Prodotti Semi di Tuscia

Quella di Stella e Lorenzo non è una storia di tradizione familiare, passaggio generazionale e tradizioni tramandate. Il pezzo di terra che curano con passione presso lo splendido borgo di Marta, in provincia di Viterbo, non lo hanno ereditato, se lo sono scelto con attenzione dopo tanti giri per il Centro Italia, spinti solo dalla voglia di costruire insieme un futuro diverso, fatto di gesti semplici ma quanto mai importanti. È però la storia di una famiglia, la loro: due innamorati con il pallino per la campagna e il cibo autentico, che insieme hanno deciso di dare una svolta alle loro vite: si incontrano del 2014 e 4 anni dopo, nel 2018, formalizzano la società agricola, progetto che inizia a concretizzarsi nel 2019 con l’affitto dei terreni.

Stella e Lorenzo

Semi di Tuscia, l’azienda agricola del Lazio

Nasce così Semi di Tuscia, per idea di un ex fisico sperimentale e una professionista del fundraising no-profit, prima compagni di vita e poi anche soci, con più di 5 ettari di terreno che comprendono ulivi, piante aromatiche e officinali e alberi da frutto. “Gli ulivi erano semi-abbandonati dai precedenti proprietari”, raccontano, “così li abbiamo recuperati e oggi produciamo olio extravergine di oliva appoggiandoci a un frantoio della zona”. L’obiettivo è quello di salvare altre piante, oltre a mettere su una coltivazione di piccoli frutti rossi e specializzarsi nella trasformazione dei prodotti.

La Comunità Rurale Diffusa

Ma l’azienda offre già un’ampia selezione di specialità, grazie alla collaborazione con altre attività del territorio, fulcro dell’intero progetto: “Il motivo che più ci ha spinti a trasferirci nella Tuscia è stata la fitta rete di colleghi del settore agricolo impegnati nella tutela dell’ambiente e la promozione del territorio”. Si chiama Comunità Rurale Diffusa ed è un nucleo di addetti ai lavori che copre una vasta zona che va da Orvieto a Bagnoregio, abbracciando borghi e località, una comunità fatta di tante realtà che portano avanti le loro attività singolarmente ma sapendo di poter contare sul supporto degli altri (ne avevamo parlato anche in occasione de Le Selvatiche, altra azienda assai valida della Tuscia focalizzata sulle erbe spontanee). “Prima di fermarci qui abbiamo girato per diverse campagne del Centro Italia, ma il concetto di collaborazione è ciò che ci ha convinti a restare”.

olio extravergine Semi di Tuscia

La collaborazione con le aziende del territorio

Oltre a valorizzare insieme i prodotti locali, i professionisti della rete organizzano dei mercati mensili dove vendere le loro specialità, e mettono a disposizione le proprie conoscenze per i colleghi: “Per distillare la lavanda, per esempio, siamo andati da un’amica che ha un’azienda agricola a Sorano, con laboratorio di distillazione. Cerchiamo di fare tutto nei paesini limitrofi”. Gli idrolati – acque di erbe – sono infatti tra i prodotti di punta di Semi di Tuscia, che realizza anche oli essenziali, tutto a partire dalle piante coltivate in biologico, “seguiamo i principi dell’agroecologia, lavoriamo in maniera rispettosa dell’ambiente e cerchiamo di restituire alla terra tutti i nutrienti necessari”.

prodotti semi di Tuscia

I prodotti di Semi di Tuscia

Presenti poi erbe essiccate e sali aromatizzati, ma anche composte di frutta caratterizzate dal gusto e profumo delle piante officinali, “che sono il nostro cavallo di battaglia”, come quella di susine e lavanda oppure fichi e timo. C’è l’extravergine, “quasi tutto caninese” e tante erbe aromatiche: rosmarino, mentuccia, origano, timo, alloro… Con i fiori di camomilla, poi, si preparano degli infusi confezionati in barattoli di vetro con etichette dalla grafica semplice, essenziale, ma curata nel dettaglio. I prodotti possono essere acquistati sul sito e presso il punto vendita, “ma a breve vorremmo entrare anche in alcuni negozi di Roma, oltre che su siti di delivery di qualità come Zolle o i Gas, i gruppi d’acquisto solidali”. Altre idee in cantiere? “Riuscire a offrire un’ospitalità turistica finalizzata a far conoscere i principi dell’agroecologia e le nostre coltivazioni”.

semidituscia.it

a cura di Michela Becchi

 

Carciofo cotto con Waveco

Il profondo mutamento dello scenario economico e sociale globale impongono cambiamenti radicali nei modi in cui il cibo è prodotto, trasformato e consumato anche in virtù della crescente necessità di maggiore sicurezza alimentare. Un ruolo sempre più determinante tende ad assumerlo la food innovation che permette agli addetti di ottenere una maggiore qualità del prodotto finale garantendo un’assoluta sicurezza alimentare per i consumatori. Oggi, grazie alle sue ricerche, la Next Cooking Generation è in grado di fornire al mercato la macchina waveco® (distribuita da Gourmet Services) con la sua innovativa tecnica con ultrasuoni focalizzati della maturazione spinta©: l’unica tecnologia brevettata presente al mondo che in maniera efficace può migliorare la qualità dei cibi.

Waveco

Waveco® e la maturazione spinta© in cucina

Cos’è la maturazione spinta©? È una tecnologia che migliora la struttura degli alimenti in tutti i suoi aspetti: un processo validato dal Team di ricercatori della Facoltà di Medicina Veterinaria dell’Università di Teramo che ha affiancato la sperimentazione aziendale. Il cibo è più sicuro, mantiene il suo sapore e si conserva molto più a lungo. L’utilizzo di waveco®, inoltre, permette di ridurre in maniera netta il food cost: risparmio nella spesa, nelle ore di lavorazione e nei consumi elettrici, riduzione dei tempi di preparazione e abbattimento netto degli sprechi di cibo (aspetto anche eticamente non secondario).  Sarà possibile, ad esempio, acquistare la carne direttamente dall’allevatore senza pensare alla frollatura: sarà effettuata successivamente con la macchina waveco® e senza sprechi né perdita di peso. Inoltre, anche tagli di seconda scelta potranno essere utilizzati perché la maturazione spinta© saprà renderli morbidi e facilmente utilizzabili: meno costi e più esperienza gustativa a tavola.

