La pasta al forno e le pastarelle, la tovaglia del corredo e i piatti del servizio, il cesto di frutta e la moto GP di sottofondo mentre la moka borbotta. Abbiamo avuto tutti la stessa domenica? Forse solo i più fortunati, che in questi ricordi sensoriali si rifugiano più del dovuto: oggi commentiamo ristoranti e intercettiamo tendenze, collezioniamo cene e spesso ce ne lamentiamo, ma anche noi della redazione del Gambero Rosso siamo partiti da qui. Da casa di nonna, da una pasta troppo cotta, dalle macchie di sugo sulla tovaglia.
La poesia dei ricordi, che continua a farci compagnia. Perché nessun pranzo potrà mai competere con quelli perduti.

Eleonora Baldwin
Andare a casa di mamma per il rituale pranzo della domenica era il clou della settimana. Scendendo le scale del nostro condominio, già dal pianerottolo venivamo inebriati dai profumi del sugo della signora Rosetta dell’interno 4, che si mescolava con quello delle scaloppine sfumate al vino della dirimpettaia Manuela. E così via, in un tripudio di aromi fino in fondo alle scale. Arrivati a destinazione, altra rampa di scale a salire, stesso arcobaleno olfattivo di ricette cucinate contemporaneamente nel palazzo. Entrando nella casa dove sono cresciuta, il gioco era intuire il menù dai profumi che dalla cucina arrivavano all’ingresso. Quando si intuiva l’aroma della crosticina della pasta al forno bianca con prosciutto cotto, saltavamo dalla gioia. Il profumo delle cotolette che sfrigolavano nel burro ci faceva impazzire. Così come l’inconfondibile bouquet di cioccolato e mandorla della torta caprese. Seduti a tavola anche gli occhi erano premiati: le tovaglie di lino del corredo di mamma, i bicchieri a fiori regalati da nonno Vittorio, le saliere d’argento con i mestolini un po’ ossidati, il servizio di piatti di nonna Titta. Un abbraccio sensoriale che si ripeteva ogni domenica.

Indra Galbo
Il pranzo della domenica è sempre stato legato alla presenza dei nonni materni. Andare a casa loro o farli venire da noi non cambiava la natura del menu. A dominare la tavola, infatti, sono sempre stati gli gnocchi di patate preparati da mia nonna Mimma che li condiva con una salsa di pomodoro nella quale cuocevano anche spuntature di maiale e salsicce. Solo dopo l’adolescenza ho potuto apprezzare anche la carne come secondo, ma durante l’infanzia il mio pranzo finiva dopo 2-3 piatti colmi di gnocchi fino a far scoppiare la pancia. Una rara bontà che nonna mi preparava anche in mini porzioni solo per me in altre giornate quando veniva a trovarci. Gnocchi che non ho più potuto mangiare da quando testa e corpo hanno cominciato ad abbandonarla. Li ho cercati altrove. Ho provato a prepararli con le mie mani. Ci sono andato vicino in entrambi i casi, talmente vicino che mi sono sentito lontanissimo da lei. Così ho lasciato perdere questa continua ricerca senza senso sperando di custodire con me per quanto più tempo possibile il ricordo di lei con le mani tra farina e patate.

Marzio Taccetti
Il pranzo della domenica era fatto dei piatti che noi figli e nipoti amavamo, quelli della cucina di mamma o nonna. Si mangiava in sala da pranzo, non al tavolo della cucina. Il vino non mancava mai e, per noi piccoli, neanche una Coca-Cola, una Sprite o una Fanta. Era una piccola festa: tavola piena, come nei grandi pranzi in famiglia, con cibo per il doppio delle persone. Antipasto, primo, secondo, contorno, frutta (spesso saltata) e le immancabili pastarelle, ognuno con la sua preferita: diplomatico, montblanc, cestini alla crema, bignè. Col tempo la tradizione è rimasta anche se si è ridimensionata: la domenica ci si ritrova per rivivere quella spensieratezza, tra spaghetti al pomodoro o parmigiana d’estate, pasta e fagioli d’inverno, polpettone in autunno e calamari ripieni in primavera.

Valentina Marino
Dai vent’anni in poi i pranzi della domenica sono stati formidabili allenamenti nella disciplina dello gnocco. La passione per la cucina era scoppiata da poco e, nonostante nella mia famiglia ristretta (io, mia madre e mio padre) non ci fosse mai stata una particolare devozione al pasto del giorno del Signore, si può dire che sia stata io a imporla, quando ho espugnato i fornelli ed esiliato mia madre dalla cucina. Le domeniche della mia infanzia le ricordo soprattutto per la genovese di mamma, che quando ci si metteva, confezionava qualcosa di sublime. Ho capito più tardi che preparare qualcosa di speciale in un giorno speciale quattro volte al mese rendeva la vita — e i ricordi — molto più speciali. Così ho preso sul serio gli gnocchi. Ho iniziato come avevo sempre visto fare: patate lessate, schiacciate e infarinate a occhio e sentimento. Quindi ho scoperto la cottura alternativa in forno, incartocciando le patate nella carta argentata, ma niente a che vedere con le gioie che mi ha regalato il microonde: impacchettate nella pellicola e cotte alla massima potenza fino alla prova del dito che affonda e si ustiona, uscivano fuori morbide ma molto meno assetate di farina. Generalmente in contemporanea allestivo un ragù leggero (solo manzo, macinato tre volte, rosolato bene e sfumato col vino) ma tirato, sugoso, aggiustato con un pizzico di zucchero: me lo sarei mangiato tal quale a cucchiaiate. E quando mio padre diceva — e giuro che lo diceva — «Ah! Questi sono gnocchi che sanno di patate! ’Nde brav’, la fija mia» mi sentivo una specie di Dio. E la settimana poteva ricominciare in Paradiso.

