Ecco perché aspiriamo a una nostra identità territoriale.

Vigneti della Franciacorta
Il progetto prevede l’adozione del nome “Grande Franciacorta”: vi starebbe bene? O metterebbe a rischio l’identità dell’area pavese?
Il nome non è cosi importante per noi, ma è necessario che emerga il nostro territorio. Un progetto dovrebbe essere condiviso ed evidenziare l’identità territoriale. Dalla lettura dell’articolo, la mia sensazione è che sarebbe un progetto bellissimo se venisse dal basso, non sarebbe lo stesso se fosse calata dall’alto. In Oltrepò sono già venuti alcuni imprenditori della Franciacorta che hanno fame di pinot nero: ottimo se l’esigenza venisse direttamente dal territorio.
Lo studio sottolinea che l’Oltrepò Pavese – che vanta il 75% del pinot nero nazionale – ha un potenziale produttivo enorme grazie a oltre 11mila ettari vitati attuali, ma soffre di un’identità frammentata e di scarso riconoscimento di mercato. Si riconosce in questa analisi?
È il problema che noi abbiamo affrontato nel nostro ultimo anno e mezzo di attività consortile. Sciogliere questo nodo era esattamente l’obiettivo del Classese, la nuova denominazione e marchio collettivo che identifica lo spumante metodo classico docg prodotto nell’Oltrepò Pavese, ottenuto principalmente da uve di pinot nero. Sotto Classese, nome che fonde “Classico” e “Pavese”, pensiamo di evitare frammentazione e confusione. Puntare sul classese come denominazione traino è la soluzione che abbiamo scelto oggi. Detto questo, siamo sempre aperti ai progetti validi. Questo di cui discutiamo potrebbe esserlo: può essere alla lunga un disegno che ripensa il vino lombardo. Idea interessante: non la casserei a priori.
Il progetto si ispira al modello Prosecco che dal 2009 mette insieme un ampio territorio che va da Vicenza a Trieste. È un modello che vi convince?
Il modello del Prosecco è vincente: dobbiamo guardare ai modelli che hanno funzionato. L’unica avvertenza è garantire quella differenza territoriale identitaria che nelle zone del Prosecco non c’è, ma per noi sarebbe cruciale.
La proposta prevede la creazione di una docg “Franciacorta Superiore” che verrebbe riconosciuta come area di vertice produttivo. Sarebbe una deminutio per l’Oltrepo?
Sarebbe difficile accettare una piramide qualitativa che si ferma nel perimetro della Franciacorta, lasciando il resto in serie B. Bisognerebbe trovare una identità delle varie zone, riconoscendo le differenze ma senza creare serie A e serie B. Lo hanno fatto anche nel Prosecco con le docg.

Vigneti dell’Oltrepò Pavese
Tra Franciacorta e Oltrepò non c’è contiguità geografica: sarebbe un problema dal vostro punto di vista?
Mi pare un problema assolutamente superabile: lo dimostra la Champagne dove la distanza tra Reims e Troyes è pari 127 km. I nostri territori non sono così distanti e si trovano dentro la stessa regione.
Il progetto sui basa anche su principi di sostenibilità in quanto fonda l’espansione sulla condivisione di territori già vitati senza alterare gli equilibri esistenti.
Sì, è un approccio assolutamente condivisibile che sta alla base dei nostri valori. L’Oltrepò ha una potenzialità produttiva che permetterebbe di muoversi in un territorio più vasto, nel quale anche l’altitudine rappresenta un punto di forza, ma nel rispetto della sostenibilità.
In questo momento la Franciacorta produce oltre 19 milioni di bottiglie l’anno, contro le appena 580 mila dell’Oltrepò Pavese Docg. Nel 2025, circa un terzo di Oltrepò Pavese Pinot Nero Docg è stato declassato a vini spumanti senza indicazione geografica. La Grande Franciacorta avrebbe per voi il vantaggio di elevare il pedigree dei vostri prodotti aumentando la produzione di qualità sul piano commerciale?
In assoluta anteprima, aggiorno il dato: quest’anno l’Oltrepò Pavese docg conterà 700mila bottiglie. È l’unica tipologia fortemente in crescita proprio grazie al progetto Classese. Un progresso che avviene a distanza di solo un anno dal cambio del disciplinare, quindi speriamo di crescere ulteriormente. Arriveremo a numeri molto interessanti, ne abbiamo le potenzialità.

Di che numeri parliamo?
Se oggi dovessimo fare un numero massimo di bottiglie da pinot nero potremmo arrivare a 20 milioni di bottiglie. Sarebbero 100 milioni se volessimo coprire tutta la superficie con il pinot nero. Ma questi sono solo calcoli potenziali: ovviamente non tutto il pinot nero prodotto nel territorio può ambire ad essere docg né a divenire metodo classico.
Per concludere, la “Grande Franciacorta” potrebbe essere una risposta efficace per assicurare alla spumantistica lombarda opportunità di crescita economica nel rispetto degli equilibri ambientali?
In sintesi, si tratta di valutare una eventuale integrazione che rafforzi le identità territoriali senza appiattirle. Lo studio è un buon punto di partenza che porta ordine e massa critica per aumentare la competitività. L’importante è evitare lo sbilanciamento reputazionale tra i due territori e garantire una governance condivisa. Il progetto potrebbe funzionare se parte dal basso.
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