Waveco

I primi Food Lab waveco®

L’obiettivo di Next Cooking Generation è quello della divulgazione della tecnica a ultrasuoni focalizzati della maturazione spinta©. Gourmet Services – come partner – ha dato vita al Food Teramo Lab waveco®, luogo di incontro e condivisione sulla nuova tecnologia con demo e incontri diretti con gli Chef. Oltre a Teramo, l’altro Food Lab waveco® è a Milano, ed è in prograppa l’apertura di un Food Lab waveco® a Roma. “Accenderà un importante faro su una città come Roma, dove sono presenti tanti grandi chef”. Il Lab è un luogo dove l’innovazione tecnologica incontra le esigenze di tutti gli operatori della ristorazione del canale Ho.Re.Ca. Nel Food Lab waveco®, pertanto sarà possibile vedere e toccare la macchina, assistere al suo funzionamento e soprattutto constatare quali siano effettivamente i suoi vantaggi nel suo utilizzo durante l’attività lavorativa.

Partecipazione gratuita. Info e prenotazione obbligatoria:

Gourmet Services – numero verde 800.92.60.27

www.gourmetservices.it

[email protected]

Waveco® in cucina, una ricetta dello chef Igles Corelli

La ricetta della Faraona

Ingredienti per 4 persone:

  • 1 petto di faraona
  • 500 g di zucca violina
  • 100 g di frutti di bosco
  • spezie orientali, germogli di cavolo nero

Preparare il petto di faraona: eliminate le cartilagini e le parti ossee, inserirlo in un sacchetto per alimenti. Sistemare il sacchetto in waveco® e avviare la maturazione spinta© per 1h. Al termine, cuocere a bassa temperatura sempre in waveco®, a 65°C per 10 minuti.

Pulire la zucca, tagliarla a fette e cuocerla a bassa temperatura: a 98° per 28 minuti; quindi frullarla insieme alle spezie. Estrarre il petto di faraona dal sacchetto e finire la cottura in padella, per dare un po’ di reazione di Maillard. Impiattare: adagiare il petto su un piatto, aggiungere la crema di zucca e guarnire con frutti di bosco e germogli di cavolo nero.

Grazie all’azione degli ultrasuoni focalizzati della maturazione spinta©”, spiega Igles Corelli, “il petto di faraona acquisisce più morbidezza e succosità̀. Con waveco® rispetti ed esalti la materia prima riducendo i tempi di preparazione”.

Next Cooking Generation – www.waveco.it  

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Grappoli Gewurtztraminer

Siamo in Alto Adige, regione vitivinicola dove la cooperazione è da lungo tempo in auge: Tramin – questo è ora il nome ufficiale della cantina che nasce nel lontano 1898 – è la terza cantina sociale nata in ordine di età. Oggi, rappresenta oltre 180 famiglie – con un numero di soci ancora più elevato (circa 300), vista la parcellizzazione della terra e visto che, magari, padre e figlio possiedono e conferiscono singolarmente le uve dei rispettivi vigneti – e più di 260 ettari nella Bassa Atesina, sul versante occidentale della valle dell’Adige. Il comune di Tramin eccelle in molte varietà di uva, ma ha un rapporto privilegiato con il gewürztraminer che trova in questa microarea il suo indiscusso terroir d’elezione tanto da rappresentare nell’economia aziendale, con poco meno di 60 ettari vitati, quasi il 22% dell’intero parco vigneti.

Vitigni Gewurtztraminer

Gewürztraminer: un nome che trae in inganno

Per molto tempo il fatto di avere nel nome l’aggettivo “traminer” (che indica la provenienza: di Tramin o Termeno) ha lasciato erroneamente credere che il vitigno fosse originario di qui: ma la scienza, e in particolare la genetica, ci dicono che la varietà sia una mutazione spontanea dell’uva savagnin rosa, a sua volta derivante dal savagnin bianco, mutazione probabilmente verificatasi in tempi remoti nel Sud della Germania.

In verità, a quei tempi, il vino di Termeno, probabilmente prodotto allora con moscato e altre varietà locali, godeva già di grande fama tra i paesi germanofoni. Sono, infatti, numerose – dalla metà del Tredicesimo secolo in avanti – le testimonianze scritte che citano il vino di Tramin, considerato di elevatissima qualità. È molto probabile che in quel periodo storico qualche commerciante tedesco più furbo iniziasse a vendere il proprio vino (ottenuto dalla mutazione aromatica del savagnin) con il nome di Traminer giocando sulla notorietà del terroir. Si sarebbe quindi diffusa l’abitudine di dare a quell’uva il nome del nostro famoso comune vitivinicolo, aggiungendovi successivamente la dicitura “gewürz”, che in tedesco significa “speziato”.

Nussbaumer

L’acclimatamento dell’uva e il terroir del gewürztraminer

Il gewürztraminer, come mutazione del savagnin rosa – chiamato Roter Traminer in Germania – è un vitigno a bacca bianca sui generis visto che gli acini hanno colore rosa o rosa beige. Questa cultivar, dal germogliamento e dalla maturazione tendenzialmente precoce, ama il caldo e soprattutto i raggi diretti del sole e quindi in fase di maturazione produce molti zuccheri, ma perde velocemente l’acidità e quindi necessita dei siti più adatti. Terreni troppo drenanti e quindi caldi o microclimi troppo caldi, e il vino diventa subito pesante al naso e molle e quasi oleoso al palato. Al contrario, piantato in terreni freddi e poco drenanti o in zone fredde e poco soleggiate, produce vini magri al palato ma soprattutto vini poco profumati e poco aromatici, senza il bouquet così caratteristico del vitigno.

Verticale Nussbaumer

Il ruolo della cantina Tramin nel boom del Gewürztraminer e la figura di Willi Stürz

La cantina Tramin ha ben tre ottimi motivi per essere considerata una delle aziende portabandiera in Italia e nel mondo nella diffusione del gewürztraminer: dedica quasi 60 ettari alla cultivar (ben oltre il 20% del patrimonio viticolo aziendale); produce sei etichette distinte di gewürztraminer; è la prima cantina ad avere ottenuto 100 centesimi per un vino bianco italiano, prodotto proprio dall’uva regina della zona. In realtà, trovandosi al centro dell’areale più vocato per la coltivazione di un vitigno ottimo ma parecchio capriccioso, la cantina cooperativa di Termeno ha da sempre lavorato per la sua valorizzazione attraverso una produzione ineccepibile.

