I migliori vini dell’Alto Adige

La varietà del panorama vitivinicolo dell’Alto Adige

Poche denominazioni possono vantare una varietà di suoli, altitudini, esposizioni e climi come l’Alto Adige, un territorio che si dipana lungo le valli, occupa gli altopiani più vocati, pendii soleggiati di giorno e rinfrescati dalle brezze notturne, dalla mediterranea conca di Bolzano alla freschezza dei vigneti più alti sulla Mendola o Renon. In questa composita denominazione trovano spazio e valorizzazione molti vitigni, dagli storici lagrein, schiava e traminer alle varietà di più recente introduzione, come lo chardonnay, il sauvignon o i vitigni del bordolese. Un tessuto agricolo gestito da realtà ben distinte: le strutture cooperative, le aziende storiche del territorio e le piccole realtà a conduzione familiare, che gestiscono un territorio vitato di poche migliaia di ettari di altissimo valore mantenendo uno standard qualitativo di altissimo profilo.

I Tre Bicchieri 2021 dell’Alto Adige

Spetta ai viticoltori il compito di valorizzare questo territorio, esaltando il calore delle sponde del Lago di Caldaro con cabernet di spessore come il Freienfeld della Cantina di Cortaccia, la freschezza dei vigneti che si spingono anche oltre i 1000 metri come fa Tiefenbrunner con il suo Müller Thurgau Feldmarshall, o ancora il legame inscindibile fra la Valle Isarco e il sylvaner come si legge chiaramente nei vini di Köfererhof e Strasserhof.

Poi ci sono zone come l’Oltradige o il Burgraviato dove invece è l’eleganza a caratterizzare le migliori bottiglie, spaziando dal Pinot Bianco Tyrol della Cantina di Merano al Sauvignon Lafóa di quella di Colterenzio, dal Pinot Nero Trattmann della cantina Girlan al Sauvignon Renaissance di Gumphof.

Il riesling ha trovato il suo territorio d’elezione nelle valli Isarco e Venosta, mentre le colline che circondano il capoluogo vedono lagrein e schiava contendersi le migliori esposizioni, con il primo protagonista di vini compatti e profondi, il secondo che da vita a Santa Maddalena che sanno raccontare il calore del territorio, riuscendo a coniugare ricchezza e semplicità nel sorso. Grande attenzione desta sempre più il settore spumantistico con molte realtà che guardano con interesse al mondo delle bollicine, seguendo il percorso tracciato da decenni di attività di Kettmeier e Lorenz Martini.

  • Abbazia di Novacella – A. A. Valle Isarco Veltliner Praepositus ’18
  • Cantina Bolzano – A. A. Lagrein Taber Ris. ’18
  • Cantina Colterenzio – A. A. Sauvignon Lafóa ’18
  • Falkenstein Franz Pratzner – A. A. Val Venosta Riesling ’18
  • Cantina Girlan – A. A. Pinot Nero Trattmann Ris. ’17
  • Gumphof – Markus Prackwieser – A. A. Sauvignon Renaissance Ris. ’17
  • Kettmeir – A. A. Spumante Extra Brut M. Cl. 1919 Ris. ’14
  • Köfererhof – Günther Kerschbaumer – A. A. Valle Isarco Sylvaner R ’18
  • Tenuta Kornell – A. A. Merlot V. Kressfeld Ris. ’16
  • Cantina Kurtatsch – A. A. Cabernet Sauvignon Freienfeld Ris. ’16
  • Cantina Meran – A. A. Pinot Bianco Tyrol ’18
  • Cantina Convento Muri-Gries – A. A. Lagrein Abtei Muri Ris. ’17
  • Nals Margreid – A. A. Pinot Bianco Sirmian ’19
  • Cantina Produttori San Michele Appiano – A. A. Chardonnay Sanct Valentin ’18
  • Strasserhof – Hannes Baumgartner – A. A. Valle Isarco Sylvaner ’19
  • Cantina Terlano – A. A. Terlano Pinot Bianco Vorberg Ris. ’17
  • Tiefenbrunner – A. A. Müller Thurgau Feldmarschall von Fenner ’18
  • Cantina Tramin – A. A. Gewürztraminer Nussbaumer ‘ 18
  • Elena Walch – A. A. Bianco Grande Cuvée Beyond the Clouds ‘ 18
  • Tenuta Waldgries – A. A. Santa Maddalena Cl. ‘ 19

> Scoprite i vini premiati con Tre Bicchieri 2021 regione per regione

Diego Planeta

Diego Planeta ci ha lasciato a 80 anni. La sua vita di ambasciatore della Sicilia nel mondo, di imprenditore lungimirante e di respiro internazionale, non è mai stata disgiunta dalla passione per l’agricoltura, da sempre vissuta come strumento di riscatto sociale e di progresso. Nel 1964 dopo essere stato uno dei fondatori della Cantina Settesoli di Menfi, nel 1972 ne divenne presidente, una carica che gli associati hanno voluto che mantenesse per 40 anni. Una cantina che è sempre stata un mondo a parte rispetto al mondo cooperativistico siciliano per il quale Diego Planeta negli anni Novanta coniò la definizione di “dead man walking” cioè di “morto che cammina”.

Diego Planeta e le cantine sociali

Lo sferzante giudizio nasceva dalla constatazione che i progetti di rinnovamento profondo non erano nell’orizzonte culturale delle cooperative di allora ancorate ai vecchi miraggi dei contributi alla distillazione e in generale alle grandi quantità, incapaci sia di vedere il futuro quanto di dotarsi delle necessarie professionalità per interpretarlo. Oggi se il mondo delle sociali siciliane è molto cambiato e sta sempre più diventando competitivo, si deve anche a Diego Planeta e alla sua capacità di indicare nuove strade da percorrere. Convincere i propri soci ad investire su se stessi non è stato facile ma i progetti c’erano, erano validi così come erano credibili le persone che li proponevano.

