Benservito

“Campo de’ Fiori non è più un mercato”: la trasformazione che nessuno racconta

Tra bottigliette fluorescenti e “tipicità” replicate, lo storico mercato romano si trasforma sempre più in una vetrina pensata per i visitatori

  • 22 Febbraio, 2026
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Mercato di Campo de’ Fiori. Nome importante, quasi solenne, che richiama una storia lunga secoli, un’idea di Roma popolare, commerciale, viva, fatta di scambi quotidiani e non di scenografie. È la piazza di Giordano Bruno dove oggi, per fortuna, non si bruciano più i pensatori; ma qualcosa, qui, continua a essere sacrificato. Mercato di Campo de’ Fiori, dopo un lungo processo di turistificazione, ha perso la sua anima. Camminando tra i banchi si ha spesso l’impressione di essere entrati non in un mercato, ma in una rappresentazione del mercato: una versione “semplificata”, addomesticata, ripetuta, pensata più per essere vista che per essere vissuta.

Campo de’ fiori ha perso la sua anima

La sensazione dominante non è il disordine creativo dei veri mercati, ma una curiosa regolarità: le stesse bottigliette dai colori accesi, gli stessi liquidi fluorescenti, gli stessi aceti, gli stessi pacchetti ordinati di legumi, tutti uguali, tutti replicati come se qualcuno avesse deciso che l’Italia, per essere riconoscibile, deve stare dentro una tavolozza precisa. Giallo limone, verde pistacchio, rosso peperoncino. Il mercato come pantone dell’italianità.

Non si vende più solo un prodotto: si vende l’idea del prodotto. Non l’olio, ma “l’olio tipico”. Non il legume, ma “il legume della tradizione”. Non il cibo, ma il racconto rassicurante che lo accompagna. Il turista, più che comprare, conferma: conferma di essere stato in Italia, di aver visto il “vero”, di aver partecipato al rito. Campo de’ Fiori sembra diventato una tappa obbligata di questo pellegrinaggio visivo, una stazione dell’esperienza standardizzata.

E la cosa curiosa è che di questa trasformazione non parla quasi nessuno. Si celebra, si esalta, si fotografa, si commenta con entusiasmo automatico. “Che bello”, “che meraviglia”, “che colori”. Ma nessuno sembra chiedersi se un mercato che propone spesso le stesse cose sia ancora un mercato o piuttosto una vetrina tematica a cielo aperto. Nessuno sembra interrogarsi su cosa si perda, quando la varietà lascia il posto alla ripetizione, e la funzione lascia il posto alla rappresentazione. Il turismo mangia tutto.

I banchi storici che resistono

campo de fiori a Roma mercato popolare

Piazza Campo De Fiori nel 1977 – Foto storica, Comune di Roma

Per fortuna resistono ancora alcuni banchi storici di frutta e verdura. Sono loro che ricordano cosa sia davvero un mercato: un luogo imperfetto, stagionale (non sempre, purtroppo), legato ai ritmi agricoli, alle persone. I mercati romani sono un unicum proprio per questo: ogni quartiere ha il suo carattere, le sue voci, le sue specialità, le sue contraddizioni. Sono popolari, vivi, non patinati. Campo de’ Fiori invece ormai da tempo si è avviato verso una sua versione liscia, rassicurante, riconoscibile ovunque. Non è una colpa, forse. È una scelta. Ma chiamarla per quello che è – una progressiva turistificazione e omologazione – non dovrebbe essere un tabù.

Non è romanticismo chiudere gli occhi davanti alla realtà; è romanticismo fingere che non stia accadendo nulla. E invece qualcosa sta accadendo: un mercato iconico si sta lentamente trasformando in una vetrina. Sta a noi decidere se va benissimo così, oppure se vale ancora la pena difendere l’idea di un mercato come luogo vivo, non come sfondo. Perché Roma può permettersi molte cose. Ma diventare una cartolina di sé stessa, forse, è la più triste.

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