La svolta decisa che ha portato Tramin a far capire l’enorme potenziale del Gewürztraminer è arrivata con l’ingresso in azienda nel 1989 di Willi Stürz. Oltre al lavoro operato sulla base della piramide qualitativa dei vini di Tramin, ovvero sui soci, Willi ha deciso, insieme ai vignaioli più attenti, di individuare le zone maggiormente vocate per la coltivazione dei singoli vitigni e quindi di far nascere la linea delle selezioni. Ma il suo più grande merito è stato di credere in un grande Gewürztraminer secco e longevo, in grado di migliorare in bottiglia con il passare del tempo. Oggi Willi e Tramin hanno vinto la loro scommessa: il Nussbaumer siede di diritto tra i grandi bianchi del mondo.

Nussbaumer verticale

Cantina Tramin. Nascita ed evoluzione di Nussbaumer

Nonostante la prima annata di Nussbaumer sia databile 1990, è con lo sviluppo della linea delle selezioni e con la piena operatività di Willi Stürz, nel 1999, che nasce l’idea del Nussbaumer che oggi conosciamo e che si aggiudica per la prima volta il riconoscimento dei Tre Bicchieri, lunga serie che oggi ne totalizza ben 20. Le prime annate, limitate a 3-4mila bottiglie, sono state interamente prodotte dalla vigna del Maso Nussbaumer ed erano quindi etichettate come Nussbaumerhof. Cresciuta progressivamente la produzione, oggi, le bottiglie finali possono variare da 55 a 70mila secondo l’annata. Il vitigno è particolarmente fragile al momento della fioritura e quindi i grappoli, di solito piccoli e non molto fitti, possono essere segnati da problemi di acinellatura che ne può diminuire sensibilmente la produzione. Per stabilire il momento ideale di raccolta in vista dell’equilibrio finale e della ricchezza olfattiva dell’insieme, Willi si affida agli esami di laboratorio ma soprattutto alla sua esperienza.

QUESTO È NULLA…

Nel mensile di gennaio del Gambero Rosso trovate la nostra verticale con i giudizi sulle varie annate di Nussbaumer, dal 2017 al 1999. In più, tante curiosità sull’evoluzione e le dinamiche produttive del Gewürztraminer, dall’affinamento in legno al recente boom di vendite, oltre alle news aggiornate sulla sua diffusione in tutto il mondo. Non è finita qui: abbiamo anche intervistato Wolfgang Klotz, direttore commerciale marketing della cantina Tramin, che ci ha raccontato qualcosa in più sull’ondata di popolarità che ha travolto questo vino, facendone uno dei bianchi più amati dai giovani. E ancora: approfondimenti, mini-guide e il nostro ricco glossario con le parole indispensabili per esprimersi al livello degli esperti: non manca nulla!

Il numero lo potete trovare in edicola o in versione digitale, su App Store o Play Store. Abbonamento qui

a cura di Gianni Fabrizio

 

 

 

Salsiccia a punta di coltello della Macelleria Fratelli Varvara

Sono tante, tantissime, e non ce n’è una uguale all’altra. Ad accomunarle, solo i semi di finocchio (protagonisti di numerose ricette tipiche regionali, come i taralli, da non confondere con quelli napoletani) e la cottura alla brace, capace di esaltarne la componente aromatica senza alterare troppo il gusto. Le salsicce pugliesi rientrano di diritto fra gli insaccati migliori d’Italia: non a caso godono quasi tutte della denominazione PAT, assegnata ai prodotti agroalimentari tradizionali che rappresentano una preziosa fonte di ricchezza per il territorio in cui sono nati. Andiamo allora a conoscere nel dettaglio tutte le varianti locali, e se qualcuna manca all’appello non ce ne vogliate: sarà il pretesto per visitare la Puglia una volta di più!

Salsicce

Salsiccia pugliese. Le specialità di Foggia e Taranto

Iniziamo dal foggiano, nella parte settentrionale della Puglia, dove si produce una salsiccia a punta di coltello di sola carne suina, quella dell’Appennino Dauno. Oltre ai diversi tagli dell’animale come spalla e rifili di prosciutto o pancetta, la ricetta prevede anche l’impiego di peperoncino e semi di finocchio. A influire sul sapore e la consistenza finale è soprattutto la procedura di essiccazione, che si protrae al massimo per 30 giorni, e la conservazione occasionale sott’olio o sotto strutto di maiale: non è raro trovare in vendita le salsicce dei Monti Dauni all’interno di barattoli ben sigillati.

Salsicce Monti Dauni

Passando da Foggia a Taranto (tranquilli, non abbiamo dimenticato Bari: ci torneremo fra poco, per una sosta un po’ più lunga), il viaggio nella tradizione degli insaccati regionali prosegue con i salsicciotti di Laterza. In questo caso la carne è di manzo, e per aromatizzare i ritagli si impiegano esclusivamente aglio, prezzemolo, sale e pepe. Diversa anche l’origine dell’involucro, un budello di pecora che viene pulito e lavorato con cura prima del confezionamento.

Salsiccia alla salentina di Lecce

Eccoci giunti a Lecce: nelle zone della Puglia meridionale domina incontrastata la salsiccia alla salentina, composta da un mix di tagli magri suini e ovini (o, talvolta, bovini), cui vengono aggiunti numerosi ingredienti, dal sale agli aromi. Fra questi spiccano peperoncino, vino bianco, zeste di limone e prezzemolo; sono molti, però, i macellai che inseriscono nell’impasto anche cannella o chiodi di garofano. Il prodotto finale, conosciuto come “sardizza” o “sarsizza” in dialetto leccese, si distingue per il sapore ricco di sfumature e la freschezza aromatica delle carni lavorate (meno incisiva in caso di stagionatura, che di solito dura circa un mese). Volendo gustarla insieme ad altri cibi, l’abbinamento ideale è con i lampascioni e le patate.

Salsiccia alla salentina

La salsiccia pugliese nella provincia di Bari

Nel barese troviamo una varietà di salsicce non indifferente. Per orientarci abbiamo chiesto aiuto a Michele Varvara, che ha ereditato il mestiere (e il nome) dal trisnonno, proprietario di una piccola macelleria nel cuore di Altamura sin dal 1852. Laureato in Ingegneria chimica e promotore di numerose iniziative nel campo della valorizzazione agroalimentare, da qualche anno ha preso le redini della storica bottega di famiglia, giunta alla quinta generazione.

Salsiccia a punta di coltello dell’Alta Murgia

In provincia di Bari sono tantissime le interpretazioni della salsiccia pugliese”, racconta Michele. “Basti pensare che qui ad Altamura se ne trovano alcune con il peperone crusco, data la vicinanza della Basilicata, mentre a Nord prevale l’utilizzo delle erbe tipiche dell’Altopiano delle Murge. In altre zone, insieme alla carne, la ricetta si arricchisce anche di formaggi come il pecorino o il canestrato. In linea di massima, però, possiamo dire che la salsiccia a punta di coltello dell’Alta Murgia è composta da carne di suino, sale, vino bianco e peperoncino. Viene lavorata completamente a mano, senza passare attraverso i macchinari, e questo fa sì che abbia una grana quadrangolare: ce ne accorgiamo al momento del taglio, perché si sbriciola leggermente, a differenza degli altri tipi di salsicce (incluse le versioni industriali, frequentemente spacciate per prodotti autentici)”.

