Montalcino

"Brunello classico o moderno? Se cambia lo stile è anche questione di clima". Il confronto tra i produttori

La diatriba tra tradizionalisti e modernisti continua, ma stavolta a parlare sono le stesse cantine. E c'è chi lancia la sfida: "Forse prima di tutto dovremmo cambiare lo stile di comunicazione verso i giovani"

  • 04 Dicembre, 2025
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Brunello classico o moderno? Dall’edizione 2025 di Benvenuto Brunello è emersa tra i critici impegnati nell’analisi dell’annata 2021 una diatriba tra i tradizionalisti, ancorati al Brunello classico, strutturato, corposo e tannico, per non tradire gli aficionados, e i modernisti, aperti alla ricerca di leggerezza e bevibilità per venire incontro al gusto contemporaneo. Anche il presidente Giacomo Bartolommei, titolare di Caprili, l’azienda di famiglia, ha preso una posizione chiara sul punto: «Il Brunello è un vino austero e così resterà. Noi non seguiamo le mode». Abbiamo sottoposto il tema ad altri produttori del territorio: il dibattito continua.

Il Brunello cambia perché cambia la società

«La società va più veloce tutto è più immediato. C’è minore disponibilità finanziaria e lo stoccaggio va ottimizzato: la ristorazione ospita meno vino in cantina e cerca vini più pronti. Insomma l’approccio al consumo cambia», spiegano Miria Bracali, enologa, e Serena Storri, responsabile marketing e comunicazione della famiglia Cecchi che a Montalcino ha Aminta. «In cinque anni, e non trenta, il gusto è cambiato: c’è l’ossessione dei pinot neri che dettano la tendenza  dello stile: si cercano finezza e minore concentrazione, anche se ciò non esclude la longevità».

Qualcuno ammonisce però che un Brunello più contemporaneo rischia di perdere qualcosa in termini di longevità: «Rischio di prendere longevità? Non sono d’accordo. Non è detto che un tannino più vibrante o scomposto rischia di non andare avanti. L’equilibrio garantisce sia la beva che la longevità», assicura Giuseppe Gorelli, enologo dal ricco curriculum, grande conoscitore del territorio e del mondo del Brunello con tante esperienze alle spalle, titolare dell’azienda omonima. «La mia teoria è di estrema semplicità, tanto nella fase fermentativa che in quella di affinamento: la qualità si fa nel vigneto e devo dire che questi che oggi lavoro, grazie a Maurizio Lambardi, erano tenuti veramente bene. Il risultato è all’insegna della naturalezza con vini che hanno nella finezza e nell’eleganza i loro tratti distintivi».

Questione di clima

C’è chi ne fa una questione di clima. «Noi abbiamo un approccio tradizionalista. Sulla base di acidità e ph vogliamo vini longevi. L’annata 2021 è pronta, ma non è una scelta nostra», dicono i rappresentanti di Salicutti, a sudest di Montalcino. Lo stesso per l’azienda San Lorenzo, posizionata a ovest: «Abbiamo più alcol, non è un cambio di stile ma il risultato del cambiamento climatico».

Matteo Benvenuto, responsabile dell’accoglienza e del markentig della cantina Quercecchio, versante ovest, dice: «Da due anni i nostri vini escono a 15 gradi, però l’acidità li aiuta molto a non essere aggressivi e caldi: anche se di pronta beva hanno gradevolezza. Possiamo dire che la via della nostra gestione naturale è questa: buono subito e buono nel tempo».

Ci spostiamo a Castello Romitorio, la cantina di proprietà di Sandro Chia, artista toscano fra i principali membri del movimento della Transavanguardia italiana. «Con il cambio del clima, tutto è cambiato. Serve un lavoro di selezione in vigna e sulla maturazione. La mano dell’uomo è importante e non è così necessario massacrare la buccia». Stefano Martini si autodefinisce «contadino», ma è il deus ex machina dell’azienda. «Ogni anno chiede un approccio diverso – continua – ma siamo cresciuti molto nella selezione dei legni. Serve sempre una spalla importante. Il vino deve rimanere leggiadro, ma non bisogna perdere struttura e capacità di invecchiamento. Tutto questo per arrivare a un vino accessibile».

«Negli anni ’90 i vini erano più strutturati, si usavano botti piccole e c’era maggiore estrazione: non erano tanto delicati», dice Francesca Arquint, titolare dell’azienda Collemattoni con il marito Marcello Bucci, entrambi enologi. «Ritornare alla tradizione per noi è importante – continua – ma nel sud abbiamo affrontato difficoltà climatiche con qualche rischio per il raccolto. Maturazione tecnologica e fenologica non coincidono come nel passato e negli ultimi anni i vini hanno gradazione più elevata. Bisogna lavorare molto bene in vigna», conclude.

Rappresentare il territorio

«Ogni produttore deve rappresentare la zona in cui si trova: nella zona sud dove siamo noi, il Brunello è più corposo e fruttato. Ma a me il vino piace berlo, mi piace che sia goduto subito», assicura Elisa Fanti della storica azienda Fanti. «Il sangiovese è complicato: quando non è maturo è verde, è ruvido, l’approccio è difficile. Nel 2024 l’uva ha fatto fatica a maturare: noi dobbiamo mantenere eleganza, ma con la maturità dell’uva, per evitare il tannino verde. Ogni zona ha il suo vino, ma l’uva deve essere matura. Noi siamo diventati grandi con vini più beverini. Il Brunello deve essere un vino importante: magari si pecca un po’ nella gradazione alcolica, ma quando il vino è complesso, l’alcol non lo senti. Se c’è la struttura cambia poco», conclude.

