Prima della barca c’era Mirafiori, il sindacato, il consiglio di fabbrica. Poi Gianni Usai ha portato tutto davanti al mare di Su Pallosu, in un’idea che il lavoro sia anche responsabilità collettiva. Usai arriva in Sardegna nel 1980, a trentaquattro anni, dopo diciassette passati nelle viscere torinesi. Un operaio che prova ad applicare alla pesca la stessa logica con cui aveva rappresentato milleduecento lavoratori nelle officine di manutenzione Fiat. La logica del collettivo, quella per cui nessuno si salva da solo.
Su Pallosu è una piccola marina, sulla costa occidentale della Sardegna, luogo del cuore anche di Stefano Benni e famosa colonia di gatti. Quando Usai ci arriva, la cooperativa di pescatori era nata da pochi mesi: undici uomini che avevano deciso di unirsi per smettere di essere in balia dei grossisti di Cabras. «Dettavano legge. I pescatori non avevano celle frigo, non avevano vivai per le aragoste». Il prodotto doveva essere venduto in fretta, oppure moriva. E chi comprava lo sapeva benissimo. Stessa dinamica di fabbrica: il pesce al posto del bullone, il grossista al posto del padrone, il mare al posto della catena di montaggio. Ma i rapporti di forza sono identici: chi controlla la conservazione, controlla il prezzo. E chi controlla il prezzo, controlla tutto.

Ph. Cr. Su Pallosu /FB
Ci vogliono due anni per dotare la cooperativa di una sede, di celle frigo. «Agli inizi degli anni ottanta avevamo prezzi molto più alti rispetto ai pescatori che erano rimasti legati ai grossisti». Il mare, in quegli anni, è ancora generoso: a Su Pallosu si pescano anche 13 tonnellate di aragoste l’anno. Una produzione così abbondante che il mercato sardo non riesce ad assorbirla. La cooperativa fa accordi con Camogli. Le aragoste sarde viaggiano in aereo verso la Liguria e il guadagno vale il costo del trasporto.
E qui arriva la lungimiranza di tenere le statistiche. Un ragioniere registra il pescato di ogni imbarcazione, giorno per giorno. Si scende a sette tonnellate. In quel momento entra in scena il professor Angelo Cau, docente di biologia marina all’Università di Cagliari. Un ricercatore che vede nelle statistiche della cooperativa quello che altri non vogliono vedere: un allarme. I due costruiscono un’alleanza improbabile e necessaria, il pescatore sindacalista e il professore universitario, uniti da un obiettivo che nessuno dei due riesce a perseguire da solo.
Insieme vanno a Roma, ottengono dal Ministero dell’Ambiente 120 milioni di lire. L’idea è rivoluzionaria: un dieci per cento di aragoste sotto taglia che la legge consente comunque di catturare non viene venduto, ma rimesso in mare dopo essere stato misurato e marcato. In due o tre anni, nell’area di ripopolamento di circa quattro chilometri quadrati e nelle zone circostanti, la biomassa delle aragoste cresce del 600, 700 per cento. E nelle parole di Usai quel prodotto diventa capitale naturale, futuro possibile. «Non si poteva solo prendere, prendere. Bisognava anche saper gestire per il futuro». In fondo, la sua intuizione era questa: trasformare il pescatore da cacciatore ad allevatore del mare, custodire oggi per poter raccogliere domani.
L’isola a questo punto avrebbe dovuto smettere di predare per cominciare a coltivare il mare: ogni marineria custode del proprio tratto di fondale. Non è andata così. «Le barche a strascico passavano di notte e portavano via anche le attrezzature che avevamo messo a guardia della zona» — racconta Usai, con quella lucidità di chi ha già fatto i conti con la delusione. Ha chiesto l’intervento delle autorità. Non è arrivato. Il progetto, che doveva essere un esempio trainante, «è andato a morire».
Il banco degli accusati, nella sua ricostruzione, è affollato. Ci sono i pescatori che per egoismo non hanno colto l’occasione di pensare ai propri figli, le licenze date con troppa leggerezza, i controlli intermittenti, le regole scritte e non fatte rispettare, una classe dirigente che ha spesso trattato la pesca come un trafiletto elettorale, lasciando un settore intero in una zona grigia. E poi ci sono i numeri: la cooperativa di Su Pallosu, che negli anni migliori contava trenta-trentacinque pescatori oggi ne ha sei. E quei sei, in tutta la stagione, riescono a catturare 300, 400 chili. Da tredici tonnellate a poche centinaia di chili.
Stessa dinamica dei ricci di mare, in Sardegna il simbolo di un’altra voracità. Troppe concessioni, pochi controlli, una domanda cresciuta fino a svuotare i fondali. «Il riccio non cresce come il prezzemolo» — dice Usai. Il mare non è una dispensa infinita solo perché non vediamo il fondo del barattolo. E ogni volta che un prodotto arriva in tavola senza racconto, diventa solo merce. Tutto rischia di appiattirsi sul desiderio del cliente, sul prezzo, sulla disponibilità immediata. Ma dietro ogni piatto c’è una domanda che raramente facciamo: chi ha pescato? Dove? Con quali regole? A quale costo per il mare?

Ph. Cr. Su Pallosu /FB
Usai lo dice in modo più netto: «Spesso il mare viene visto come spiaggia. Ed è vero che abbiamo un mare bello. Ma cosa contiene? Quanta vita c’è?». La Sardegna, in fondo, ha raccontato molto la terra, la pastorizia, il pane, il vino, le campagne, e molto meno la pesca come lavoro, filiera, conoscenza. In questo, la storia di Usai dialoga con un pezzo importante della cultura gastronomica italiana.
Negli anni del Manifesto, ha incrociato anche Carlo Petrini e Stefano Bonilli. Erano tutti lì, in quella stagione politica, a capire che la battaglia non era solo in fabbrica ma anche nel piatto: valorizzare il prodotto locale, educare il consumatore, costruire filiere giuste. «Anche loro si sono formati in una scuola politica e poi hanno tradotto quella formazione in terreni nuovi». Lui ha fatto lo stesso. Con le aragoste al posto del vino, il Mediterraneo (a cui il Gambero Rosso dedica l’eventoRotte Mediterranee – Terra Mare Visione il 19 giugnoa Napoli) al posto delle Langhe. «Se ho fatto certe cose in mare, era perché avevo quella formazione». Figlio di comunisti, «persone che avevano a cuore i propri interessi ma erano anche molto interessate al benessere collettivo», poi delegato sindacale a Torino, poi cooperatore in Sardegna. La sostanza non è cambiata: il bene comune contro l’interesse individuale immediato.
Oggi Usai sa che servirebbero piani di gestione seri e una volontà pubblica capace di esporsi. E anche che esiste una minoranza di pescatori che continua a rimettere in mare le aragoste piccole, a usare maglie larghe, a non catturare il novellame. Nessuno li obbliga. Lo fanno perché hanno capito. Il problema è che il mare non perdona chi non lo rispetta. E la Sardegna, trent’anni dopo l’esempio di Su Pallosu, sembra ancora convinta di avere tempo.

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