Salsiccia Alta Murgia
Salsiccia a punta di coltello della Macelleria Fratelli Varvara

Produzione della salsiccia dell’Alta Murgia

Per ottenere una salsiccia artigianale bisogna utilizzare un budello naturale, non sintetico“, precisa Varvara. “La preparazione è molto laboriosa, ma fa la differenza in termini di sapore e masticabilità. Dopo la macellazione, le budella di pecora o montone devono essere lavate più volte e messe sotto sale: una procedura che richiede mesi di tempo“. Lo step successivo consiste nella lavorazione delle carni, che vengono sminuzzate con il coltello e fatte riposare per circa un’ora.

A questo punto si aggiungono gli altri ingredienti per realizzare l’impasto e, una volta pronto, lo si lascia riposare in cella frigorifera per una notte intera prima di insaccarlo nel budello,” Anche il vino svolge un ruolo importante: è grazie alla componente alcolica che i liquidi fuoriescono durante le ore di macerazione. Inoltre, questo ingrediente “cuoce” la carne dall’interno e, insieme al sale, ne garantisce la conservazione. Ovviamente quella di Altamura è una salsiccia fresca e priva di stabilizzanti: meglio consumarla subito o il giorno immediatamente successivo.

Salsiccia a punta di coltello della Macelleria Fratelli Varvara
Salsiccia a punta di coltello della Macelleria Fratelli Varvara

Zampina, la salsiccia di Sammichele di Bari

Nell’area compresa fra Sammichele di Bari e Lecce viene prodotta la Zampina, una salsiccia contenente ritagli di maiale e manzo (o pecora) riconoscibile a prima vista per il diametro molto ridotto e la caratteristica forma a spirale. L’impasto si prepara incorporando alla carne tritata qualche cucchiaio di salsa di pomodoro con pecorino, sale e pepe. Il budello deriva dalla macellazione dell’agnello o del capretto; le origini della Zampina, infatti, sono legate all’esigenza dei pastori di usare in cucina la carne delle pecore che non avevano ancora partorito: sembra che già dal 1600 le interiora ovine venissero impiegate nella produzione di budelli per le salsicce di uso domestico. Un tempo, però, al composto si aggiungevano anche altri ingredienti come il pane raffermo e il timo selvatico.

Zampina pugliese

Ricette e consigli per gustare le salsicce pugliesi

La salsiccia dell’Alta Murgia dà il suo meglio nel ragù della tradizione napoletana, dove si usa al posto del midollo; il più delle volte, però, viene semplicemente scottata su una griglia rovente e gustata calda”, spiega Michele. “Qui in Puglia i pastori erano soliti farla cuocere in padella con le uova, preparando uno sformato sostanzioso per ritemprare il corpo e lo spirito a fine giornata. Un’usanza sempre meno diffusa, che la mia famiglia onora tutt’oggi“, confessa. “In ogni caso evitate di cuocerla al forno: si seccherebbe e risulterebbe troppo salata“. E la salsiccia “a rotella” di Sammichele? Provatela in abbinamento ai formaggi locali con un calice di Primitivo, oppure usatela per realizzare un primo piatto tipico pugliese come le orecchiette con le cime di rapa. Si sposa bene anche con la “fecazza a livre”, una soffice pasta di pane con la superficie croccante e la mollica morbida a base di farina, lievito di birra, olio e origano.

Salsicce e patate

L’evoluzione della salsiccia pugliese

Come abbiamo visto, la tradizione della salsiccia pugliese si declina in un’infinità di prodotti diversi. Varietà, però, non sempre è sinonimo di alti standard qualitativi: lo sa bene Michele Varvara, che ha scelto di adottare un modus operandi molto diverso rispetto a quella delle generazioni precedenti: “Per dirla in modo semplice, negli ultimi anni ci siamo posti l’obiettivo di trasformare la salsiccia pugliese da Cenerentola a protagonista del banco di macelleria. Abbiamo scelto di ridurre drasticamente la quantità di erbe, sale e vino bianco e di lavorare soltanto il capocollo -la parte nobile dell’animale- per esaltare al massimo il suo sapore. Gli altri tagli del suino, invece, li destiniamo alla produzione di salumi. Questo ci consente di utilizzare solo gli ingredienti necessari ad amalgamare l’impasto e insaporire la carne, che rimane protagonista“. Michele, poi, sta studiando delle soluzioni per inserire nel ripieno le parti tendinee, che spesso vengono scartate a priori. E continua a sperimentare giorno per giorno, per valorizzare sempre più le eccellenze del territorio in cui vive.

Macelleria Fratelli Varvara- Via Ugo Foscolo 50, Altamura, Puglia- Pagina Facebook

A cura di Lucia Facchini

Il contenuto di un pacco alimentare

Con le scuole, chiudono anche le mense

Quegli aiuti alimentari sono un insulto alle famiglie che li hanno ricevuti”. Così, Boris Johnson prende le distanze dall’ennesima polemica che travolge l’esecutivo inglese nelle settimane in cui tutti i nodi vengono al pettine, a seguito della definitiva uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. La questione, in realtà, fa riferimento a un problema extranazionale, causato dalla pandemia: la chiusura delle scuole in gran parte del mondo, nell’ultimo anno, ha privato gli studenti meno abbienti dell’unica possibilità di consumare un pasto vero e proprio, durante la giornata, alla mensa scolastica. Nel Regno Unito, anzi, a differenza dei Paesi che hanno interrotto il servizio scolastico in presenza da tempo, il problema si è posto solo nelle ultime settimane, a seguito del giro di vite predisposto per placare l’impennata di contagi.

Gli aiuti alimentari per i più piccoli in Inghilterra

Per far fronte al disagio, amplificato dall’incremento esponenziale delle situazioni di povertà e indigenza, il governo inglese – affidando alle scuole il compito di sottoscrivere appalti con società private – ha dunque predisposto la distribuzione di pacchi alimentari, consegnati a domicilio per consentire alle famiglie di difficoltà di provvedere al fabbisogno alimentare dei propri figli. Primo motivo di disappunto dell’opinione pubblica, la soglia di reddito massima per accedere agli aiuti, fissata a 7400 sterline l’anno, che finisce per escludere dal sussidio numerose famiglie che comunque faticano a portare un pasto in tavola. Ma la controversia precede la situazione d’emergenza, essendo questa una prerogativa già in vigore per determinare quali studenti possano beneficiare dei pasti gratis nelle mense scolastiche (circa 1 milione e 400mila bambini della scuola primaria, tra i 4 e i 7 anni di età, nell’anno scolastico 2019/2020).