Il progetto

Il progetto “Mandrarossa” nasce a Menfi intorno alla fine degli Anni ’90 grazie alle intuizioni di Diego Planeta e dell’enologo Carlo Corino, prematuramente scomparso, i quali attraverso una grande selezione sul campo dei vigneti riuscirono ad estrapolare, circa 800 ettari iniziali, per la produzione di vini, via via sempre più importanti e con un formidabile rapporto qualità/prezzo. Nel corso degli anni assorbendo altre cantine sociali, è diventata una delle realtà cooperative più grandi d’Europa con 2300 associati, oltre 6500 ettari di vigneto e circa 500.000 quintali di uva lavorata.

Ma al di là di questi numeri, Settesoli ha stimolato la nascita di cantine private, di ristoranti, agriturismi, enoteche ed ha realmente favorito il ritorno dall’emigrazione, più di tanti annunci. Basti pensare che il 70% delle 5mila famiglie di Menfi, sono coinvolte a vario titolo nelle attività e nell’indotto. Il vino insomma è stato un reale motore di sviluppo dell’intero territorio anche al di là dell’area menfitana. La conservazione dei saperi tradizionali, l’aver mantenuto la cultura e le tradizioni contadine, l’aver garantito reddito, hanno contribuito in modo sostanziale a restringere gli spazi alla criminalità.

Diego Planeta innovatore

Diego Planeta come presidente (1985-1992) dell’Istituto Regionale della Vite e del Vino ha dato una spinta fondamentale al rinnovamento del mondo vitivinicolo siciliano. I progetti e i programmi di indagine e di sperimentazione sulle uve e sui vini e in particolare sul Nero d’Avola guidati da Giacomo Tachis, la collaborazione con Attilio Scienza, sono state decisivi e hanno posto le basi per i successi del vino siciliano di oggi.

Anche la fondazione dell’azienda Planeta, quella di Alessio, Francesca e Santi, tanto per intenderci, è stata un’intuizione che non ha tardato a dare i suoi frutti contribuendo ad innalzare l’immagine complessiva della Sicilia vinicola. Nel 1998 Diego Planeta, insieme a Giacomo Rallo e Lucio Tasca d’Almerita, ha costituito Assovini Sicilia che con 93 aziende  oggi è la più importante associazione di cantine siciliane di qualità. Nel 2004 fu uno dei principali sostenitori di Sicilia en Primeur, uno dei più importanti eventi di promozione del vino siciliano di fama internazionale. Membro dell’Accademia dei Georgofili, per i suoi meriti nel campo agricolo l’Università di Palermo gli ha conferito la laurea honoris causa in Scienze agra rie. Nel 2004 fu nominato da Carlo Azeglio Ciampi Cavaliere del lavoro

Diego Planeta è stato un personaggio con cui era piacevole passare il tempo. Senso dell’umorismo e tanta ironia insieme ad orizzonti culturali vasti, hanno fornito a diverse generazioni di giornalisti, italiani e stranieri, una chiave di lettura non scontata della Sicilia, di ieri e di oggi. Caro Diego, un grazie davvero di cuore. A tutta la famiglia Planeta, il sentito cordoglio del Gambero Rosso.

I funerali si svolgeranno lunedì 21 alle ore 11 nella chiesa madre di Menfi.

 

a cura di Andrea Gabbrielli

francobollo Campari che raffigura Lo Spiritello

Campari festeggia 160 anni con un francobollo

160 anni e non sentirli, è proprio il caso di dirlo. Campari, brand italiano simbolo dell’aperitivo festeggia in grande con un nuovo logo realizzato per l’occasione e raffigurato anche sul francobollo emesso il 14 settembre per la posta ordinaria e dedicato all’azienda. Una novità nata all’interno di un progetto pensato per valorizzare e celebrare le eccellenze del sistema produttivo nazionale, che nel tempo ha già premiato realtà del settore gastronomico, come la Pasta Divella, che lo scorso giugno ha compiuto 130 anni di attività, e il Prosecco, che nel novembre 2019 ha festeggiato il suo decimo anniversario.

francobollo per i 160 di Campari che raffigura Lo Spiritello

Com’è fatto il francobollo di Campari

Stampato dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato S.p.A., il francobollo è stato realizzato in rotocalcografia ed è disponibile in tiratura limitata (400mila pezzi in tutto). Il disegno scelto è una versione moderna e rivisitata de Lo Spiritello, l’iconico manifesto pubblicitario divenuto marchio di fabbrica di Campari e ideato dall’artista livornese Leonetto Cappiello nel 1921. Al centro, il logo e poi la scritta “Italia”, con l’indicazione tariffaria. A presentare ufficialmente il progetto è stato lo stesso Campari Group, che durante la conferenza stampa ha ringraziato Ministero e Poste Italiane e soprattutto l’artista Francesco Poroli, che ha ripensato il manifesto e studiato la nuova veste de Lo Spiritello.

La storia di Campari

Nel bollettino illustrativo dell’emissione, poi, si può leggere la storia dell’azienda, raccontata dal presidente Luca Garavoglia. Quell’avventura iniziata nel 1860 con Gaspare Campari, proseguita con l’apertura del punto vendita in Galleria a Milano, il passaggio di guida a Davide Campari, appena diciannovenne, e il grande successo pubblicitario, grazie anche alla collaborazione con artisti di tutto rispetto, a cominciare da Fortunato Depero, che ha contribuito alla creazione del Campari Soda. Nel 1954, poi, entra in scena Angiola Maria Barbizzoli, moglie di Antonio Migliavacca, il nipote di Davide Campari, una delle prime donne imprenditrici diventata Cavaliere del Lavoro. Gli ultimi 25 anni sono scanditi da quotazioni in borsa, acquisizioni, ampliamenti… Invariato, però, resta lo spirito imprenditoriale, moderno e innovativo dell’azienda, che si conferma una delle eccellenze del settore beverage italiano.

