La verticale

Barone Pizzini presenta un grande vino rosé e lancia la sfida del Pinot Nero in Franciacorta

Cinque annate in verticale, e una sorpresa, per raccontare la sfida del Franciacorta Rosé di Barone Pizzini

  • 16 Gennaio, 2026
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«Per un grande Metodo Classico serve uva perfetta al 100%; per farlo rosé al 200%». Silvano Brescianini non ha dubbi: il principio che enuncia sembra l’esatto contrario di quello che la stragrande maggioranza dei produttori ha praticato negli ultimi decenni. Se parliamo di rosati, non possiamo sorvolare sul grande numero di vini prodotti con uve di risulta e con l’unico obiettivo di completare la gamma aziendale. Quelli effervescenti vanno un pochino meglio, soprattutto se spumantizzati in bottiglia, ma quante sono le referenze che davvero possono competere con le più grandi d’Oltralpe, dove al rosé è solitamente dedicato il doppio dell’attenzione rispetto alle altre etichette e dove le grandi cuvée in rosa spuntano i prezzi più alti di tutta la gamma?

Franciacorta e l’incubo del Pinot Nero

Certo, c’è un problema di vigneto, alla base, specialmente nelle zone dove i cosiddetti vitigni “internazionali” dominano la scena. «Se lo Chardonnay oggi copre l’80% della superficie in Franciacorta, è perché è un’uva della madonna!», esclama Brescianini. Il pinot nero, invece, continua a essere l’incubo di ogni enologo: germoglia presto e matura tardi. È suscettibile a qualunque fitopatia, così come a scottature e cali di acidità legati a stagioni troppo torride o siccitose. Non lo si può piantare a caso e sperare che funzioni. E non c’è nemmeno una zonazione su cui le aziende possano far quadrato: «In Franciacorta la zonazione risale al 1992 ed è stata condotta solo sullo Chardonnay. Ma stiamo per partire con la realizzazione di una nuova mappatura, che peraltro sarà la prima al mondo a tenere conto anche della biodiversità agricola». Lui, oltre ad essere socio e direttore di Barone Pizzini dal 1994, è stato anche presidente del Consorzio di tutela. Ha fatto scuola senza mai essere protagonista invadente o scomodo: se oggi si parla molto di biologico in Franciacorta, è anche perché Barone Pizzini ha abbracciato questa scelta trentuno anni fa.

Brescianini e la sfida del perfezionismo

Il perfezionismo di Brescianini ricorda quello dei vigneron di Champagne. «Cosa hanno loro di diverso da noi? La cultura: qualcosa che non puoi ricreare, anche se hai grandi vigne e grandi enologi. Per esempio, per gli champenoise è scontato da sempre produrre vino che duri cinquant’anni». Quello della longevità è sempre uno dei nodi più complessi: qualcuno potrebbe domandarsi a che serva ostinarsi a dimostrare che un vino invecchia bene, visto che il 99% delle bottiglie viene consumato molto presto, a maggior ragione se si tratta di spumanti. I ristoratori, però, sono di tutt’altra opinione: «Oggi c’è una nicchia di intenditori che, non avendo lo spazio per costruire una grande cantina in casa, si muove per trovare carte dei vini che propongano vecchie annate», ci diceva di recente il titolare di un’osteria pluripremiata. Nel caso degli spumanti esiste un escamotage, ovvero allungare la sosta sui lieviti quanto più possibile nella speranza che il vino acquisisca complessità e spessore dall’autolisi.

La questione Rosé e la Franciacorta

Tornando al rosato, la Franciacorta ha spesso prodotto versioni appena spolverate di Pinot Nero, con un colore “buccia di cipolla” che lascia intuire una percentuale all’interno dell’assemblaggio non superiore a quella minima (35%). «In base all’andamento dell’annata il nostro Rosé Edizione può contenere una piccola percentuale di chardonnay oppure essere un pinot nero in purezza. L’uva è sempre vinificata intera e una porzione – che può variare dal 5 al 15% – fa macerazione sulle bucce. È anche lì che si vede la differenza nella qualità del lavoro in vigna: se non c’è un’uva perfettamente sana, con la macerazione ti porti dietro muffe che dagli acini si espandono nel liquido andando a privare il vino di tutta la sua eleganza». L’affinamento in legno della parte macerata contribuisce a creare un vino giocato sulla vinosità e sulla ricchezza, seppur con un dosaggio basso che garantisce pulizia e freschezza senza compromessi. «A me non piacciono i rosé che non sanno di rosé: per questo ne facciamo uno davvero gastronomico, pensato anche per l’abbinamento con piatti di terra».