Lo scandalo dei pacchi alimentari insufficienti

L’argomento più caldo, invece, tiene banco in questi giorni, a seguito della pubblicazione delle foto che alcuni genitori hanno condiviso sui social network, per dimostrare la scarsa qualità e la quantità insufficiente di cibo recapitato a casa, come da programma di aiuti alimentari. Foto che mostrano senza timore di smentita l’inadeguatezza del piano, per giunta sotto accusa per l’ammontare di una spesa pubblica ingiustificata a fronte della misera fornitura proposta alle famiglie. Ecco perché il premier inglese (e con lui il ministro della famiglia Vicky Ford), oggi, prende le distanze dall’accaduto, puntando il dito contro Chartwells, tra le società che hanno assunto l’impegno di assemblare e distribuire i pacchi alimentari finanziati dalle casse pubbliche. Le foto incriminate mostrano infatti qualche fetta di pane in cassetta e formaggio, un sacchetto di pasta secca, frutta e verdure in minima quantità (e un pomodoro di numero per condire la pasta!), una latta di fagioli in scatola e qualche snack dal dubbio valore nutritivo. Prodotti che – spiegano i genitori – dovrebbero coprire un fabbisogno di dieci giorni, dal valore modesto e invece compensati con un importo in denaro molto superiore a Chartwells (che a propria volta si difende, spiegando che il pacco equivale a soli cinque giorni di pasti in mensa, ma facendo ammenda, e promettendo che rimborserà le scuole, oltre a fornire la colazione gratis ai bambini).

bambina che mangia verdure

Garantire il diritto al cibo

Secondo il programma, le scuole che hanno predisposto il servizio in cambio di incentivi statali si impegnano a fornire pasti sani e bilanciati, prestando attenzione ai bambini che necessitano di una dieta speciale. Niente di più distante dai pacchi ricevuti negli ultimi giorni. Dunque, travolto dalle critiche, il governo si appresta a cambiare strategia, già a partire dalla prossima settimana, quando i pacchi alimentari saranno sostituiti da food voucher che permetteranno alle famiglie di acquistare personalmente il cibo, come del resto era avvenuto durante il primo lockdown, la primavera scorsa. E mentre, ovunque nel mondo, si discute di diritto alla scuola negato, l’Unicef torna a lanciare l’allarme sull’impatto che la chiusura delle scuole sta avendo sulle famiglie indigenti: “Per milioni di bambini quello a scuola è l’unico pasto che ricevono giornalmente. Senza pasti scolastici, i bambini sono affamati e la loro nutrizione sta peggiorando”.

Vista sul Colosseo al The Court


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Aiutarsi l’un l’altro. A partire dagli hotel

Da qualche mese ormai, con il subentrare delle rigide restrizioni d’orario all’operatività dei ristoranti, abbiamo preso confidenza con il termine staycation. Un’opportunità di lavoro per gli hotel che continuano a resistere nonostante la paralisi dei viaggi, che ha avuto effetti devastanti soprattutto nelle grandi città turistiche; ma pure un’occasione per i clienti che vogliono concedersi una cena al ristorante nell’unico contesto in cui è ancora permesso farlo, in albergo (a patto, però, di essere ospiti della struttura per la notte). Così, mentre da un lato fiorivano offerte e pacchetti speciali per invogliare a scoprire gli hotel nella loro nuova veste di presidi gastronomici delle città, dall’altro si stringevano alleanze tra chef costretti a interrompere il servizio e strutture alberghiere disposte a ospitarli nella propria cucina (a Napoli, un sodalizio del genere ha preso forma al Grand Hotel Parker’s).

Matteo Zed al banco

Roma 4 Roma. Un aiuto al bartending romano

Qualcosa di simile sta per succedere a Roma, all’interno di Palazzo Manfredi, hotel 5 stelle che vanta una delle viste più incredibili in città, direttamente affacciato sul Colosseo. Nel caso specifico, però, il focus si sposta sulla miscelazione. Roma 4 Roma, infatti, è un’iniziativa ideata da Matteo Zed, barmanager dell’altrettanto panoramico cocktail bar dell’hotel, il The Court. Negli ultimi giorni, tanti cocktail bar della Capitale si sono associati alla “protesta” nazionale “Abbasso e chiudo”, evidenziando quanto possa essere penalizzante, per un’attività abituata a vivere di notte, lo stop imposto alle 18 (che con il nuovo Dpcm rischia di trasformarsi anche in uno stop all’asporto). Chi lavora dietro a un bancone con serietà sa bene quanto fare di tutta l’erba un fascio, appellandosi genericamente a una movida da condannare, sia sbagliato, poco onesto e infamante. Perché cocktail bar non è sinonimo di assembramenti e orde di avventori molesti che infrangono le regola. Anzi – e l’abbiamo ripetuto più volte – la cultura del cocktail bar, quella fondata sul valore dell’accoglienza, la qualità del servizio e del drink nel bicchiere, dallo scenario di cui sopra prende le distanze.

Martini al The Court
Foto di Alberto Blasetti

The Court ospita i bartender della Capitale

Il progetto che prenderà forma al The Court, con cadenza settimanale, vuole ribadire proprio questo concetto. Ma soprattutto garantire ospitalità al mondo del bartending romano, che si riunisce per sostenersi e guardare con fiducia al futuro, offrendo agli appassionati di miscelazione una serie di appuntamenti d’autore di alto profilo: “Le regole stabilite dai nostri decisori, oltre a limitare gli orari dei bar, hanno costretto, in alcuni casi, alla chiusura di parte di essi”, spiega Zed. “Ho immaginato quanti clienti si saranno sentiti orfani del proprio bar preferito. Ho pensato, allora, di riunire alcuni bar qui al The Court. Per un giorno a settimana, il nostro bancone ospiterà un bartender della lista. Per nostra fortuna, nonostante tutto, il The Court è attivo e lavora. Mi piaceva poter condividere gli spazi, anche se solo per qualche ora, con altri colleghi, molti dei quali rimasti senza lavoro”. Gli incontri si terranno ogni giovedì pomeriggio, dalle 15 alle 18, a partire dal 21 gennaio (e fino alla fine di aprile, per un totale di 15 date già confermate), con il supporto di una serie di aziende del settore, che permetterà di servire i cocktail a un prezzo calmieratotra gli 8 e i 10 euro, con aperitivo offerto – rispetto agli standard del locale. È chiaro su questo punto Matteo Zed: “I clienti fanno parte a pieno titolo della comunità ‘allargata’ del bar; mi sembrava giusto dare loro la possibilità di bere direttamente dalle mani dei loro bartender preferiti. Ci tengo a precisare che non si tratta della classica operazione di marketing, con la guest altisonante. Al nostro bancone si alterneranno bartender noti e meno noti, provenienti da diversi locali della Capitale”.