a cura di Michela Becchi

Il katsusando di Yoji Tokuyoshi


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Il post lockdown di Yoji Tokuyoshi, fucina di idee

Prima dell’estate, mentre Milano iniziava a scuotersi dal torpore cercando di trovare la strada per convivere con una nuova realtà, anche la vivace ristorazione cittadina ha dovuto fare i conti con la necessità di reinventarsi. Qualcuno è stato più pronto di altri, e tra questi Yoji Tokuyoshi ha dimostrato grande arguzia ed elasticità mentale. Lo chef giapponese, cresciuto alla corte di Massimo Bottura, dal 2015 è una presenza solida nel panorama gastronomico meneghino, alla guida del ristorante omonimo in via San Calocero. Già alla metà di maggio – prima in versione take away, poi in pianta stabile negli spazi del ristorante, che ancora aspetta tempi migliori per riprendere il suo corso – Tokuyoshi dava vita alla sua Bentoteca, interpretazione personale di una gastronomia giapponese, in cantiere da tempi non sospetti. La proposta, incentrata sull’offerta di bento e udon kit che tengono però conto della prospettiva occidentale, ha avuto successo. E oggi la Bentoteca – che nel frattempo ha esteso il suo menu a comprendere tante creazioni estemporanee dello chef –  apre quotidianamente per cena (fatta eccezione per il lunedì), anche a pranzo nel weekend. Con l’intenzione di offrire agli ospiti “allegria, leggerezza, buon cibo e buon vino“, si legge sulla pagina del ristorante “in pausa”, nella dichiarazione di intenti che dimostra la difficoltà (e la capacità) di interpretare il periodo che stiamo vivendo: “La verità è che questo periodo di estrema difficoltà e totale insicurezza ci ha messi faccia a faccia con una realtà che è cambiata radicalmente. Ci siamo presi del tempo per riflettere e siamo arrivati a capire che la decisione giusta adesso sia quella di avere pazienza. Si dice che tanti pensano a cambiare il mondo ma nessuno pensa a cambiare se stesso. Noi ci siamo trasformati, abbiamo avuto la possibilità di provare un nuovo format e non è stata solo una scelta di coraggio ma anche e, soprattutto, una questione di sopravvivenza“.

Il logo della Katsusanderia

Dalla Bentoteca alla Katsusanderia

Da cosa nasce cosa, e Tokuyoshi ci ha preso gusto: “Magari conoscete già il Katsusando, il panino classico giapponese. E magari avete già assaggiato il katsusando della Bentoteca con la lingua di vitello e spinaci. E se ce ne fossero degli altri?”, recita la filastrocca che introduce il nuovo esperimento pronto a esordire in via San Calocero? Il katsusando, a prima vista, potrebbe essere scambiato per un semplice sandwich farcito con una cotoletta. In realtà è uno dei caposaldi della cucina tradizionale nipponica, anzi “il piatto nazionale giapponese”, spiegano Tokuyoshi e compagni. Un panino, com’è evidente, normalmente ripieno di carne di maiale fritta e impanata e arricchito con salse tradizionali. Alla Bentoteca, il katsusando è entrato quasi subito in menu, preparato alla maniera dello chef: lingua di vitello cotta a bassa temperatura, fritta e poi passata in salsa yakiniku. La golosità della proposta, oltre alla sua versatilità, ha fatto sì che si cominciasse a ragionare sulle potenzialità di un progetto gemello, costola nella costola, in uscita dalla cucina di Tokuyoshi. Così, il 24 settembre, iniziando ancora una volta dal servizio d’asporto, nascerà la Katsusanderia.

Il menu dei katsusando

Il menu è già disponibile online, e cambierà secondo estro e disponibilità delle materie prime, offrendo agli amanti del genere proposte sempre diverse. Si ordina telefonicamente, e si ritira dal martedì alla domenica, dalle 13 alle 15 e dalle 18 alle 22, in attesa che anche la Katsusanderia apra le porte per il servizio in sala. Nel frattempo, non resta che farsi ingolosire dal primo menu: Katsusando con lingua di vitello, servito con spinaci, cavolo viola e maionese agli spinaci (12); Katsusando con sgombro fritto, accompagnato da salsa al sesamo bianco, zucchine gialle marinate e erbe aromatiche (10); Katsusando con crocchetta vegetariana fatta di patate melanzane, pomodoro e parmigiano (10). Tutti i panini sono serviti con shokupan, l’equivalente del pane in cassetta giapponese.

Katsusanderia – Milano – via San Calocero, 3 – 340 8357453 – dal 24 settembre (per ora, solo da asporto) –  www.bentoteca.com/katsusanderia

I migliori vini della Liguria

Il panorama vitivinicolo della Liguria

La Liguria presenta un territorio costiero lungo circa 350 km, che solo in apparenza appare uniforme. È racchiuso dalle Alpi Marittime nell’estremo Ponente e dagli Appennini Liguri che si aprono a Levante. Sui monti si insinuano diverse valli che in senso longitudinale attraversano tutta la regione e qui, storicamente, la coltura viticola si è aperta a tipologie diverse, creando tradizioni enologiche e vini differenti. Mai come quest’anno la Guida riesce a esprimere queste diversità e gli 8 vini premiati sono una bella rappresentazione dei singoli vitigni nei territori.

I Tre Bicchieri 2021 della Liguria

Il comprensorio del Levante si presenta compatto e offre una qualità altissima: qui il Vermentino è principe incontrastato e quest’anno lo apprezziamo particolarmente grazie a quattro grandi produttori. Lunae Bosoni ci propone un’ottima versione dell’etichetta Nera, bianco dagli affascinanti sentori esotici; Baia del Sole dei fratelli Federici riesce a esprimere tutta la mineralità possibile attraverso il Sarticola; Giacomelli, col Pianacce, si distingue per un tocco mediterraneo esemplare; Zangani, infine, col Vermentino Superiore Boceda, regala un vino di importante struttura, ma sempre elegante ed armonico.

