C’è un suono che i pescatori dell’Adriatico conoscono bene e che negli ultimi anni è diventato sempre più familiare. Quello di una nassa che torna su vuota, non per mancanza di pesce ma per eccesso di qualcos’altro. La colpa è delle specie ittiche aliene, organismi arrivati da altri mari che nel Mediterraneo sempre più caldo e privo di predatori naturali hanno trovato un ambiente ospitale e lo stanno trasformando in modo rapido e nella maggior parte dei casi irreversibile. Un’emergenza che non si vede arrivare, ma i cui effetti si misurano in bilanci in rosso e ecosistemi danneggiati. Il granchio blu è diventato il simbolo di questa trasformazione: in alcune zone ha azzerato la produzione di vongole, i danni alla pesca hanno superato i 200 milioni di euro e a tre anni dall’esplosione demografica si è stabilizzato. Eppure concentrarsi solo su di lui significa perdere il resto della storia. Perché nel bacino del Mediterraneo – protagonista assoluto di Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, l’evento Gambero Rosso del 19 giugno a Napoli – le specie aliene censite sono quasi un migliaio e il loro numero cresce ogni anno.
Alcune specie aliene arrivano con le acque di zavorra delle navi cargo, altre risalgono dal Mar Rosso attraverso il Canale di Suez, spinte da acque sempre più calde. Non tutte diventano invasive o stravolgono gli equilibri, ma quando succede il cambiamento è rapido e nella maggior parte dei casi irreversibile. Il problema, spiega Francesco Tiralongo, zoologo dell’Università di Catania e responsabile scientifico del progetto AlienFish, è che ci concentriamo sulle specie più visibili e trascuriamo il resto. «Tra gli organismi più sottovalutati ci sono i piccoli invertebrati marini alieni, difficili da identificare e che raramente attirano l’attenzione, ma che possono raggiungere densità elevate, alterare le reti trofiche e causare impatti significativi sia sugli ecosistemi sia sulle attività economiche legate al mare», spiega al Gambero Rosso.

Tra le specie che preoccupano di più c’è il pesce scorpione, Pterois miles. «Negli ultimi anni ha mostrato una rapida espansione nel Mediterraneo, favorita dall’aumento delle temperature marine. È un predatore molto efficiente, con potenziali effetti sulla biodiversità locale e possiede spine velenose che possono rappresentare un rischio soprattutto per i pescatori», racconta. La mappatura aggiornata a marzo 2025 da Cnr-Irbim e ISPRA e conta 1.840 segnalazioni in tutto il bacino, ma in pochi sanno che può essere consumata. «Appartiene alla stessa famiglia dei nostri scorfani. Le carni sono buone», aggiunge Tiralongo. In Grecia, dove ormai se ne stimano milioni di esemplari, lo pescano e lo servono già a carpaccio, mentre in Italia ci sono già esperimenti in cucina ma una filiera vera non esiste ancora.

Gambero alieno Trachysalambria palaestinensis, foto Tiralongo et al., 2026
Il pesce scorpione non è l’unico a muoversi verso nord. Dal 2021, a Marzamemi, nel Siracusano, i pescatori hanno iniziato a tirare su nelle reti destinate alle seppie un gambero mai visto prima d’ora, il Trachysalambria palaestinensis proveniente dal Mar Rosso e dall’Indo-Pacifico. «Il rischio è che si sia naturalizzato nell’area, impattando negativamente e competendo con specie native, come la nostra comune mazzancolla», dice lo scienziato. Sul potenziale commerciale il ricercatore è cauto: le prime evidenze indicano caratteristiche nutrizionali interessanti, ma le presenze attuali non sono sufficienti per parlare di pesca. E anche se le cose cambiassero, avverte, «trasformare una specie invasiva in risorsa commerciale non la renderebbe innocua».
È un ragionamento che vale anche nel mondo della cucina, che intanto prova a fare la sua parte. In Italia a portare il tema all’attenzione pubblica sono stati soprattutto gli chef Chiara Pavan e Francesco Brutto, al timone del ristorante stellato Venissa nella laguna di Venezia. La loro è quella che Pavan chiama “cucina ambientale”, un concetto estetico ma allo stesso tempo etico. Una cucina che attraverso il gusto descrive l’ambiente circostante e lo tutelato attraverso scelte ben precise.
Dal 2020 tutte le proteine animali del loro menu derivano da specie aliene o invasive: granchio blu, rapana venosa, noce di mare, scrigno di Venere, pesce serra. Un lavoro pionieristico, costruito su anni di ricerca e collaborazione con biologi, ricercatori e pescatori.«Nei mercati si trovano solo pochi tipi di pesce, sempre gli stessi», dice Pavan. La responsabilità degli chef, secondo lei, è promuovere nuovi prodotti il cui consumo porta un vantaggio all’ambiente. Un sforzo prezioso per trasformare un problema in opportunità, su cui Tiralongo concorda con una precisazione.
«La valorizzazione gastronomica può creare nuove opportunità economiche per pescatori e operatori della filiera», dice. «Dal punto di vista ecologico, però, l’effetto di contenimento è spesso limitato. La cucina può essere parte della risposta, ma deve essere accompagnata da monitoraggio scientifico, gestione della pesca e informazione del pubblico». Insomma, una rete che torna su piena di altro non basta, ma bisogna sapere cosa farci.

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