Prima di diventare una causa alla Corte Suprema, questa รจ nata come una storia semplice. Una storia di bottiglie che attraversano lโoceano, di casse che passano le dogane e di un uomo di New York che, senza pensarci troppo, si รจ trovato a sfidare il governo degli Stati Uniti. Victor Owen Schwartz non รจ il tipo di persona che di solito finisce in una battaglia legale contro il potere federale. Non guida una multinazionale, non rappresenta una lobby a Washington, non finanzia campagne elettorali e, soprattutto, non manda razzi su Marte. ร uno di quegli americani molto riconoscibili: classe media solida, mestiere concreto, lavoro costruito con pazienza.
Per anni ha mandato avanti una piccola societร di importazione di vino, la VOS Selections, con sede a New York. Un catalogo cresciuto lentamente, quasi artigianalmente, aggiungendo bottiglie nel tempo: un produttore oggi, un altro lโanno dopo, un paese alla volta. Il suo lavoro รจ stato quello antico dei mercanti, solo con meno anfore e piรน container: trovare vini che meritassero di attraversare un oceano, convincere qualcuno dallโaltra parte che valesse la pena berli, e tenere insieme quella filiera fragile che parte da un vigneto e finisce su una tavola a migliaia di chilometri di distanza. Poi, la geopolitica ha deciso di entrare nel suo magazzino.

Victor Owen Schwartz. Credits: Vos Selections
Quando lโamministrazione Trump ha introdotto una nuova ondata di dazi su larga scala, il dibattito si รจ subito spostato in alto: la guerra commerciale con la Cina, gli equilibri globali, le strategie del protezionismo americano. I grafici, le percentuali, i miliardi. Molto meno si รจ parlato di chi quei dazi ha dovuto pagarli davvero. Tra questi cโera anche lโazienda di Schwartz. Le tariffe sono arrivate attraverso lโInternational Emergency Economic Powers Act, una legge del 1977 pensata per consentire al presidente di intervenire economicamente in situazioni di emergenza internazionale. Lโinterpretazione adottata dallโamministrazione Trump ha permesso di estendere quel potere ben oltre il suo uso originario, applicando dazi diffusi su una quantitร enorme di importazioni, per miliardi di dollari di merci. Dentro quella massa indistinta di scambi globali, tra acciaio, macchinari e prodotti industriali, cโera anche qualcosa di molto piรน fragile. C’era anche il vino.

Per un importatore di vino, questo non รจ un dettaglio tecnico. I dazi non li pagano i produttori dallโaltra parte dellโoceano. Li paga chi il vino lo fa entrare nel paese: lโimportatore. Significa anticipare il costo alla dogana prima ancora che una bottiglia arrivi sul mercato. Nel caso della VOS Selections, quel costo รจ arrivato in fretta. Lโazienda importava vini e distillati da sedici paesi e nel giro di pochi mesi le nuove tariffe hanno prodotto centinaia di migliaia di dollari di spese aggiuntive. Per una grande corporation รจ un numero che si assorbe. Per una piccola impresa puรฒ diventare una minaccia reale.
L’azienda di Schwartz ha partecipato a una causa federale contro lโamministrazione Trump contestando la legittimitร costituzionale dei dazi. La battaglia ha attraversato i tribunali americani fino ad arrivare alla Corte Suprema degli Stati Uniti. La domanda, in fondo, era semplice: chi puรฒ imporre dazi negli Stati Uniti? La Costituzione lo dice chiaramente: il potere appartiene al Congresso. Nel febbraio 2026, la Corte Suprema, con sei giudici contro tre, ha stabilito che lโInternational Emergency Economic Powers Act non autorizzava il presidente a imporre tariffe commerciali generalizzate. Una decisione che ha dato ragione agli importatori e ha ridimensionato lโuso dei poteri presidenziali in materia commerciale.
Le cifre erano enormi: oltre 130 miliardi di dollari di importazioni, con stime che hanno superato i 170 miliardi. Piรน di 300mila importatori americani hanno iniziato a pensare di dover chiedere il rimborso dei dazi pagati. Quando la sentenza รจ arrivata, Schwartz ha raccontato di aver stappato una bottiglia. In fondo, era inevitabile: un importatore di vino che festeggia una vittoria legale con la stessa merce che aveva scatenato la battaglia.

Perchรฉ il vino, nella lunga storia del commercio mondiale, raramente รจ stato soltanto un prodotto agricolo. ร stato anche una specie di sismografo delle tensioni geopolitiche che attraversano le economie. Le anfore greche hanno viaggiato nel Mediterraneo insieme alle prime reti urbane; Roma ha diffuso la viticoltura come parte della propria organizzazione territoriale; nella storia, i traffici di Bordeaux verso lโInghilterra sono diventati una questione diplomatica prima ancora che commerciale. Persino il vino di Porto รจ nato da una riorganizzazione degli scambi tra Inghilterra e Portogallo nel pieno delle rivalitร europee. Dentro una bottiglia ci sono un vigneto, un paesaggio agricolo, una filiera logistica, un sistema di regole e di reputazioni costruite nel tempo. Il geografo Claude Raffestin direbbe che รจ proprio cosรฌ che il potere prende forma: organizzando lo spazio attraverso reti, flussi, infrastrutture. E il vino, forse piรน di molte altre merci, rende queste reti visibili. Una bottiglia passa da un vigneto a una cantina, poi a un porto, attraversa un oceano, entra in dogana, arriva in un magazzino, finisce su una carta dei vini. Ogni passaggio รจ un nodo di quella rete.
Anche il capitalismo globale, come ha scritto David Harvey, si muove lungo queste traiettorie: flussi di merci, capitali e infrastrutture che ridisegnano continuamente la geografia economica del mondo. Per questo un dazio su una bottiglia interviene su una rete che collega territori agricoli, economie locali e mercati globali. La vicenda di Victor Owen Schwartz ha mostrato proprio questo punto di contatto tra scala locale e geopolitica. Da un lato, una disputa costituzionale sul potere commerciale dello Stato americano e, dallโaltro, un importatore che difende la propria azienda. Una merce fragile solo in apparenza, capace da secoli di rivelare dove passano davvero le linee di tensione dellโeconomia mondiale. Perchรฉ ogni bottiglia che attraversa un oceano รจ una piccola geografia in movimento. E quando quella geografia si scontra con la politica, il vino diventa improvvisamente quello in cui spesso si รจ trasformato: una leva geopolitica.

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