Considerazioni finali

Il caso Noma e l’illusione del colpevole unico: cosa non stiamo vedendo

Dal caso Noma alle accuse contro René Redzepi, il rischio è fermarsi al singolo colpevole: ma il problema è un sistema che riguarda tutta la ristorazione

  • 06 Aprile, 2026
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Renè Redzepi, il grande accusato di queste settimane ha ammesso le sue responsabilità lasciando la guida del Noma di Copenaghen. A dire il vero il suo mea culpa risale a una decina di anni fa, quando confessava apertamente problemi di gestione della rabbia, comportamenti violenti – nessuno immaginava quanto, all’epoca – raccontando come li stesse affrontando per rendere il Noma un posto migliore: era già tutto scritto, filmato, pubblicato. Ma non bastava per sfondare il muro di condiscendenza e omertà che proteggeva il ristorante più influente di questo millennio; per farlo è servita la costanza di Jason Ignacio White, suo ex dipendente e maggiore accusatore (anche su di lui oggi si allungano delle ombre), e la potenza di fuoco del New York Times che ha condotto un’inchiesta da cui lo chef danese esce malissimo, obbligandolo a «fare un passo indietro», qualsiasi cosa significhi davvero (a pensar male si fa peccato, si sa…); ma tutto considerato neanche questa è una novità dato che Redzepi aveva già ipotizzato un Noma senza di lui.

Il mondo intero si sfrega le mani pronto ad avventarsi al collo dell’abusatore Redzepi e di chi gli sta intorno. Eppure non riesco a viverla come una vittoria della giustizia, forse perché centinaia di dipendenti subiranno loro malgrado le conseguenze di questo scandalo (dal punto di vista lavorativo e mediatico, dato che anche loro sono sotto attacco di haters). E poi perché non sono felice se il Noma chiuda.

Nessuno è innocente

C’è un’altra cosa: la strana sensazione che un intero settore stia tirando un grande sospiro di sollievo, come se avere un colpevole (con in più l’onta passata della confessione senza espiazione), scagionasse gli altri. E invece non è il tempo delle autoassoluzioni ma della responsabilità di fronte a un modello lavorativo lacero.

Nessuno di noi è innocente: chi impone una disciplina marziale e chi se ne infischia degli orari, chi sospende lo stato di diritto nei posti di lavoro e chi non ammette repliche, chi pur di esercitare un potere preferisce la mortificazione che annulla il pensiero piuttosto che la valorizzazione che porta risultati. Chi lascia correre. Chi non si fa domande sul costo reale delle cose. Chi – infine – droga il mercato imponendo stipendi sempre più bassi e contratti sempre più fragili. Chi ha sempre l’amico del cugino (più spesso il disperato) disposto a fare le stesse cose a meno, chi paga poco, poco, ancora meno i nuovi arrivati sostenendo le economie aziendali sulle spalle dei più deboli e instillando l’insicurezza negli altri.

Dove non c’è crescita lavorativa e uno vale uno, ogni nuova generazione guadagna un po’ meno della precedente e ne mette in discussione la legittimità, perché crea una lotta tra poveri, tutti allo stesso livello, ma qualcuno con un costo più alto. E così ad andare, spostando un giogo sempre più pesante sull’ultimo arrivato e un po’ anche sugli altri.

E intanto l’Istat racconta un’Italia in cui il tasso di occupazione femminile è ancora troppo basso, mentre le disparità salariari e di carriera sono ancora troppo alte. E gli abusi raddoppiano. Oggi c’è un colpevole da condannare, del resto si parlerà domani, forse, chissà.

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