Mario Farulla al banco

I protagonisti di Roma 4 Roma

Ecco, dunque, i nomi dei protagonisti che hanno già aderito e le rispettive date in calendario (gli appuntamenti sono su prenotazione obbligatoria, e si svolgeranno nel rispetto delle regola anti Covid):

21 gennaio Mario Farulla – The Chapter

28 gennaio Riccardo Rossi – Freni e Frizioni

4 febbraio Roman Popovici  & Silvia Carpene – Jigger Drink Bistrot Wine + Buseto

11 febbraio Marco Zampilli & Christian Ricci – Ru.De.

18 febbraio Raimonda Basso Bondini & Andrea Pomo – Jerry Thomas Speakeasy

25 febbraio Patrick Pistolesi – Drink Kong

4 marzo Joy Napolitano – The Barber Shop Speakeasy

11 marzo Roberto Artusio & Cristian Bugiada – La Punta Expendio de Agave

18 marzo Pasqualino Viscito + Alessandro Clementini – Empire + Quintessa

25 marzo Michele Ferruccio – Treefolk’s Public House

1 aprile Valeria Bassetti – Drink.it

8 aprile Danele Arciello ed Edoardo Coticoni + Alessandro Simeoni – Städlin + Acquaroof

15 aprile Daniele Armaro e Luca Giovanrosa – Latta Fermenti e Miscele

22 aprile – Egidio Fidanza e Mattia Ria + Ludovico Lembo e William Santamaita – Blind Pig + Tale

29 aprile Luca De Nardo, Jacopo Pitanti e Lukasz Kloc – Drop

 

Roma 4 Roma – The Court a Palazzo Manfredi – via Labicana, 125 – per info e prenotazioni 06 69354581 / [email protected]


LEGGI
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SCORIE – Il mondo del vino contro il deposito nucleare. Ecco quali potrebbero essere le Dop a rischio

USA – Rinunciare alla web tax per evitare possibili dazi sul vino italiano? A febbraio atteso nuovo carosello
MIPAAF – È crisi di Governo: Bellanova lascia l’incarico insieme a tanti nodi aperti. Il punto
OCM PROMOZIONE – “Ridurre percentuale di anticipo per poter finanziare tutti i progetti”: lettera della filiera
BIO – Ok al Senato per la nuova legge di settore. E arriva anche il bando da 4,2 milioni di euro
L’APPELLO – Serve liquidità: il Chianti Docg chiede di sospendere gli accordi di Basilea
FOCUS – Per Alta Langa dossier sul valore del territorio. Si scommette sul mercato italiano
PROSECCO – È boom di casi di evocazione nel mondo. E la Doc supera quota 500 milioni di bottiglie
TRUFFE –In Cina maxi-sequestro di falsi Penfolds. Primi effetti del contenzioso con l’Australia?

Prima paventate, poi minacciate e, infine, ufficializzate. Le dimissioni di Teresa Bellanova dalla carica di Ministra per le Politiche agricole arrivano in concomitanza con lo strappo annunciato dal segretario di Italia viva, Matteo Renzi, che ha ritirato la sua delegazione dal governo guidato da Giuseppe Conte. Con una lettera inviata via mail, assieme alla Bellanova, hanno fatto un passo indietro anche Elena Bonetti (Ministra per le Pari opportunità e famiglia) e Ivan Scalfarotto (sottosegretario agli Esteri). “Abbiamo deciso di rimettere il nostro mandato in nome della dignità e della nobiltà della politica e della nostra libertà e responsabilità individuale”, ha scritto la ministra annunciando sui social la lettera consegnata alla presidenza del Consiglio dei ministri.

Gli scenari del dopo dimissioni della ministra Bellanova

I vari scenari che si aprono da qui in avanti, mentre l’Italia è ancora in piena pandemia da Covid e deve votare un nuovo scostamento di bilancio, pongono molti interrogativi sulla tenuta della maggioranza ma anche sui provvedimenti attesi dalla filiera produttiva in relazione alle sfide che attendono l’Italia in questo 2021. “Non è stata una decisione facile quella di dimettersi. Fare la ministra” ha detto ancora la Bellanova in un video su Facebook “è un grande onore e l’ho fatto con tutto l’impegno possibile. Il mio è un incarico importante ma lo è veramente solo se hai la possibilità di incidere”.

Il passo indietro dell’esponente di Italia viva (che appena un mese fa rilasciava al Gambero rosso questa intervista) lascia aperte diverse questioni. In Europa, per esempio, perdiamo il suo forte contributo nell’ambito della discussione sull’etichettatura degli alimenti, su cui la ministra ha dato battaglia nei mesi scorsi in sede Agrifish, proponendo il logo nutrizionale facoltativo Nutrinform battery e schierandosi apertamente in difesa delle Dop, contro lo schema nord-europeo a semaforo (Nutriscore). Ma, soprattutto, rischia di restare nel limbo il grande lavoro – da fare – sulla definizione della nuova Pac e sui progetti del Recovery plan (Piano nazionale di resistenza e resilienza) che, come ha ribadito più volte la stessa ministra dimissionaria, dovrebbe vedere l’agricoltura tra le protagoniste nell’ambito degli obiettivi europei definiti dal Green deal europeo.

Dimissioni Bellanova: risultati e fallimenti

Dal 5 settembre 2019, data del suo insediamento (ne abbiamo tracciato un profilo all’indomani della nomina), sono diversi i provvedimenti su cui ha lavorato il dicastero a guida Bellanova. A novembre 2019, la ministra fece un primo e breve bilancio di quanto fatto illustrando un programma ambizioso (di cui abbiamo parlato nelle nostre pagine) che, partendo dall’azzeramento dell’Irpef agricola per il 2020, ha coinvolto, nei mesi a venire, l’universo femminile col progetto “Donne in campo” (rifinanziato per il 2021), poi i giovani attraverso agevolazioni creditizie per l’avvio di nuove attività, fino alla semplificazione burocratica nel settore primario e alla lotta al caporalato, in collaborazione coi Ministeri del Lavoro e dell’Interno, che mette in pratica i principi della legge del 2016 in un piano nazionale triennale di contrasto all’illegalità che deve ancora partire.

