Reportage

Il vecchio bagno pubblico che nasconde un pezzo d'Asia (dove mangiare zuppe cinesi e verdure perfette)

Nel quartiere più vivace di Londra est, un piccolo palazzo si trasforma in mensa sociale. Il menu? piatti semplici che tengono insieme una comunità

  • 17 Ottobre, 2025
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L’insegna incisa nel cemento, in altorilievo, può trarre in inganno. Public washing baths, si legge alzando lo sguardo. Ai lati, due porte verdi come il fondo di una piscina abbandonata: su una, “Women”; sull’altra, “Men”. Mattoni rossi, colonne d’ingresso leggermente scrostate, un’aria da edificio sospeso tra due epoche. Davanti, un uomo anziano con un impermeabile blu stropicciato combatte con la sua bici da corsa: prova a fissarla alla ringhiera, rinuncia, la parcheggia più avanti.

L’entrata dell’Esea Community Centre – Foto Sonia Ricci

È l’ora di pranzo. Sulla bacheca accanto all’ingresso, piccoli cartelli plastificati elencano il menu del giorno: riso bianco, brodo di pollo, verdure saltate. Una conferma: qui non si lavano più corpi, ma si nutrono legami. Quello che un tempo era un bagno pubblico di quartiere oggi è una porta spalancata sul Sud-est asiatico, una fessura di vapore e zenzero dentro la Londra dinamica di Hackney (qui una mega guida per visitare East London in tre giorni).

Una città nella città

Un gruppo di anziani gioca a Mah Jong – Foto Sonia Ricci

Da oltre trent’anni, Hackney Chinese Community Services (Esea) è un punto d’approdo per chi arriva da Hong Kong, Guangzhou, Hanoi, Kuala Lumpur. Un luogo dove si mangia, certo, ma soprattutto si resta. Dove ci si riconosce in gesti che altrove sembrano scomparsi: le mani che versano il tè, le risate che scivolano tra le ciotole, i silenzi pieni di senso.

Siamo a Englefield Road, nel cuore di un East London gastronomico e contraddittorio: tra caffè minimal e panetterie super in voga, questa piccola associazione culturale resiste come un’eco di casa, un odore di brodo che non si confonde con nessun altro. Ogni giorno qui si alternano anziani con i capelli bianchi e schiene diritte, giovani volontari, famiglie, ragazzi che si fermano a chiacchierare o a suonare. Una piccola stanza è dedicata al Mah Jong, un gioco da tavolo tipico della Cina in cui ci si sfida in quattro. Ci sono corsi di canto, di danza del dragone, di tai chi mite, perfino un gruppo di lettura. È un microcosmo ordinato, una città nella città.

Seguendo il profumo del tè

Il bar – Foto Sonia Ricci

Superata la porta verde, si entra in una stanza che profuma di tè nero e vernice fresca. Sulla sinistra, un bancone in legno chiaro ricavato da un vecchio mobile: sopra, una caraffa d’acqua del rubinetto e un bollitore d’acciaio sempre acceso. Le tazze spaiate, alcune con loghi sbiaditi di supermercati, raccontano la storia di chi le ha donate. Le pareti sono piene di piante – Monstere, Alocasie, qualche ficus – e di voci che si intrecciano. L’atmosfera è quella di una casa vissuta, più che di un centro culturale.

Nella sala principale i tavoli rotondi sono già apparecchiati. Senza tovagliette, solo piccoli piatti dai bordi dorati sul tavolo nudo, le bacchette leggere di bambù. I carrelli di ferro arrivano dalla cucina spingendo vapore e chiacchiere. Sembra di entrare in una fotografia di Luigi Ghirri, con i toni pastello e la luce che filtra obliqua dalle finestre alte.

Il sud-est asiatico dentro a un tavolo rotondo

La sala da pranzo – Foto Sonia Ricci

Ci sediamo in otto, attorno a un tavolo che non conosce confini. Nessuno ha un piatto proprio. Tutto è messo al centro, come un piccolo atto di fiducia. Mio padre, che parla solo italiano, prova con un inglese impacciato: Is it spicy? La signora accanto a lui ride, scuote la testa. “No spicy, no spicy”. Poi gli passa il mestolo. È un linguaggio fatto di sorrisi, cucchiai e lentezza.

Vicino al muro, due volontari distribuiscono riso da una grande ciotola. Qui si mangia cantonese, cinese, vietnamita e malesiano, e ogni giorno il menu cambia. Le mani si muovono con un’economia perfetta: servono, passano, aspettano. L’acqua si versa da bottiglie riutilizzate, il tè caldo si riempie da un termos metallico che non si svuota mai. Tutto è semplice, ma di una semplicità costruita negli anni, come una grammatica invisibile della convivenza.