L’apertura del Ponente alla diversità passa attraverso più tipologie premiate. È un vero fuoriclasse di complessità ma anche deliziosamente bevibile, il Luvaira, Dolceacqua di Giovanna Maccario, mentre il Rossese di Massimo Alessandri è vino armonico e dalla beva elegante e conquista il suo primo Tre Bicchieri. Tra i bianchi emerge prorompente la personalità del vitigno Pigato, ai vertici attraverso due grandi etichette: il più volte premiato U Baccan di Bruna e, un’altra prima volta, il Pigato di Albenga Saleasco dello storico produttore Marcello Calleri.

Riviera Ligure e Dolceacqua a Ovest, Colli di Luni a Est, pigato, vermentino e rossese. Questo è il vero valore della Regione, ma non bisogna dimenticare altre denominazioni più piccole, ma di indubbio pregio. Una di queste è rappresentata dalle Cinque Terre, zona di indiscusso valore paesaggistico che riesce ancora (fortunatamente) a regalare vini unici al mondo come lo Sciacchetrà: un passito che nasce sulle celebri vigne terrazzate immerse in uno scenario di assoluta bellezza.

  • Massimo Alessandri – Riviera Ligure di Ponente Rossese Costa de Vigne ’18
  • La Baia del Sole – Federici – Colli di Luni Vermentino Sarticola ’19
  • Bruna – Riviera Ligure di Ponente Pigato U Baccan ‘ 18
  • Cantine Calleri – Riviera Ligure di Ponente Pigato di Albenga Saleasco ’19
  • Giacomelli – Colli di Luni Vermentino Pianacce ’19
  • Cantine Lunae Bosoni – Colli di Luni Vermentino Lunae Et. Nera ’19
  • Maccario Dringenberg – Rossese di Dolceacqua Sup. Luvaira ’18
  • Zangani – Colli di Luni Vermentino Sup. Boceda ’19

I migliori vini della Valle d’Aosta

Il panorama vitivinicolo della Valle d’Aosta

È vero che la Valle d’Aosta, in proporzione agli ettari vitati (che rimangono intorno ai 400), è la regione che ottiene più Tre Bicchieri. Certamente abbiamo grande rispetto e anche un pizzico di ammirazione per i viticoltori che tutti gli anni coltivano come fossero veri e propri giardini i loro vigneti, spesso addirittura difficili da raggiungere a piedi e ancora più stremanti da lavorare, ma i nostri premi non hanno nulla a che fare con questi sentimentalismi. Vanno ai grandi vini e solo ai grandi vini che la regione è in grado di offrire.

Se pensiamo che per molto tempo le vigne sono state piantate in prossimità delle abitazioni contadine per meri motivi di comodità, senza alcun tipo di studio sui terreni o sul microclima o ancora sulle le rispettive interazioni con i diversi vitigni, allora si capisce come il potenziale qualitativo del vigneto Valle d’Aosta è ancora in buona parte sconosciuto. Purtroppo è difficile chiedere a vigneron e cantine sociali di farsi carico di questo fardello, se non in minima parte. La passione e l’entusiasmo, che a dire il vero negli ultimi anni abbiamo scorto più nei vignaioli privati che nelle realtà pubbliche o cooperative, aumentano la voglia di provare nuove strade. Cionondimeno, nei vini valdostani la qualità è presente in modo omogeneo e la regione conferma i sei Tre Bicchieri dello scorso anno.

I Tre Bicchieri 2021 della Valle d’Aosta

La grande differenza rispetto al passato è che, malgrado le belle parole spese lo scorso anno sulla ricchezza ampelografica della regione, in questa edizione della Guida i Tre Bicchieri premiano esclusivamente vini bianchi di cui un Passito. Non si tratta certamente di una bocciatura dei vitigni e dei rossi regionali, che non hanno sfigurato e che in futuro torneranno a sorridere, ma di una conferma dei nostri pensieri. Da tempo sosteniamo che le specificità morfologiche e climatiche della Valle, con le importanti escursioni termiche, facilitano la produzione di bianchi freschi e profumati, attualmente i più ricercati dai consumatori.

La Petite Arvine Sopraquota 900 ’19 di Rosset Terroir grazie alla sua finezza olfattiva e alla sua tensione gustativa, rappresenta l’esempio evidente della vocazione di tanti vigneti valdostani per la produzione di bianchi di caratura mondiale. Lo stesso Elio Ottin conferma la sua dimestichezza con il vitigno di origine svizzera. I Tre Bicchieri a Anselmet e Les Crêtes (Chardonnay) e Lo Triolet (Pinot Gris) issano i rispettivi vini a vere e proprie icone dei grandi bianchi del nostro Paese. Infine si chiude con il premio al Muscat Flétri di La Vrille che entra anche lui di diritto nel ristretto novero dei grandi viticoltori italiani.

  • Maison Anselmet – Valle d’Aosta Chardonnay Mains et Cœur ’18
  • Les Crêtes – Valle d’Aosta Chardonnay Cuvée Bois ’18
  • Lo Triolet – Valle d’Aosta Pinot Gris ’19
  • Elio Ottin – Valle d’Aosta Petite Arvine ’19
  • Rosset Terroir – Sopraquota 900 ’19
  • La Vrille – Valle d’Aosta Chambave Muscat Flétri ‘ 18

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la pizza fritta de la Masardona

La Masardona apre a Roma

Sarà Cristiano Piccirillo, d’ora in avanti, il volto de La Masardona a Roma. La pizzeria napoletana sinonimo di pizza fritta apre nella Capitale, in piazza dell’Oro, snodo nevralgico in centro città, a pochi metri da Largo dei Fiorentini e Corso Vittorio, in vista di Castel Sant’Angelo e non distante dalla Basilica di San Pietro.