Un pranzo d’autore

E la terra – intesa come sapore più che come materia prima – è stata protagonista di un pranzo-degustazione abbinato a cinque annate di Edizione Rosé (più una sorpresa) presso Olmo, il secondo ristorante stellato di Davide Oldani, sulla stessa piazzetta di Cornaredo che ospita anche il bistellato D’O. Un percorso in cui il vino ha dimostrato la capacità di cristallizzarsi e avere una parabola lenta: non perde mezzo milligrammo di acidità con il tempo, non si allarga e non si distende più di tanto. Cambiano semmai gli aromi, che virano lentamente sull’evoluzione terziaria e, soprattutto, molto variano nel bicchiere, spingendoci a contravvenire al dogma secondo cui lo spumante non dovrebbe essere roteato nel calice e andrebbe bevuto molto freddo. Ma andando nel concreto, su cosa arranca questo Franciacorta Rosé? Fa fatica su tutto ciò che è troppo pungente o acido, mentre su piatti strutturati e cremosi riesce a tenere testa perfettamente, anzi asseconda la persistenza del piatto come un rosso non riuscirebbe probabilmente mai a fare. Chissà a questo punto se l’inversione di tendenza – con gli spumanti che si fanno sempre più di spessore e rossi sempre più delicati anche per questioni di cambiamento nella gestione dell’estrazione dovuti anche all’evoluzione dei consumi – non porterà anche a stravolgimenti nell’ordine di servizio. Ci ritroveremo a bere Nebbiolo all’aperitivo e Franciacorta Rosé con i secondi?

Verticale in 5 annate (e una sorpresa)

Viene da chiederselo a maggior ragione davanti alla sorpresa alla fine di una verticale di 5 annate: Bagnadore Rosé 2011, unica versione della “cuvée de prestige” aziendale in rosa, prodotta dagli stessi vigneti che danno l’Edizione, ma con un affinamento sui lieviti lungo quasi 11 anni. «Ha ricevuto i punteggi più alti di sempre per un Franciacorta da due noti critici internazionali. Non ne abbiamo ancora rilasciata una seconda annata e non sappiamo con certezza quando lo faremo», spiega Brescianini. Difficile dire se sia davvero il più grande Franciacorta rosé di sempre: la schiera di competitor non è particolarmente folta, anche se ce ne sono almeno un paio davvero iconici. Ma è senz’ombra di dubbio un vino che trascende i soliti canoni del rosé italiano, mostrando un potenziale enorme, finora sfruttato solo in minima parte.

95
Franciacorta Edizione Rosé 2021

È l’annata più giovane e forse la più completa. Esordisce con note golose di crema pasticcera e yogurt ai frutti rossi, subito rinfrescate da arancia rossa e da un tocco iodato. Il sorso è giovane e sferzante, con acidità vibrante abbinata a sottili note ossidative che danno spessore e tridimensionalità. Finale lungo, cremoso e allo stesso tempo energico.

92
Franciacorta Edizione Rosé 2019

Nell’immediato appare meno espressivo del ‘21, con toni floreali e citrini, un soffio di pietra focaia e tostature appena accennate in sottofondo. Gioca sulla vitalità più che sul corpo, con acidità e sapidità quasi gessosa a condurre i giochi insieme a un’effervescenza più tonica. Si distende sul finale e lascia emergere più ricchezza fruttata, ma rimane comunque agile e snello.

93
Franciacorta Edizione Rosé 2018

Qui l’evoluzione è più evidente: profumi di amaretto, liquirizia e caffè in polvere rendono un senso di spessore e maturità. La bocca è piena, avvolgente, gastronomica, con buona acidità che emerge in chiusura insieme alla bolla più fine della cinquina, rendendo un senso di armonia immediata. Forse non è l’annata più longeva, ma è quella da bere adesso.

94
Franciacorta Edizione Rosé 2017

Questo è il vino che evolve di più nel calice: parte dolce di gelatina di frutti rossi e pasticceria; poi tira fuori una freschezza balsamica allettante. Il sorso è sorprendente: più agile e dinamico di quello della ‘18, ma più fine del ‘19, a dispetto dell’annata calda e segnata da grandinate che hanno ridotto notevolmente le rese. Fra tutti, è il più versatile a tavola.

90
Franciacorta Edizione Rosé 2014

Il naso è il più evoluto della batteria: tutto incentrato su miele di castagno, crema di nocciole, mela cotogna e spezie dolci. Goloso sì, ma vagamente monocorde. La bocca, invece, sorprende per freschezza e snellezza, con la parte più matura che ritorna solo in chiusura. Meno equilibrato e preciso delle altre annate, ma si difende comunque egregiamente.

96
Franciacorta Bagnadore Rosè Riserva 2011

Il profilo è incredibilmente originale: quasi vicino a un sakè per ricchezza di note floreali e umami che evolvono in arancia candita e refoli balsamici. Pressappoco non pervenuta l’evoluzione: la pienezza è data dal frutto, l’effervescenza è perfetta e l’acidità elettrizzante. Sul finale emerge una salinità quasi marina, che ricorda i grandi Champagne rosé.

 

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