Storie

Nell'alto casertano c'è una piccola cantina che tiene in vita un raro vitigno autoctono

Il Coda di Pecora, antichissimo vitigno a bacca bianca recuperato da ceppi a piede franco, è un simbolo d'amore per la provincia di Caserta grazie all'opera incessante di un gruppo di amici d'infanzia

  • 09 Febbraio, 2026
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Il recupero di una varietà quasi estinta, menzionata già nei trattati agrari di fine ‘800 dal professor Frojo e utilizzata in passato dai contadini locali per ammorbidire i tannini ruvidi dei rossi locali, nasce anche dal sogno visionario di uno degli uomini simbolo di un’importante multinazionale.

Dall’elettronica alla passione per l’uva

Per Cesare Avenia, socio titolare della cantina Il Verro, il cambio di vita da ex amministratore delegato di Ericsson Italia è avvenuto grazie all’amore per l’agricoltura. «A tavola concludevo i migliori affari davanti a un buon calice. Amo il vino sin da quando ero un ragazzo e respiravo l’odore della campagna assieme ai miei genitori. Con alcuni compagni del liceo comprammo nel 2003 i terreni in vendita sulle colline di Lautoni, frazione del comune di Formicola». La vigna dedicata poi ad un socio scomparso divenne così il centro sperimentale per lo studio del DNA del Coda di Pecora tramite l’Istituto di San Michele all’Adige e il primo passo per giungere all’iscrizione sul registro nazionale delle varietà di vite nel 2023 con il numero cronologico 954.

Le origini del Coda di Pecora

Attualmente Il Verro è ancora l’unica cantina dell’areale a coltivarlo in purezza, nell’appezzamento che si estende in poco più di un ettaro. Qui i suoli calcareo-argillosi subiscono l’influenza del vulcano spento di Roccamonfina, quasi al confine con l’area di ignimbrite campana. L’origine del vitigno si perde nella notte dei tempi e degli ibridi spontanei, per i contadini era menzionato come “dulcinea”, per l’attitudine a maturare tardivamente. Solo qualche blanda parentela con i Falanghina e Biancolella e poi tante rarità ormai scomparse dai radar.

Nel 2011 il rientro a casa del manager e l’arrivo dell’enologo Vincenzo Mercurio, portano con sé l’importante scoperta: nel cru della Vigna dell’Ovicauda, chiamata così dai precedenti proprietari perché destinata alla Coda di Volpe, vennero trovati dei vecchi ceppi prefillosserici non ben identificabili. «Scegliemmo quindi di piantare la vitis vinifera per reinnestare i cloni madre e replicarli, iniziando a coltivare questa varietà a bacca bianca a noi sconosciuta che avevamo individuato tra i filari – prosegue Avenia – Nella terra terra a ridosso del Monte Maggiore e del Monte Giano, che guarda all’ansa lunga del fiume Volturno fare l’agricoltore non è semplice. Con l’enologo Mercurio abbiamo creduto fortemente nel recupero di questo autoctono che sa esprimere grande carattere e longevità».

La longevità in bottiglia

Ed in effetti dalla 2011, prima annata prodotta dello Sheep chiamato così perché non poteva essere menzionato il vero nome del varietale, ha dimostrato di essere versatile e cangiante con la sosta in cantina, soprattutto aderente al luogo d’origine con i tipici sentori sulfurei e di frutta candita differenti in base alle vintage di riferimento. «Dalle 600 bottiglie iniziali, fatte per gioco e degustate tra gli amici, siamo arrivati a 2000 esemplari numerati, sempre pochi per il potenziale reale, ma comunque un progresso notevole con riconoscimenti inaspettati.

Nel 2019 abbiamo deciso di utilizzare solo i nostri lieviti indigeni individuati con uno studio preciso e replicati con  pied de cuve» conclude Cesare Avenia. L’esempio di come si possa vedere il mondo con gli occhi diversi, quelli di un uomo che sognava di respirare il profumo del mosto tra i progetti d’elettronica nel suo ufficio a Stoccolma.

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