Cristiano Piccirillo

È un annuncio che arriva a cose già fatte, col locale pronto per accogliere i primi clienti e a raccontare loro la storia di un’insegna che con Enzo Piccirillo, papà di Cristiano, ha trovato la notorietà ben oltre i confini partenopei. Dalla sua, il giovane di casa ha non solo l’esperienza decennale maturata accanto a suo padre in friggitoria, ma anche parentesi formative in brigate di cucina di fama, come il Danì Maison di Nino Di Costanzo, a Ischia. Il progetto romano è maturato con l’intenzione di esportare per la prima volta fuori da Napoli la tradizione dell’Antica Friggitoria La Masardona, che vanta una storia iniziata nel 1945, quando nel Dopoguerra sfamava le famiglie più povere della città.

Battilocchio appena fritto
Il battilocchio de La Masardona

La pizza fritta della famiglia Piccirillo

Oggi la pizza fritta della famiglia Piccirillo è l’emblema di un cibo di strada di grande conforto nobilitato dall’abilità tecnica che conferisce all’impasto estrema leggerezza, e dall’utilizzo di ingredienti di qualità (e il bel lavoro di Enzo, coadiuvato dai figli Cristiano e Salvatore, vale a La Masardona le Tre rotelle sulla guida Pizzerie d’Italia del Gambero Rosso). Alla sede storica, nei pressi della stazione ferroviaria di Napoli, La Masardona ha aggiunto negli ultimi tempi una sede più moderna in piazza Vittoria, vicino al Lungomare.

La sala de La Masardona a Roma

Il locale romano

E l’avventura romana non fa che confermare l’intenzione di crescere ancora, in un contesto nuovo anche per l’attenzione dedicata all’allestimento dello spazio, che ospiterà pezzi d’arte contemporanea, evocati nel servizio dai piatti d’autore, realizzati dallo scultore Antonio Nocera, da Marco Ferrigno, artista storico di San Gregorio Armeno, e da Mark Kostabi, pittore e compositore statunitense. All’interno, la sala può ospitare una cinquantina di coperti, mentre i pizzaioli lavorano nella cucina a vista. Non mancheranno i classici della casa, a cominciare dalla pizza fritta completa, con pomodoro, ricotta di pecora, cicoli di maiale, provola, pepe e basilico. Ma al consueto menu delle pizze fritte si affiancherà, per la prima volta nella storia de La Masardona, una proposta di pizza tonda al piatto, cotta in forno a legna. Apertura a pranzo e cena (domenica solo a pranzo).

La Masardona – Roma – piazza dell’Oro, 6 – 06 86981973 – Pagina Fb

Un cocktail di Oro Whisky Bar

Oro Whisky Bar apre a Roma

La carta dei whisky? È un tomo bello grosso, con la copertina che richiama il logo (con il simbolo alchemico dell’oro) e gli interni del locale (firmati da Andrea Fofi con Laura Tancredi che si è occupata anche della grafica e di tutto l’aspetto della  creatività del brand con Stefano Egidi).

Il logo di Oro whisky bar di Roma
Il logo di Oro Whisky Bar

Circa 500 etichette (divise in scozzesi, irlandesi, americani, giapponesi e whisky dal mondo, e in più gli introvabili delle Silent distilleries, “preziosi come l’oro”), una lista dinamica che nel tempo avrà costanti new entry, ma ci saranno sempre un centinaio di referenze di collezioni private risalenti al vecchio millennio, distillate e imbottigliate prima del 2000, denominata The Bygone Era: “a livello organolettico è una cosa che ha un suo valore” spiega Andrea Fofi:alcuni whisky, per esempio,  sono prodotti con un orzo che oggi non si coltiva più”. È lui il deus ex machina di Oro Whisky Bar, ultima tappa di un percorso ultradecennale, nato con il Roma Whisky Festival, e continuato con Whisky&Co, boutique a tutto malto nel centro di Roma con academy annessa. Per “chiudere il cerchio” dice “ci serviva un posto in cui fare somministrazione, accogliere e coccolare i clienti”. Così Andrea con il gruppo di Whisky&Co ha chiamato l’amico barman Daniele Gentili,inizialmente doveva essere una consulenza” fa questo “poi visto il rapporto d’amicizia e l’unicità del progetto sono entrato in società”. Perché di posti così, in Italia, ce ne sono ben pochi.

Daniele Gentili Oro Whisky Bar
Daniele Gentili

Oro Whisky Bar a Roma: il boutique bar e la cultura del whisky

“Vogliamo promuovere la cultura del whisky” spiega Fofi “e portare anche chi non lo beve ad appassionarsi”. Inclusività è la parola d’ordine, che si traduce in una piccolissima scelta di altri distillati, uno per ogni categoria, uno champagne, due drink analcolici, una birra e soprattutto una carta che aiuti nella scelta anche i meno esperti – frutto del lavoro di Pino Perrone, Chiara Marinelli e Andrea Getuli di Whiski&Co – con la segnalazione, accanto a ogni whisky, dei descrittori principali, indicati in modo da chiarire se si tratta di una percezione in entrata oppure della firma finale. La mescita va dagli 8 ai circa oltre 100 euro; 150 euro, per la precisione, per un Brora distillato nel 1981, 23 anni di invecchiamento, imbottigliato nel 2005 da Signatory, un imbottigliatore indipendente.

Cabinet: la cantina personale

Ogni passione ha i suoi riti, così, che sia per una bottiglia portata da casa o per una acquistata nel locale, si possono noleggiare dei cabinet con tanto di etichetta con il nome serigrafato (che a noleggio concluso rimane al cliente come portachiavi), per esporre, custodire o all’occorrenza aprire e degustare i propri whisky. Come nel salotto di casa ma con un servizio di rango – con ghiaccio cristallino lavorato nella forma migliore per ogni drink (ice block, chunk, ice ball, ecc), pietre per raffreddare senza rilasciare dilezione, o ancora il servizio di miscelazione.