Sul versante le fa eco Lorenzo Pacenti dell’azienda Franco Pacenti: «Il mio terreno non consente vini corposi, così anche le annate calde si abbinano a versioni fresche e finezza. Non abbiamo cercato mai vini potenti, a nord di Montalcino possiamo contare su eleganza e freschezza».

E sempre a nord si trovano Caparzo e Altesino. «Negli anni ’90 i vini erano superconcentrati, ora prevale la tendenza verso l’eleganza. Ma seguire le mode del momento significa perdere l’identità: bisogna rimanere se stessi sempre. Noi vogliamo fare un vino che dura», dice Alessandra Angelini, titolare delle due aziende con la mamma Elisabetta Gnudi. «La nostra realtà si trova a nord di Montalcino – continua – e i nostri vini sono da sempre fini ed eleganti: non abbiamo bisogno di cambiare il nostro stile, restiamo fedeli alle nostre vigne. Ogni anno cerchiamo l’equilibrio a prescindere dalla moda del momento».

Questione di identità

«Non penso che la tradizione del Brunello sia la difficoltà di beva. Non bisogna confondere la facilità di beva e l’eleganza con la semplicità: altrimenti c’è il rischio di snaturare il vino. Ma bisogna anche sfatare il mito che il Brunello tannico, spigoloso, difficile da apprezzare subito sia preferibile. Evitiamo anche di banalizzare questa storia: fare meno paura a un certo tipo di consumatori, senza eccessivi sensi di inadeguatezza». A parlare è Alberto Passeri, agronomo, socio e direttore dell’azienda La Gerla, sita a nord nella zona dei “Canalicchi”. «Noi diamo da sempre priorità a eleganza e bevibilità. Il titolare fin dall’inizio aveva l’esigenza di apprezzare subito i vini. Eleganza vuol dire bevibilità e approcciabilità. I nostri vini sono longevi e complessi».

Qualcosa, nel tempo, è cambiato. «Anche i Barolo di 20 anni fa erano più tannici, poi sono stati smussati ma ciò non toglie identità al barolo. Con il miglioramento delle tecniche si fanno vini più snelli, ma ciò non va inteso in senso negativo. Il Brunello ha uno spiccato carattere: è il mercato che deve riconoscere la nostra identità».

Sulla stessa lunghezza d’onda è Gianni Pignattai guida della cantina Pietroso: «Il Brunello è un classico: ha caratteristiche che vanno rispettate, viceversa non trovo geniale seguire le mode. Oggi può avere caratteristiche diverse: a causa del cambio climatico, certi esemplari sono diventati più approcciabili, ma non devono essere mai sottili: il Brunello resta un vino di corpo e di struttura, proprio come dice il disciplinare, un vino importante dal grande impatto in bocca. Su questo non ho dubbi».

Rispettare la natura

Interessante il punto di vista di Gigliola Giannetti, titolare delle Potazzine: «Rifuggo le mode, sono sempre stata contro gli stili, non è quello che ti dà la natura. L’importante per me è portare l’uva in cantina senza essere invasivi». Poi aggiunge: «La ricerca di accontentare il mercato non mi appartiene. Tanti importatori e critici mi chiedono: “hai cambiato qualcosa?”. Io dico di no e loro rispondono: “meno male”. I fine wine devono avere la loro identità, non dobbiamo sciupare quello che ti dà la natura». Ed eccola, l’impronta della natura: «I miei vigneti sono a un’altitudine importante, quindi esprimono eleganza. Ma questo non vuol dire che il vino è vuoto o piatto. Sotto c’è sempre la struttura del Brunello. Quando senti l’alcol e il legno vuol dire che hai sbagliato qualcosa, ma non puoi togliere certe cose all’annata».

La sfida della comunicazione

«Un Brunello di 15-16 gradi alcolici è troppo. Gli agricoltori devono essere bravi a gestire il cambiamento climatico lavorando meglio i terreni. In ogni caso, io manterrei la tradizione. Il Brunello moderno non ha senso» dice Giovanna Neri, anima di Col di Lamo nella zona di Torrenieri, a nordest di Montalcino. «Per me Col di Lamo – continua – è una filosofia aziendale: un vino che sia tradizionale, ma uno stile duraturo dell’azienda che ti distingue senza manipolare la natura. I miei vini sono eleganti: non ho mai fatto vini troppo grossi o alcolici con eccessive estrazioni. E poi, da disciplinare il Brunello può partire da 12,5 gradi. Il produttore deve essere talmente bravo da avvicinare il mercato al proprio stile. Come diceva Coco Chanel: “La moda passa, lo stile resta”».

Neri lancia una sfida: «Il nostro problema, piuttosto, è una comunicazione troppo antica, è diventata troppo pesante e tecnica. Io farei una comunicazione diversa: se vuoi conquistare un mercato di persone giovani dobbiamo dire basta agli odori e alle annate, in certe masterclass siamo al limite della sopportazione, dobbiamo tornare a storia ed emozioni. Il vino è gioia, noi l’abbiamo fatto diventare troppo serio e vecchio. Per avvicinare mercati nuovi, serve una comunicazione più semplice e diretta. È un tema generale, però una denominazione importante come quella di Montalcino dovrebbe dare l’esempio».

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