Eugenio Marini
Sono anni che da noi non si fa più il pranzo della domenica. Almeno come mi è rimasto impresso da piccolo, con nonno Peo a capotavola — sì, un pò cliché — e nonna Lena pronta a servire da una casseruola traboccante fiumi di pastina con il pescato di giornata. Una portata calda e corroborante, tirata fuori da un fumetto di pesce espresso, appena sporcato da un soffritto di cipolla, aglio, prezzemolo e pomodoro, in cui far sguazzare i tubetti di pasta. Quel brodo lì, con la sua profondità aromatica, valeva come un piatto unico, così rinfrancante per i commensali che non avrebbe avuto bisogno di alcun dolcetto a conclusione del pasto. Forse l’unico che mi ricorda casa e le vecchie tavolate in famiglia, quando c’era ancora la possibilità di stare tutti insieme a tavola. Ecco perché il solo profumo di questo brodetto adriatico suscita in me sempre una particolare nostalgia.

Antonella De Santis
Dei miei pranzi della domenica da bambina ricordo soprattutto il rumore, quello della pasta stesa con il mattarello di mia zia Ada. Era la sorella di mia nonna, abitava a un centinaio di metri da casa nostra: la signorina Ada era parte integrante della mia famiglia allargata e femminile. Lei era in cucina ben più di mia nonna Margherita, che tignosa come era non si scomodava certo a spignattare se non per un paio di cose che erano affar suo. Non la pasta che zia stendeva senza macchinetta a manovella con un colpo deciso del polso: sbam, sbam, sbam. Il ragù c’era quasi sempre, rosso e sugoso come andava da noi, preparato la mattina sul presto. Quando mi alzavo c’era la pasta già stesa sui canovacci puliti e zia che con lo stuzzicadenti toglieva i residui di pasta a un anello da cui non si separava mai. L’anello ce l’ho io, ma la pasta non ho mai imparato a farla.

Michela Becchi
Gnocchi anche per me, grazie. Quelli imperfetti e squisiti di nonna Adriana, patate lesse schiacciate e farina a occhio, quanta se ne raccoglie. A casa di nonna non esistono dosi o ricette scritte a mano, il quadernino verde è un insieme di ritagli di riviste di cucina che spiegano piatti che non hanno mai visto la luce. La domenica da lei voleva dire trovarsi di fronte a una distesa di filoncini bianchi, da schiacciare col dito: un bel buco per raccogliere tutto il sugo, semplice o di spuntature. Li mangiavo crudi, tanto in casa nostra l’uovo non si è mai usato: solo patate e farina per degli gnocchi callosi, tosti. Buonissimi. Prima c’era il vassoio stracolmo di fette di pane bruscato con l’olio, il nostro antipasto, la nostra merenda, il nostro tutto. E poi le pastarelle, ma soprattutto la mattonella dolce, che non sapevamo neanche si chiamasse così: Oro Saiwa, alchermes («archemus», come direbbe qualsiasi nonna romana che si rispetti), una crema pasticcera limonosa – la passione mia e di nonna – cacao amaro. Ma attenzione: la domenica dopo tutto si ribaltava, al posto dei biscotti c’era il pandoro avanzato, un ciambellone troppo secco bagnato con uno dei tanti liquori tirati fuori dalla vetrinetta, ricordi di viaggi altrui, omaggi di chissà quanti anni prima. La prendevamo tutti in giro, ci divertivamo a capire cosa avesse usato quella volta. Però il dolce finiva sempre.

Loredana Sottile
Pasta a forno croccante fuori e morbida dentro, vino camuffato da coca-cola, lunghi discorsi iniziati e mai finiti. Sono le prime tre immagini che mi vengono in mente se ripenso al mio perduto pranzo della domenica a casa dei nonni. Le pietanze sulla tavola erano tante, ma il piatto principe era appunto quella pasta a forno: più facile dire cosa non ci fosse dentro piuttosto che elencare tutti gli ingredienti. A volte la nonna era nervosa e allora capivi subito che il motivo era proprio l’incompiutezza della sua opera d’arte: «Il nonno ha comprato solo il prosciutto e, quindi, l’ho dovuta fare senza mortadella», dichiarava subito. Se lui lo facesse per dimenticanza o per calcolo (durante il pasto lo vedevi togliere a mano a mano tutto il ripieno perché era uno che amava l’essenziale) non l’ho mai capito. Sta di fatto che ogni volta si sfiorava la tragedia. A metà pasto il nonno mi lanciava uno sguardo complice: «Nel frigo c’è la Coca-cola grande». Tutto nasceva da un gioco tra me e lui per non far vedere che avevo già ricevuto il mio battesimo del vino (non erano i tempi delle etichette salutistiche. Per fortuna!). Il tutto veniva accompagnato dai suoi interminabili aneddoti: ogni boccone una frase e così per circa due ore (credo di aver preso da lui la proverbiale lentezza nel mangiare). Nel frattempo, il resto dei commensali intavolava discorsi paralleli, sparecchiava, rideva, litigava. Ad un certo punto lui si fermava, batteva il coltello sulla tavola e tuonava: «Oh, ma cu cu staiu parrandu?« . Giusto un secondo di silenzio. E poi tutto ricominciava come prima.
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