Un cocktail di Oro Whisky Bar

La drink list di Oro Whisky Bar

Perché whisky significa anche cocktail: sono 7 i drink, twist on classic, studiati da Daniele Gentili, “uno per ogni macrocategoria: japanese, whisky dal mondo, scotch, irish, tennesse burbon e così via”. Si parte dallo spirits, si passa allo studio della ricetta e si crea uno sketch (che si ritroverà nella drink list) ed ecco il cocktail, proposto in tre varianti (12-15-18 euro), con altrettanti whisky “con impatti aromatici diversi, per valorizzare il ruolo del distillato nella ricetta”. Un esempio? In questa prima carta – Aurei rimedi per l’amore e per l’anima – si trovano cose come Gentlemen prefer scotch: scotch, vermouth dolce, Pedro Ximenez da finire con uno dei bitter proposti (cocco luppolo o caffè). Un altro, invece, prende a prestito il concetto del terroir caro al mondo del vino, “che anche nei whisky comincia a diventare determinante: è evidente un orzo di una certa zona influenza il risultato finale”. Ma non solo: “una ricerca che stiamo facendo da circa un anno ci ha portato a Impruneta, dove il maestro Massimo Carbone ha realizzato a mano delle anfore, i Pallò, con il logo di Oro, con quella terra così pregiata che non può uscire dal paese se non lavorata, la stessa della Cupola del Brunelleschi del Duomo di Firenze. In quelle anfore affiniamo dei nostri cocktail”. Si tratta di Where You Came From?, che si serve al tavolo direttamente in un Pallò da un litro. “La prima domanda che deve emergere quando si assaggia questo cocktail è: ma da dove arriva questo?”.

Limited edition & Whisky highball

Distillati speciali per i drink a tiratura limitata, solo 79 drink – il numero atomico dell’oro. “Il primo è a base di Ardmore 2009, fatto e imbottigliato per il Roma Whisky Festival di quest’anno”, che è saltato a causa Covid, con il distillato signature già imbottigliato. “È il Gronchi rosa del whisky” scherza Gentili. I sottobichieri numerati segnano il countdown che e la fine della disponibilità di quel cocktail “che non verrà più preparato, anche se la bottiglia sarà ancora disponibile in mescita o in miscelazione, per altri drink”.

E per diffondere un consumo meno impegnativo del distillato, c’è un highball, frizzantino e meno alcolico; “in Oriente si beve a tutte le ore e in diverse situazioni, un po’ come per noi il vino o lo spritz”. L’idea è servirla alla spina, anche come drink di benvenuto un po’ speciale. L’idea piace; scelto il whisky, un Toki Japanese Blended Whisky, 43% (il blended di punta della Suntory), manca la soda: “ne volevamo una che rappresentasse la tradizione italiana, ma una di cui si parla poco, insomma che fosse ancora da riscoprire”. Quale? La spuma, bionda per la precisione. “E dire spuma significa dire Paoletti. Quando siamo andati da loro non credevano fossimo seri” scherza Daniele. Invece sono più che seri: mettono mano alla ricetta originale, cambiano il bilanciamento dei botanical e aggiungono la loro firma, un tocco di tè Lapsang Souchong. Nasce la Spuma Oro Paoletti. Assemblata con il Toki, addizionata con anidride carbonica è un drink alla spina. Facile, facile.

casa manfredi

Cosa si mangia da Oro Whisky Bar

Oro non è un posto in cui si viene per cena” spiega Andrea, “ma qualcosa da mangiare c’è, una piccola proposta dolce e salata firmata dalla pasticceria di Casa Manfredi”. 5 mignon salati, 5 dolci (3€ l’uno e 12 euro per 5) e 2 monoporzione (7€ l’uno) che cambiano durante l’anno al pari della drink list. Alcuni sono classici della maison di viale Aventino, per esempio quello ai tre cioccolati o il Yes Pe-Can con la fava tonka – “per me il più buono di tutti!” fa Daniele – altri studiati su misura per il boutique bar, come quello con riso allo zafferano e oro (Cubo di L’Au), o quello con lo speck croccante e l’altro con foie gras, “abbiamo studiato gli abbinamenti che funzionano meglio con alcuni tipi di whisky, e glieli abbiamo detti. Per il resto hanno fatto tutto Daniele Antonelli e Giorgia Proia” che continuano la strada delle collaborazioni.

Oro Whisky Bar – Roma – viale Giotto, 1A – 06 89828151 – http://www.orowhiskybar.com – dal primo ottobre – prenotazione obbligatoria

a cura di Antonella De Santis

Le bibite alternative a Coca-Cola e Pepsi-Cola

Fino a pochi anni fa c’erano solo loro in vendita. Oggi continuano a monopolizzare il mercato ma devono fare i conti con aziende di soft drink premium che realizzano cola con ingredienti naturali e di qualità, scelte anche da fast food e chioschi di qualità, sdoganandola dal ruolo di bevanda pop e cheap. Un blind test del mensile di settembre del Gambero Rossoha messo in fila le migliori cola, in vendita in enoteche e cocktail bar. Qui quelle arrivate sul podio.

Storia della Coca-Cola

Chi avrebbe mai immaginato che una medicina sarebbe diventata la più famosa bevanda analcolica del mondo, ai vertici di gradimento, consumi e incassi? In neanche 40 anni, da rimedio contro stanchezza e mal di testa (e dipendenza dalla morfina) inventato nel 1886 dal farmacista statunitense John Stith Pemberton unendo le proprietà energizzanti delle foglie di coca e quelle aromatizzanti delle noci di cola (scopiazzando il Vin tonique creato dal corso Angelo Mariani più di 20 anni prima), la Coca-Cola conquista il mercato mondiale nel primissimo Dopoguerra. Nel 1927 sbarca in Italia, già confezionata nell’esclusiva bottiglia contour. Oggi è distribuita in tutto il mondo in oltre 200 Paesi e rappresenta il 55% delle vendite di bevande nel pacchetto Coca-Cola Corporation.