Il Covid ha dettato l’agenda della ministra Bellanova

Il programma della Bellanova per il settore primario ha dovuto, purtroppo, fare i conti con la pandemia da Covid-19, scoppiata improvvisamente a febbraio 2020, costringendo il Governo e il Mipaaf a operare in regime d’emergenza e rinviando molti obiettivi di partenza. Nonostante ciò, del mandato a guida Bellanova si segnalano altri importanti interventi come quelli per affrontare la Xylella in Puglia nel settore olivicolo, grazie a un massiccio piano straordinario da oltre 300 milioni di euro, che comprende anche la rigenerazione degli ulivi monumentali; l’impegno a livello internazionale tra febbraio e marzo 2020 per evitare i blocchi degli alimentari alle frontiere in una fase di diffusione rapida del Coronavirus in cui l’Italia veniva additata come untrice d’Europa; i finanziamenti a tasso agevolato erogati dalla primavera scorsa attraverso l’Ismea per le imprese agricole in crisi di liquidità; il lavoro a favore degli indigenti per garantire ai bisognosi l’accesso al cibo durante i primi mesi di pandemia (50 milioni di euro nel decreto Cura Italia); il fondo da 600 milioni di euro per affrontare la crisi del settore ristorazione penalizzato dalle chiusure disposte dal Governo per evitare la diffusione del Covid-19 (a gennaio 2021 sono state oltre 46mila le domande pervenute con richieste per 350 milioni di euro); i 150 milioni di euro a favore del comparto vitivinicolo per favorire la distillazione, il contenimento delle produzioni e le misure di decontribuzione fiscale; il miliardo di euro stanziato per l’agricoltura nell’ultima Legge di bilancio.

Il lavoro per il settore vitivinicolo

In particolare, il settore vitivinicolo rimane in attesa del protocollo unico nazionale di sostenibilità, guarda all’approvazione definitiva da parte del Parlamento della legge sul biologico, deve affrontare per vie diplomatiche il rischio dazi a carosello negli Usa e le eventuali ritorsioni per l’entrata in vigore della digital tax e guarda alla convocazione dell’atteso Tavolo vino in vista della campagna di promozione sui mercati esteri, in un’azione congiunta che prevede il coinvolgimento dei ministeri degli Esteri e delle Politiche agricole. Del lavoro della ministra Bellanova per l’agricoltura in circa 15 mesi, infine, non va dimenticato l’impegno per la regolarizzazione del lavoro nero (“oltre 200 mila le persone sottratte all’invisibilità”) e il contrasto allo spreco nella filiera agroalimentare. Quella che la ministra ha sempre voluto chiamare “filiera della vita” e che, a meno di clamorosi ripensamenti del suo partito, non avrà l’opportunità di sostenere più dalla più alta poltrona di Via XX Settembre che ha preferito liberare.

a cura di Gianluca Atzeni

A tre anni dalla sua scomparsa, Gualtiero Marchesi continua a influenzare la cucina italiana. E lo fa non solo con l’attività di quanti – allievi di prima o seconda generazione (come Riccardo Camanini, Alfio Ghezzi e molti altri ancora) – ancora oggi mettono in pratica il suo insegnamento nei ristoranti di mezzo mondo, ma anche attraverso un’eredità fatta di parole, pensieri, riflessioni che escono dallo specifico perimetro della cucina, per entrare nel mondo più ampio del pensiero (non solo) gastronomico. In cui la cucina non è che un tassello di un universo complesso, che incontra, unisce e mescola diversi ambiti del vivere, capace di attraversare confini e persino di provocare, con scelte poi rivelatesi anticipatrici di tanto di quel che è venuto dopo. Tenendo in vita e alimentando quell’idea nuova di una cucina connessa strettamente con le cose del mondo, finestra ed epicentro di un universo sociale, alimentare, culturale che Marchesi ha saputo rendere un tutt’uno con quanto portato in tavola. Con la figura – nuova – del cuoco pensante, capace di un lascito ancora da svelare fino in fondo.

I Quaderni della Fondazione Gualtiero Marchesi

Ci pensano i Quaderni della Fondazione Marchesi a far risuonare questa eredità. E lo fanno attraverso il coinvolgimento di tanti, chef e non solo, che partecipano di quella visione critica. Il primo dei Quaderni si intitola Italia | Francia, e indaga quel rapporto di soggezione, sudditanza e infine affrancamento della cucina italiana da quella d’Oltralpe. Un’emancipazione che tanto deve al Maestro, che – nel suo pellegrinaggio non privo di ostacoli nei santuari della cucina francese, che assume i contorni di un viaggio di formazione – va a scoprire l’allora nascente nouvelle cuisine, che metteva in discussione il modello Escoffier. Ne assorbe le istanze e le rielabora una volta tornato a Milano, aprendo la strada alla cucina italiana moderna e dando ragione al profetico Paul Bocuse (imperdibile la sua biografia) quando diceva che la cucina francese sarebbe decaduta “quando cuochi italiani si renderanno conto del patrimonio di ricette e prodotti che hanno”. Marchesi non se ne è solo reso conto, ma ha liberato la nostra gastronomia da regole e imposizioni, donandole una forma fluida che le permette di rinnovare continuamente i propri riferimenti. Nello spazzare via la polvere da questo patrimonio culinario, lo ha rilanciato e immerso nella contemporaneità, dando gli gli strumenti per emanciparsi dalla soggezione dalla cucina francese, al punto da soppiantarla nel panorama globale come cucina di riferimento.

Gualtiero Marchesi

Italia Francia. L’eredità di Gualtiero Marchesi

Questo è il passato. Ma cosa può dare Marchesi oggi a questa dialettica tesa tra i due versanti delle Alpi? Tanto; la riflessione – per esempio – su come la tradizione gastronomica viaggi a velocità diverse dentro e fuori i propri confini. Di come la memoria si esprima in forme e linguaggi differenti in casa propria e in altri paesi: decontestualizzata, scrive un’altra storia, che merita uguale attenzione. E se oggi le ricette italiane sono entrate di diritto nei ristoranti e nelle case di mezzo mondo – prova ne sia che i tunisini siano al secondo posto mondiale tra i consumatori di pasta dietro all’Italia – lo si deve anche alla nouvelle cuisine che ha infranto barriere e liberato da pregiudizi anche territoriali, mettendo in discussione proprio la supremazia culinaria francese.

