Fuori confine

Il contadino inglese che è diventato un pioniere dell'olio d'oliva

Nel Lincolnshire nasce uno degli esperimenti agricoli più sorprendenti d’Europa: 18mila olivi piantati nelle Fens per produrre olio inglese e affrontare il cambiamento climatico

  • 12 Marzo, 2026
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«È nato tutto da un interesse per lo stile di vita mediterraneo. Ho sempre avuto un piacere personale per le olive e per l’olio d’oliva». Le Fens sono molto lontane dalla Puglia o dalla Grecia, ma con il cambiamento climatico questa regione pianeggiante e paludosa, a circa tre ore di auto a nord di Londra, ospita un affascinante esperimento di agricoltura mediterranea.

«Cercavo colture da introdurre in azienda che fossero più tolleranti alle condizioni sempre più secche e calde che stiamo registrando», spiega Hoyles, la cui famiglia coltiva terre nel South Lincolnshire dalla metà del Settecento. «Siamo riusciti a gestire la siccità grazie agli investimenti fatti negli ultimi otto anni in tre bacini per raccogliere l’eccesso di piogge invernali, mitigando così il rischio, ma le temperature più alte continuavano comunque a influenzare le colture. I vigneti nel Regno Unito stavano andando molto bene, ma il nostro tipo di suolo non era adatto. Per caso, durante un viaggio agricolo in Italia, ho visto alcune produzioni intensive di olivo su terreni molto simili ai nostri e ho pensato che l’olivo potesse essere la soluzione».

Come nasce l’olio di oliva nel Regno Unito

L’esperienza agricola della famiglia Hoyles è ampia – dalla coltivazione di grano invernale per sementi e mangimi, agli ortaggi per la grande distribuzione, dalla barbabietola da zucchero destinata all’industria saccarifera fino alla produzione di semi di senape per Colman’s di Norwich (una fornitura che dura da oltre un secolo) – ma l’avventura dell’olivo rappresenta qualcosa di davvero inedito. «All’inizio doveva essere una sorta di follia: una scala ridotta, con poche centinaia di piante vicino a casa mia. Ma dopo la Brexit i costi di importazione e le varie licenze sono diventati piuttosto onerosi, così è stato più semplice puntare su una dimensione maggiore. Un investimento di questo tipo, però, richiedeva un approccio molto più professionale», racconta Hoyles.

Nel 2022 ha iniziato a studiare quali varietà di olivo piantare e ha incontrato produttori in Italia e Spagna per chiedere consigli. Pur non potendo rivelare quali cultivar abbia scelto, Hoyles sottolinea il criterio principale: «Indipendentemente dalla loro produttività, la cosa fondamentale è che riescano a sopravvivere al clima del Regno Unito».

«Nel 2023 ho ordinato 18.000 piante a un vivaista specializzato, ho importato dall’Italia una macchina per la messa a dimora degli olivi e ho installato un sistema di irrigazione di precisione. A maggio 2024 abbiamo piantato gli alberi e da lì siamo andati avanti», spiega.

Fare i conti con i costi

Naturalmente, nulla di tutto questo è economico. «Non so ancora quale sia il vero costo di produzione. Nei primi tre anni si arriva a oltre mille sterline a bottiglia, ma non sappiamo se avremo un raccolto ogni anno, quanto sarà abbondante e così via. Ci sono moltissime incognite. Siamo molto fortunati perché la parte più rilevante dell’investimento, i 10 ettari di terreno, era già di nostra proprietà», spiega Hoyles. «Se fossi un investitore, non investirei nella produzione di olio d’oliva inglese: il rischio di non vedere un ritorno è troppo alto», sostiene. «Io lo faccio perché ho la fortuna di vivere in un’azienda agricola di famiglia, voglio mitigare gli effetti del cambiamento climatico, creare un mio marchio per fissare direttamente il mio prezzo di vendita e offrire opportunità di continuità alle generazioni future».