Storia della Pepsi-Cola

La Pepsi-Cola è di qualche anno più giovane, nasce nel 1897, sempre negli States, come bibita dissetante e digestiva a base di cola, e arriverà in Italia solo nel 1963. Sono loro a monopolizzare il settore, in una guerra ultracentenaria che ha attraversato tutto il secolo scorso e continua tuttora, durante la quale la più famosa soft drink è diventata un prodotto industriale, bevanda per definizione pop e cheap presente in tutti i canali della grande distribuzione, e per eccellenza del fast food. Niente più estratti di noci di cola e foglie di coca (nel frattempo private delle sostanze psicotrope), caramello, agrumi e spezie, che componevano la ricetta originale della Coca-Cola, con il suo famigerato aroma 7X.

Le due bibite oggi

Oggi le bevande industriali al gusto cola, come tutte le soft drink di massa, sono realizzate con l’aiuto della chimica: caramello E150d (che aumenta il rischio di cancro) come colorante, acido fosforico E338 (che sequestra il calcio e “ammorbidisce” le ossa) come correttore di acidità, aromi (naturali però, è dichiarato in etichetta), caffeina e zucchero sciolti in acqua con anidride carbonica. Ma da neanche un decennio se la devono vedere con prodotti competitor di fascia premium fatti con ingredienti naturali (per davvero), di qualità e in qualche caso biologici, distribuiti nel settore di nicchia: botteghe gourmet, enoteche, bistrot e wine bar di alto livello, ma anche chioschi e banchi di street food. Sono queste le cole del nostro blind test nel mensile di settembre del Gambero Rosso, assaggiate e valutate da un panel composto da mixologist, sommelier, esperti di birra e prodotti agroalimentari. Ottimi i risultati raggiunti dai prodotti biologici, realizzati senza coloranti, conservanti e additivi dannosi.

Top 3 dei soft drink alternativi a Coca-Cola e Pepsi-Cola

Al panel di degustazione hanno partecipato: Gabriella Ciofetta (assaggiatrice di olio), Massimo D’Addezio (bar manager di Chorus Café, Roma), Francesco D’Angelo (sommelier), Solomiya Grytsyshyn (head bartender di Chorus Café, Roma), Mara Nocilla (giornalista del Gambero Rosso), Mauro Pellegrini (presidente UDB, Unione Degustatori Birre), Paolo Trimani (titolare dell’Enoteca Trimani, Roma), Elvan Uysal (giornalista enogastronomica).

Le bibite alternative a Coca-Cola e Pepsi-Cola: Galvanina Bio Cola

1 – La Galvanina (Bio cola senza caffeina)

L’azienda riminese con i suoi soft drink premium e bio si posiziona sempre nella fascia alta delle nostre classifiche. Qui al primo posto, che fa il paio con il buon qualità/prezzo, grazie a una cola “naturale” prevedibile ma sorprendente. Pochi ingredienti e niente coloranti: acqua, zucchero di canna e zucchero caramellizzato bio, anidride carbonica, acido tartarico, aromi naturali. Color castagna, perlage sottile ma ricco e durevole, ha naso fresco, brillante e caratteristico, con note intense di cola, erbe e spezie quasi pungenti (pepe, zenzero) su un sottofondo di caramello e agrumi amari (lime), arricchiti al palato da aromi floreali di acacia, frutta in guscio acerba e mallo di noce, e ricordi di frutti tropicali. Gusto molto equilibrato, finale preciso e non stucchevole che lascia in bocca una sensazione fresca senza cedevolezze, aiutata da una piacevole effervescenza.

Bottiglia di vetro 355 ml prezzo 2,20/3 euro

Rimini – via della Torretta, 2 – 0541751315 – www.galvanina.com

Le bibite alternative a Coca-Cola e Pepsi-Cola: cola baladin

2 – Baladin (Cola)

Una cola sul podio per pulizia, espressività aromatica e grande bevibilità. Un prodotto molto ben costruito, che prende le distanze dalla classica bevanda. A cominciare dal colore, un luminoso rosso rubino dato non da coloranti artificiali ma da un infuso di noci di cola di Kenema Presidio Slow Food in Sierra Leone, limone, arancia, chinotto di Savona e spezie, che viene aggiunto all’acqua insieme a zucchero di canna, succo di limone, acido fosforico e anidride carbonica. La realizza B.Botanic, la newco di Baladin all’interno del birrificio di Teo Musso. Perlage sottile e persistente. Naso invitante che richiama fiori, agrumi e frutti rossi (rosa, hibiscus, ciliegia, arancia sanguinella, lampone…), ricordi di spezie, radici e vegetali amari. Gusto pieno, armonico, preciso e senza eccessi, persistente ma non stucchevole. Finale disteso e pulito, bella evoluzione in bocca.

