Le feste hanno un rumore di sottofondo. Secco, breve e inconfondibile. Il tappo dello spumante che salta non è un effetto collaterale: è l’annuncio ufficiale che qualcosa sta per accadere. Le bollicine diventano così una soglia, un annuncio. Durante i festeggiamenti forse nessuna altra tipologia di vino possiede questa capacità di segnare un preciso momento e trasformarlo in un istantanea di gioia. Ma come nasce questa associazione tra bollicine, schiocchi di tappi e momenti di celebrazione?

In origine, il vino della celebrazione non era lo “spumante” in senso generico.
È lo Champagne, prima di ogni altra bollicina, a farsi carico di un valore simbolico che va oltre il gusto: rappresenta eccezione, solennità, festa ufficiale. Questo ruolo viene acquisito in un contesto preciso: quello della monarchia francese. In particolare, il vino prodotto nella Champagne accompagna da sempre i momenti fondativi del potere. Con il battesimo di Clodoveo, alla fine del V secolo, la città di Reims diventa il fulcro della monarchia; qui il vino della regione — all’epoca fermo e ben lontano dalle bollicine che conosciamo — acquista un legame con la corona.
Secolo dopo secolo, quel vino si trasforma, diventa effervescente e si consacra come il ‘vino dei re’, celebrando ogni ascesa al trono fino al 1825, quando Carlo X fu l’ultimo sovrano a essere incoronato proprio nella cattedrale di Reims.
Con il XVII secolo e la nascita dello Champagne “moderno” con il suo tappo in sughero che salta per la pressione, il suono secco dell’apertura, introduce qualcosa di nuovo nel mondo del vino: una teatralità e una ritualità nuova. Arriva nelle corti europee, e non si accontenta di diventare un vino che accompagna il pasto, ma diventa un mezzo che lo celebra. Così, da vino dei re, diventa vino dei banchetti, degli eventi più importanti e memorabili.

Arriviamo al Novecento: lo Champagne esce dai palazzi ed entra nella vita e nelle abitudini di consumo della borghesia che lo consacra come una bevanda della celebrazione collettiva. Un passaggio cruciale, che dietro il rituale della bottiglia fredda, il tappo che salta, le bollicine nel bicchiere, determinano l’associazione dello spumante con i momenti di festa. Tuttavia, maison come Veuve Clicquot e Moët & Chandon contribuiscono a trasformare lo Champagne in un simbolo universale di festa, grazie all’uso della pubblicità.
Con la diffusione delle tecniche di spumantizzazione tramite la rifermentazione in bottiglia, nascono nuovi territori, nuovi produttori ed etichette. Tuttavia la simbologia non cambia, ma si affianca a questi nuovi spumanti. Che si tratti di Prosecco, Franciacorta, Cava o altri denominazioni, tutti ereditano il ruolo e il significato del vino francese. A questo punto non importa più da dove venga il vino: ciò che conta è la presenza delle bolle. Leggere, festose ed evanescenti.
Ogni tappo che salta ripete un gesto antico, nato nelle cattedrali e arrivato nelle corti, transitato nei saloni borghesi e approdato infine alle tavole di tutti. Il brindisi che segue l’apertura è sempre stato un atto di buon auspicio, prima ancora che di celebrazione: un rito propiziatorio, un modo per segnare il passaggio da un tempo all’altro. Non è un caso, infatti, che allo scoccare della mezzanotte del nuovo anno si affidi proprio alle bollicine il compito di inaugurare ciò che verrà.
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