Hundred Hills dell’Oxfordshire è una delle cantine di spumante più acclamate d’Inghilterra. Uno dei segreti del suo successo nell’ultimo decennio è il vineyard manager Enrico Cassinelli. «Quello che mi ha colpito davvero quando sono arrivato nelle Chilterns è stato il profilo del suolo. La varietà di temperature e di strati superficiali nel vigneto, anche a distanza di appena 50 metri, era incredibile – racconta Cassinelli al Gambero Rosso – Era un nuovo terroir da esplorare».
Originario dell’Oltrepò Pavese, storica culla del Pinot Nero nella Lombardia occidentale, l’ingresso di Cassinelli nel mondo agricolo non è stato inizialmente legato alla vite, ma piuttosto ai frutteti. «Il mio primo lavoro è stato in una grande azienda nel 1986, dove si coltivavano diversi tipi di frutta. Mi è piaciuto molto perché ho avuto l’opportunità di imparare a conoscere frutti diversi e differenti modalità di coltivazione, ma anche le similitudini che li accomunano».
Non ci è voluto molto, però, prima che l’attenzione si spostasse dalle mele all’uva, inizialmente proprio in Oltrepò Pavese, per poi dirigersi verso sud. «Ho fatto esperienza in Maremma, in Toscana, a Tenuta Monteti», racconta. «Più che conoscere nuove regioni, sono sempre stato concentrato sull’apprendimento di diversi sistemi di coltivazione delle varie varietà d’uva: in Italia non serve andare molto lontano per vedere quanto possano cambiare le vigne».
Anni formativi per la sua carriera in viticoltura, durante i quali Cassinelli riconosce la grande influenza esercitata dalla generazione precedente sul suo modo di lavorare.

Cassinelli con le viti
«Ho avuto l’opportunità di lavorare con la generazione precedente di viticoltori e operai agricoli, quella subito successiva alla Seconda guerra mondiale. Erano persone estremamente concentrate sull’etica del lavoro. Avevo 16 o 17 anni, lavoravo e andavo a scuola. Era una generazione dura, con un’attenzione totale a fare bene il proprio mestiere».
«Oggi parliamo di viticoltura di precisione e di tecnologia in vigneto – prosegue – ma allora, pur senza gli strumenti di oggi, c’era una precisione culturale nel fare bene ogni singola cosa. Dovevi dare il massimo anche nei lavori più semplici o apparentemente noiosi: ed è proprio lo sforzo di farli al meglio che li rendeva interessanti».
Negli anni successivi Cassinelli ha continuato a fare esperienza e ad apprendere in vigneti di tutta Italia. Poi, dopo poco più di tre anni di lavoro in una cantina dei Colli Piacentini, in Emilia-Romagna, non lontano dal confine con la sua Lombardia natale, ha sentito il bisogno di una nuova sfida.
«Temevo che potesse diventare ripetitivo anno dopo anno. Non è come nel Regno Unito: in Italia ogni regione vinicola ha una storia propria e terroir e vitigni sono già molto conosciuti. Gran parte del sapere era già consolidata», spiega.
«Nella primavera del 2014 pensavo di fare un’esperienza all’estero. La mia prima idea era la Champagne, per lavorare con Pinot Nero e Chardonnay, ma online lessi di Stephen e Fiona Duckett, che avevano appena piantato il vigneto Hundred Hills. Cercavano qualcuno che gestisse il vigneto. Lo ammetto, ero un po’ scettico, ma andai a visitarli».

I vigneti di Hundred Hills. Crediti immagine: Adam Stone (@adamstone93).
Situata più o meno a metà strada tra Londra e la storica città universitaria di Oxford, Hundred Hills è oggi una delle realtà di punta del fiorente settore degli spumanti inglesi, con le sue bottiglie presenti in alcuni dei migliori ristoranti del Paese, tra cui Le Manoir aux Quat’Saisons, Claridge’s e The Fat Duck di Heston Blumenthal.
Quando Cassinelli è arrivato, più di dieci anni fa, Hundred Hills era ancora agli inizi, ma una cosa era subito evidente: i proprietari avevano le idee giuste.
«Con Fiona e Stephen ho avuto subito una buona sensazione. Non erano disposti a scendere a compromessi sulla qualità. Così ero pronto a fare lo zaino e partire per l’Inghilterra».
Se Cassinelli era certo di poter lavorare bene con i Duckett, nutriva invece qualche dubbio sull’impatto del terroir sulla qualità delle uve. «La grande differenza rispetto all’Oltrepò Pavese, e all’Italia in generale, e il sud dell’Inghilterra è la fertilità del suolo superficiale. In un vigneto italiano classico, se hai il 2 o il 2,5% di sostanza organica sei già in una buona situazione. Qui invece si parla facilmente di 4, 5, 6% in alcune zone. È un terroir vergine. Non sapevo come si sarebbe comportato un Pinot Nero piantato lì: era una sfida affascinante».
Sotto questo strato superficiale molto sottile ma estremamente fertile si trova una grande quantità di gesso, considerato una delle firme dei grandi spumanti inglesi. Ma per Cassinelli è soprattutto ciò che sta sopra, più che sotto, a destare interesse. «Dal punto di vista della gestione, ci si rende subito conto che questo top soil è molto delicato. È una grande sfida da gestire e preservare».
Hundred Hills non è stato il primo incontro di Cassinelli con uno spumante inglese. Ricorda una cena tra amici a Milano, quando uno dei commensali portò una bottiglia di Chapel Down non millesimato, ancora oggi il produttore più grande – e forse più noto – d’Inghilterra.
«Alcuni erano molto scettici, ma dopo l’assaggio tutti sono rimasti sorpresi dalla qualità. Era molto promettente. All’epoca la percezione dei vini britannici in Italia era davvero bassa. Vedere cosa è diventata oggi l’industria vinicola inglese è incredibile: nessuno avrebbe potuto immaginarlo».
Da allora Cassinelli ha organizzato diverse degustazioni alla cieca dei vini Hundred Hills accanto a Champagne, Cava e spumanti italiani, ottenendo reazioni altrettanto positive tra familiari e amici del settore. «Nessuno ha indovinato che Hundred Hills fosse inglese, ed è piaciuto a tutti. È stata la conferma che avevo fatto la scelta giusta quando ho deciso di trasferirmi qui».

Hundred Hills a Roma.
Anche se sente la mancanza della cucina italiana, Cassinelli si dice soddisfatto della vita in Inghilterra e trova il suo lavoro profondamente appagante. «Dell’Italia non mi manca molto, perché amo lavorare con Pinot Nero e Chardonnay, e il primo è sempre stato il mio preferito», afferma.
Alla domanda su come affronti il famigerato clima inglese, risponde che «dipende dalla stagione». «Il 2025, il 2022 e il 2020 sono stati ottimi anni – certo, a volte mi manca il clima mediterraneo, ma qui il tempo sta migliorando. Anno dopo anno i vini diventano sempre migliori. Sono curioso di vedere come sarà il 2025 nel bicchiere, dopo una grande stagione vegetativa e tutto il lavoro fatto in vigneto».
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