Bottiglia di vetro 200 ml prezzo 2 euro

Piozzo (CN) – località Valle, 25 – 0173778013 – 0173742130 – www.baladin.it

Le bibite alternative a Coca-Cola e Pepsi-Cola: Solerosso Bio Cola

3 – Fava (Cola bio Sole Rosso)

Quasi sempre ai primi posti nelle nostre classifiche, con bevande sia a proprio marchio sia realizzate per altri brand, la storica azienda comasca sale sul podio con la cola della linea Sole Rosso bio. Ingredienti, oltre all’acqua: zucchero di canna, succo di limone da concentrato, vari estratti (di malto d’orzo, guaranà e bacche di vaniglia del Madagascar) tutti bio, anidride carbonica ed estratti di noci di cola. Color Cognac, bolla fine e non evanescente, è una cola complessa, intensa e intrigante da godere soprattutto con il naso. Profumi di caramello e di orzo tostato che cedono il passo a sentori di agrumi (bergamotto, arancia, mandarino), legno, radici, spezie (pepe, noce moscata), fiori ed erbe aromatiche (lavanda, tiglio), ricordi di frutta bianca. Bocca dolce di caramello e zucchero di canna, ma bilanciata da un tenue amaro finale e una buona acidità.
Bottiglia di vetro 275 ml prezzo 1,25/1,40 euro

Mariano Comense (CO) – via per Novedrate, 111 – 031745282 – www.favabibite.it

a cura di Mara Nocilla

QUESTO è NULLA…

Nel mensile di settembre del Gambero Rosso trovate la classifica completa con 9 usi della cola tra cocktail tradizionali e twist on classic, con i consigli di Valeria Bassetti (titolare del liquorificio DRINK-IT, Ciampino, Roma), Massimo D’Addezio, Cinzia Forte (barlady, titolare di Estremadura Café, Verbania), Solomiya Grytsyshyn, Mauro Pellegrini, Francesco Stefanelli (bartender e degustatore di birra).

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store

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Il dehors de Le Polveri a Milano


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Il micropanificio Le Polveri a Milano

La peculiarità di essere un micropanificio ha sempre contraddistinto per originalità il laboratorio di Aurora Zancanaro, a Milano. E di più, ne ha orientato sin dall’inizio il lavoro, mettendo in luce l’impegno e la passione di una giovane panificatrice alle prese con la sua prima scommessa in solitaria, forte però di avere tra le mani uno spazio intimo e familiare, quasi d’altri tempi, da far crescere un passo dopo l’altro, senza forzare i ritmi del mestiere artigiano. Ne abbiamo parlato varie volte. A distanza di quasi tre anni, Le Polveri è uno dei punti fermi della “nuova” panificazione a Milano. Ad affiancare Aurora, in quella che resta un’impresa tutta al femminile, sono arrivate Elisa e Maddalena, via via che il lavoro cresceva. Gli spazi di manovra, però, sono rimasti quelli di sempre. E in tempi di distanziamento sociale non è propriamente una fortuna: “Da marzo possiamo ospitare solo una persona per volta, si è persa la dimensione di condivisione e umanità che ci ha sempre guidato. Per questo abbiamo pensato di realizzare un piccolo dehors, come tanti hanno fatto in città, utilizzando lo spazio esterno a nostra disposizione” spiega Aurora soddisfatta dopo i primi giorni di rodaggio “Non avendo somministrazione non potevamo fare un dehors con tavoli e mise en place, quindi abbiamo deciso di aprire una sorta di salotto, uno spazio ammobiliato con sgabelli e panche, a disposizione del quartiere. Solo 7 metri quadri in tutto, allestito da Anna Paparozzi, che ne ha fatto anche uno spazio del riuso: ci sono i sacchi di farina vecchi messi in ammollo nella cera, le sedute sono i bancali con cui arriva la farina in negozio… La stessa struttura è realizzata con i tubi Innocenti. E lasciamo sempre un quotidiano, e dell’acqua a disposizione”.

Il dehors de Le Polveri

Il salotto all’aperto de Le Polveri

Sì, perché il salotto su strada de Le Polveri non è destinato esclusivamente al consumo dei prodotti del panificio, anzi, vuole essere un ritrovo per recuperare la socialità che è venuta a mancare negli ultimi mesi, sempre nel rispetto delle regole: “L’abbiamo immaginato e realizzato come un luogo dove ognuno fa quello che vuole: coworking, smart working, leggere un libro, allattare, controllare le email, mangiare e bere. Chi vuole usufruirne trova il regolamento necessario per rispettare uno spazio che è di tutti, a ogni ora del giorno”.

La Marzocco nel dehors de Le Polveri

Il contributo diretto del micropanificio, al momento, si sperimenta il sabato mattina (dalle 9 alle 13), quando il dehors si trasforma in una sorta di sala colazioni all’aperto (ma senza servizio al tavolo): “Portiamo fuori la macchina del caffè e Gianni (Tratzi, marito di Aurora e consulente per le aziende del caffè con la sua MezzaTazza consulting) propone un percorso di degustazione e divulgazione sul tema. Ogni appuntamento prevede la degustazione di un caffè monorigine diverso: sceglieremo sempre piccole torrefazioni italiane, per condividere cosa ogni territorio esprime”.

Tre dessert al piatto de Le Polveri

Dai dolci alla pizza, per ritrovarsi

Accanto, la proposta di dolci del giorno realizzati in laboratorio: “Abbiamo incrementato l’offerta dolce, oltre ai lievitati, proponiamo prodotti farciti al momento, con ricotta di pecora, miele di coriandolo, cioccolato monorigine della Tanzania, cardamomo, crema pasticciera con l’anice…”. Ma le novità non finiscono qui, perché a breve, ogni giovedì, Le Polveri proporrà il suo aperitivo pizza e birra in salotto, dalle 18.30 alle 21.30, “con le focacce baresi farcite con verdure di stagione di Erba Brusca, e le birre di Ribalta“.

Un lievitato per la colazione de Le Polveri

Questo spazio è un momento per ritrovare la convivialità, un’opportunità per tornare a fare cose che avevamo rinunciato a fare, in un contesto sereno, all’aperto. Costa fatica, c’è da lavorare di più, ma sono molto soddisfatta del risultato, nella sua semplicità. Le Polveri è un posto che è nato per raccontare e in questo periodo non riusciva più a farlo: quindi usciamo all’aperto e ricominciamo con lo stesso spirito”. Appuntamento nel salotto di quartiere, magari già il prossimo sabato.

Le Polveri  – Milano – via Ausonio, 7 – www.lepolveri.com

foto di Micheal Gardenia (fusilloLab)

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