Crediti immagine: Studio Optic

«Le altre colture restano il cuore della nostra attività e sono quelle che hanno reso possibile l’investimento negli olivi», aggiunge. Hoyles immagina come pubblico di riferimento dei prodotti della The English Olive Company il “mercato dei foodie”, con un prezzo relativamente elevato – 20 sterline per una bottiglia da 250 millilitri – che riflette la rarità del prodotto. «Se la produzione e i volumi lo permetteranno, ci rivolgeremo poi a realtà affini come ristoranti e farm shop. Il mio lavoro quotidiano è produrre per i supermercati, ma questo progetto serve ad avere un nostro marchio e fissare il nostro posizionamento di prezzo: sarà una nicchia».

Le sfide climatiche

Essendo il produttore commerciale di olio d’oliva più a nord del mondo, la The English Olive Company deve comunque fare i conti con il freddo, nonostante il clima in generale si stia scaldando. «Nel febbraio 2025 siamo scesi a -6 °C, poi abbiamo avuto una primavera e un’estate splendide. Quest’anno è stato ancora più freddo, fino a -8 °C, ma la maggior parte degli alberi ha un anno in più. Abbiamo ripiantato circa 400 piante morte a causa del gelo o mangiate da cervi e lepri. Gli alberi più giovani, piantati solo la scorsa primavera, hanno sofferto di più il gelo, mentre quelli più grandi e maturi hanno reagito meglio: alcune foglie probabilmente si seccheranno e cadranno, favorendo una maggiore ramificazione, ma con la potatura riusciremo a rimediare».

«È ancora troppo presto per dire cosa accadrà», aggiunge, «ma l’influenza maggiore arriverà tra aprile e maggio, quando la pianta entra nella fase riproduttiva e inizia a fiorire. Dobbiamo darle le migliori condizioni possibili per l’allegagione. L’anno scorso abbiamo avuto moltissimi fiori, ma pochi frutti; parlando con colleghi del settore, sembra sia una situazione piuttosto normale. Se durante la fioritura avremo giornate luminose e poco vento, le possibilità di una buona produzione aumenteranno».

Per quanto freddi siano stati gli ultimi inverni, è stato però alla fine dell’anno scorso che si è verificato il vero disastro, a causa di una sfortunata combinazione di ritardi e maltempo. «La consegna del frantoio che avevamo ordinato è slittata e poi, a novembre, sono arrivati gelo e tempeste. In attesa della macchina abbiamo perso più della metà delle olive sugli alberi, ma non succederà di nuovo perché ora il frantoio è operativo», racconta Hoyles. «Se qualcuno riesce a dirmi che tempo farà nei prossimi dieci anni, sarebbe fantastico», scherza.

Un esperimento riuscito

Hoyles è uno dei pochi agricoltori che stanno tentando di coltivare olivi da olio nel Regno Unito. Gli altri si trovano soprattutto nel sud dell’Inghilterra, in aree come l’Essex e la Cornovaglia, mentre la The English Olive Company sta spingendo il limite latitudinale in Lincolnshire. Alla domanda su come abbiano reagito gli olivicoltori italiani consultati per questo progetto fuori dall’ordinario, risponde: «Erano molto incuriositi, ma hanno visto quanto fossi serio. Alcune delle persone che ho incontrato sono state estremamente generose con il loro tempo, condividendo conoscenze ed entusiasmo. Col tempo si sono appassionate anche loro e, quando hanno capito il livello a cui volevo arrivare, si sono entusiasmate: all’inizio pensavano fossi “un inglese un po’ matto che ci provava”, ma quando hanno visitato la nostra azienda e visto l’attenzione ai dettagli, hanno capito che l’olio d’oliva inglese può diventare una realtà».

Crediti immagine: Studio Optic

Non aspettatevi però di vedere enormi oliveti piantati da Land’s End alle Norfolk Broads nel prossimo futuro: il settore è ancora in fase embrionale. Forse si può tracciare un parallelo con la lenta affermazione del vino inglese, seguita poi da un vero boom vitivinicolo: «Bisogna ricordare che i pionieri del vino inglese hanno piantato i loro vigneti negli anni Ottanta e le loro aziende sono cresciute gradualmente. Credo che per l’olio d’oliva inglese il percorso sarà simile, anche se su scala più ridotta, perché i rischi sono maggiori». Per Hoyles, rendere commercialmente sostenibile la produzione di olio d’oliva inglese è un processo ancora in corso: «Abbiamo commesso moltissimi errori e ottenuto anche parecchi successi. Dobbiamo continuare a imparare. Solo il tempo dirà se la strada è quella giusta».

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