Oggi il vino si affina in molti modi: in barrique, anfora, cemento, ma anche in ambienti inusuali come i fondali marini o le grotte naturali, nel tentativo di rallentare o deviare la sua evoluzione. La ricerca di condizioni alternative di maturazione è diventata per molti produttori una frontiera interessante, non solo tecnica ma anche narrativa.
Eppure esiste un caso in cui un luogo di affinamento “alternativo” non nasce da un progetto enologico né da una scelta stilistica, ma da una necessità storica. Il Vinho dos Mortos -il “vino dei morti”-, non nasce da un’intuizione per migliorare il vino: nasce per salvarlo.

All’inizio dell’Ottocento, durante le invasioni napoleoniche, gli abitanti di Boticas, nel nord-est rurale e montuoso del Portogallo, decisero di proteggere il proprio vino seppellendo le bottiglie sottoterra, sotto i pavimenti delle cantine (in alcuni casi nella sabbia), per sottrarle ai saccheggi delle truppe francesi.
Le bottiglie rimasero interrate per mesi, in alcuni casi anche anni: al buio, in un ambiente umido, a temperatura relativamente stabile, senza sbalzi termici. Una forma di “affinamento forzato” che non aveva nulla di sperimentale, ma invece una importante ragione pratica.
Quando venne riportato alla luce, dopo la cacciata dell’esercito napoleonico, il vino risultò cambiato. Nel tempo era diventato più leggero, più immediato, talvolta lievemente frizzante. Un’alterazione che oggi probabilmente verrebbe evitata o corretta, ma che allora fu semplicemente accettata. Non come difetto, ma come conseguenza inevitabile di una scelta.

Per decenni il Vinho dos Mortos è rimasto una pratica domestica, legata alla memoria delle famiglie di Boticas, tramandata più per consuetudine che per volontà identitaria. Solo in tempi recenti questa tradizione è stata riconosciuta come patrimonio culturale locale, con la creazione di un museo – il Repositório Histórico do Vinho dos Mortos – dedicato a questo vino unico.
Oggi il Vinho dos Mortos è prodotto esclusivamente dalla famiglia di Armindo Sousa Pereira attraverso il progetto Casa Sousa 1792, che ha trasformato una tradizione familiare in un’attività vitivinicola ed enoturistica strutturata. Recuperato e registrato da Armindo Sousa Pereira, il vino è seguito direttamente dal figlio Nuno Pereira e nasce da un assemblaggio di vitigni autoctoni come touriga nacional, touriga franca, tinta barroca e alicante bouschet, mantenendo il principio originario: il vino viene imbottigliato e poi nuovamente sepolto, come due secoli fa.
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