Alzarsi alle tre di notte, uscire in mare con qualsiasi tempo e tornare a terra con un ricavo che non copre i costi. Per i giovani cresciuti nelle comunità costiere del Mediterraneo, guardare il mestiere del padre o del nonno e decidere di fare altro è diventata ormai la norma. Il risultato è un settore che sta invecchiando a una velocità che non da tempo di correre ai ripari. I numeri non lasciano spazio all’ottimismo. Secondo il Nisea, l’istituto che raccoglie i dati economici nazionali del settore ittico, il 65% dei pescatori attivi nella piccola pesca italiana ha tra i 40 e i 64 anni.
Una fotografia confermata dalle stime elaborate da Slow Food per Slow Fish 2025: circa il 40% dei giovani con un padre o un nonno pescatore ha già deciso di fare altro. Non una fuga improvvisa, ma una scelta silenziosa che si ripete in ogni porto del Mediterraneo – protagonista di Rotte Mediterranee – Terra Mare Visione, l’evento Gambero Rosso che si tiene il 19 giugno a Napoli – da almeno vent’anni. Quasi la metà dei pescatori attivi nel bacino ha più di 40 anni, appena uno su sei ne ha meno di 25, stando agli ultimi numeri forniti dalla Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo della Fao.
Paolo Tiozzo, vicepresidente di Confcooperative Agroalimentare e Pesca, chiama le cose con il loro nome: «Stiamo assistendo a una tempesta perfetta che sta allontanando i giovani dalle nostre marinerie, spezzando persino quella tradizione familiare che storicamente garantiva il ricambio generazionale», spiega al Gambero Rosso. I numeri che cita parlano chiaro: negli ultimi dieci anni i redditi nel settore sono crollati del 30% mentre i costi di produzione sono schizzati, con il gasolio che ha superato un euro al litro e nella pesca a strascico arriva a divorare fino al 70% dei ricavi. Nel frattempo i cambiamenti climatici hanno causato danni per oltre 2 miliardi di euro tra mancate catture e infrastrutture distrutte, senza contare la diffusione delle specie aliene, che costa altri 200 milioni all’anno. «I ragazzi cercano giustamente stabilità e sicurezza», conclude Tiozzo, «due elementi che la pesca, nelle condizioni attuali, non riesce più a garantire».

A complicare il quadro c’è il peso della burocrazia. Ottenere una licenza, registrare un’imbarcazione e adempiere agli obblighi di dichiarazione delle catture sono procedure che richiedono tempo e costi elevati. Un labirinto che scoraggia il piccolo pescatore artigianale, grava su chi lavora su scala maggiore e chiude la porta a chi vuole entrare nel settore senza una rete familiare alle spalle. «I giovani si allontanano dalla pesca perché oggi questo mestiere viene percepito come economicamente incerto, difficile da avviare e gravato da costi, burocrazia e responsabilità crescenti», conferma Natale Amoroso, presidente di AIC Pesca, che lo scorso 2 giugno ha portato il tema del ricambio generazionale direttamente sul tavolo del Commissario europeo Costas Kadis. «Senza nuove energie il settore rischia di perdere imprese, competenze e presenza nelle comunità costiere».
Le proposte per invertire la rotta ci sono. Per AIC Pesca la risposta è operativa e parte dal mare, dai percorsi di coaching intergenerazionale, con pescatori esperti affiancati ai giovani nel lavoro quotidiano, a barche scuola dove apprendere a bordo un mestiere altamente specializzato. «È così che si trasmettono competenze pratiche, cultura della sicurezza e conoscenza del mare. Rendere la pesca una scelta possibile per le nuove generazioni significa investire su formazione, accesso al credito e politiche europee capaci di accompagnare davvero chi vuole costruire il proprio futuro in questo settore», evidenzia Amoroso.

Sulla stessa lunghezza d’onda Confcooperative Agroalimentare e Pesca che guarda al sistema nel suo insieme. «Serve un cambio di paradigma radicale che abbiamo riassunto nella proposta di un Patto per il Mare, mettendo al centro la sostenibilità economica insieme a quella ambientale e strumenti concreti come incentivi fiscali per l’imprenditoria giovanile, finanziamenti per pescherecci moderni e digitalizzati e riduzione della trafila burocratica, spiega Tiozzo. «Insieme a questo dobbiamo puntare sulla formazione avanzata, sia accademica che professionale». Un futuro concreto della blue economy che, se non si costruisce in fretta, rischia di restare sulla carta. Perché quando un pescatore anziano smette, quel patrimonio che porta con sé nessun manuale contiene sparisce con lui. E il conto, avverte Tiozzo, lo pagheremo tutti a tavola: «Senza nuove generazioni di pescatori, nel 2030 oltre nove prodotti ittici su dieci sulle tavole degli italiani potrebbero essere di importazione».

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