L’arrivo dei piatti in tavola – Foto Sonia Ricci

Le ciotole arrivano una dopo l’altra, in un ordine che non è scritto ma che tutti sembrano conoscere. La prima è la Soup of the Day, una zuppa chiara, quasi trasparente, attraversata da fili di zenzero e da scaglie di cipollotto. Il vapore sale piano, si attacca agli occhiali, sbiadisce i contorni della stanza. È un gesto di inizio, un modo per dire: siediti, sei a casa. Nella cucina cantonese la zuppa è sempre la prima parola, la più dolce, quella che riporta alla salute, alla madre, all’infanzia. Una ragazza del nostro tavolo si alza e la versa per tutti.

Quadrati di carne di maiale tritata – Foto di Sonia Ricci

Uno dei carrelli è piano di vassoi con il Tung Chye Steamed Minced Pork, carne di maiale tritata e cotta al vapore insieme a verdure in salamoia. Il piatto arriva in un piatto piano, diviso in porzioni irregolari, cosparso di coriandolo fresco. Il suo profumo è quello delle cucine del Sud della Cina, dove il tempo ha ancora la densità del brodo e l’aria di casa sa di vapore. È un piatto silenzioso, senza decorazioni, fatto per chi conosce la lingua delle cose semplici: il sale delle verdure conservate, la morbidezza del maiale, la lentezza della cottura. È fantastico.

Un pollo pazzesco

Ma il piatto più goloso è sicuramente il Sweet and Sour Chicken, con i suoi colori da pittura pop: cubi di ananas, pezzi di pollo, peperoni rossi, cipolle lucide come smalto. È un piatto di ritorno, nato nel Sud della Cina ma cresciuto all’estero, diventato una sorta di ponte tra mondi. E con un sapore agrodolce inconfondibile. Un tempo simbolo della cucina “da ristorante”, oggi è tornato nella sua forma più sincera, cucinato senza troppa dolcezza, con un equilibrio che solo le mani di chi l’ha fatto mille volte possono trovare.

Accanto, le Mixed Vegetables Stir-Fry con riso bianco: carote, taccole, bok choy, germogli. È il respiro della cucina quotidiana, la misura di chi cucina per nutrire, non per stupire. Ma è comunque il piatto migliore di tutti e quello che per primo finisce.

Tutto è disposto al centro del tavolo, come un piccolo esercizio di fiducia. Non esistono porzioni singole: ogni piatto è un invito, una conversazione. Si serve l’altro prima di servire se stessi. Qualcuno versa il tè andando e tornando dal bancone self-service, un altro riempie le ciotole di riso. Le mani si muovono in silenzio, in una coreografia imparata col tempo.

Carrelli lenti e suoni gutturali

Alcuni degli ospiti che frequentano il lunch club – Foto Sonia Ricci

I sapori parlano di un Sud-est asiatico domestico, non turistico: quello delle cucine di Kuala Lumpur, di Hong Kong, di Guangzhou. Sapori che si tramandano per abitudine più che per ricetta, con la discrezione di chi non ha bisogno di spiegare. Fuori, la pioggia inglese, fitta e fastidiosa, si appoggia ai vetri come un secondo strato di vapore. Dentro, il pranzo continua, lento, ordinato. Si chiacchiera a bassa voce. Tutto scorre nella calma minuta, ti giri attorno e pensi che il tempo migliore è quello condiviso.

I carrelli – Foto Sonia Ricci

Si finisce per sedersi pure ai tavoli degli altri, senza volerlo, con molto imbarazzo. Un ragazzo con gli occhiali racconta che qui c’è cresciuto fin da ragazzino. Sua madre veniva a ballare, lui ha imparato a cucinare guardando le volontarie. «Non sapevo dire grazie in cantonese», dice, «ma sapevo friggere i noodles». Si ride. Mio padre annuisce per tutto il pranzo, anche se non capisce tutto. Ma le parole diventano musica e tra un risucchio e l’altro la lingua che meglio si parla diventa meno importante. È un momento di comunicazione imperfetta ma potente.

Il gioco del Mah Jong – Foto di Sonia Ricci

Fuori, il cielo si è fatto bianco come la carta cerata dei dumpling. Dentro, il pranzo scorre lento. Nessuno ha fretta. Qualcuno sparecchia, un carrello cigola, un altro tavolo ride. Poi, dal fondo della sala, arriva un suono secco, ritmato: tac, tac, tac.

Quattro uomini si sono seduti intorno a un tavolo quadrato. Hanno aperto una valigetta di legno. Dentro, le tessere del Mah Jong brillano come piccole porcellane. Le dispongono in fila, con la concentrazione di chi costruisce una storia. Ogni tanto una parola – gutturale, breve, intraducibile – scivola tra i colpi. Poi un coro improvviso, e risate. Rimaniamo a guardarli in silenzio.

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