A recipe by Gualtiero Marchesi

I contributi di chef, intellettuali, storici

Il Quaderno segue le tracce di questo cammino, varcando i confini del tempo e dello spazio. Indagando, per esempio, il posto che le due tradizioni conquistano nella ristorazione alta e in quella più semplice e a buon mercato, e come il paradigma tricolore si sia rivelato vincente proprio grazie alla sua natura popolare. Ma anche riflettendo sul rapporto tra le due grandi scuole culinarie in una conversazione a più voci tra Alberto Capatti (storico dell’alimentazione e Presidente della Fondazione Gualtiero Marchesi), Enrico Dandolo (AD del Gruppo Gualtiero Marchesi) con lo chef Pierre Gagnaire. O ancora cercando di capire come uno dei caposaldi della cucina italiana, La scienza in cucina e l’arte di mangiare bene di Pellegrino Artusi (di ciò è appena stato festeggiato il bicentenario), sia potuto arrivare nelle librerie d’oltralpe solo di recente, nel 2016, oltre 70 anni dopo la versione inglese. Marguerite Pozzoli, che ne ha curato la traduzione, racconta le difficoltà che ha affrontato in questo lavoro, trovandosi – in perfetta aderenza alle questioni poste da McLuhan – a dover adattare quel testo alla società che lo avrebbe accolto, operando un necessario tradimento per mantenerne integro lo spirito. Si passa attraverso le testimonianze di tanti cuochi – dai grandi maestri come Michel e Sebastien Bras al poco più che trentenne, Simone Cantafio – passando per intellettuali come Silvano Serventi o il filosofo, storico e teorico dell’arte, del design e dell’architettura Aldo Colonetti che cerca di operare un confronto tra i due paesi attraverso le loro identità culturali. Un mosaico di voci per continuare ad alimentare il lascito che Gualtiero Marchesi ha fatto alla cultura italiana.

Italia | Francia – I Quaderni della Fondazione Gualtiero Marchesi – 104 pp. – 20 €

a cura di Antonella De Santis

Foto pubblicitaria Tavernello

Saper sviluppare una comunicazione capace di aumentare il valore del brand (e, ancora prima, non danneggiarlo) si rivela operazione sempre più complessa. Nell’epoca dei social network, una svista può rivelarsi fatale, come dimostra il caso de La Molisana – solo l’ultimo, in ordine di tempo – che ha tenuto banco per giorni, polarizzando gli schieramenti di favorevoli e contrari. Nel settore dell’agroalimentare, la strategia intrapresa da oltre un anno a questa parte dalla cantina Caviro si rivela, in tal senso, particolarmente efficace.

La strategia di rebranding di Tavernello

Tanto più che, nel caso specifico, la sfida è quella di modificare la percezione dei consumatori verso un brand fin troppo noto, e non certo per le sue qualità sopraffine. Dal 2019, Caviro – che è la più grande cooperativa vinicola d’Italia – ha intrapreso un percorso con Ciaopeople, agenzia che ne cura la comunicazione digitale con l’obiettivo di smontare i pregiudizi su un prodotto che di certo non troverete nella Guida Vini di Gambero Rosso, ma che è pur sempre il best seller dell’azienda, il Tavernello. Così, negli ultimi mesi, il vino in cartone più popolare d’Italia ha inanellato una serie di successi comunicativi, trovando nell’ironia un mezzo ideale per superare gli stereotipi che accompagnano da sempre le considerazioni sul prodotto. Ne è esempio la campagna di pubblicità online che ha coinvolto il comico Maccio Capatonda, nei panni di un finto esperto di vino (con la complicità di tre veri addetti ai lavori: Luca Gardini, Alessandro Pipero e Andrea Gori, già assoldati alla fine del 2019 per un’operazione altrettanto irriverente): diffuso alla fine dell’estate 2020, il video ha cumulato milioni di visualizzazioni.

Grafica pubblicitaria Tavernello

Dalle prime pubblicità in tv ai social network

Da tempo, insomma, Caviro ha iniziato a lavorare sull’opportunità di scrollarsi di dosso l’immaginario fané associato alle prime pubblicità del Tavernello, che pure, nel loro genere, sono state pioniere nell’utilizzo del mezzo televisivo per raggiungere il grande pubblico: “La comunicazione di Tavernello era semplice, spensierata, rivolta a un pubblico moderno” ricorda oggi Benedetto Marescotti, marketing manager di Caviro “e la pubblicità era fatta sulle tv private, quelle che poi sarebbero diventate il network di Mediaset”. Così Caviro presentava la rivoluzione del vino in brik di Tetra Pak, battezzato nel 1983 con il nome Tavernello. Ma nella strategia odierna, in un settore come quello vinicolo che con difficoltà riesce a comunicarsi in modo accattivante, Tavernello ha cambiato pelle con un’operazione di rebranding convincente, avviata già nel 2017, a partire dal ripensamento del logo.

La pagina Instagram di Tavernello

Il profilo Instagram di Tavernello

E fare un giro sul profilo Instagram di Tavernello Italia lo dimostra. Al motto de “l’orgoglio, senza pregiudizio”, lo stile della pagina è quanto mai curato, con grafiche realizzate ad hoc, riferimenti alle più celebri opere del mondo dell’arte (Ceci n’est pas un brik, recita la grafica ispirata a René Magritte, che immortala un brik Tavernello, invitando a superare i preconcetti, scegliendo oltre l’etichetta), scatti fotografici patinati, degni di una rivista di moda.

Grafica Tavernello Magritte

E poi c’è l’invito a “giocare”, che coinvolge chi guarda in modo ironico; ma anche il consueto fare scanzonato che accompagna il suggerimento a scoprire nuovi prodotti della casa (per promuovere il Tavernello bio, per esempio, la pagina fornisce l’ironico identikit dell’ambientalista: “Chiedetegli cosa legge, vi risponderà le etichette. Lo troverete nel reparto Bio del supermercato a indagare con aria inquisitoria sulla provenienza della quinoa. Gli unici prodotti degni della sua attenzione provengono da agricoltura biologica, sono naturali, senza conservanti, coloranti e OGM. Ha detto no all’olio di palma e sì a Tavernello Bio”). Non ultimo, l’invito a guardare il bicchiere mezzo pieno (di Tavernello), per affrontare il 2021 con ottimismo. Anche perché se ce l’ha fatta Tavernello a svecchiarsi, ce la possiamo fare tutti.

https://www.instagram.com/tavernelloitalia/

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