Berebene

Sulle colline di Ancona due fratelli producono uno dei migliori rosati d'Italia (che costa molto poco)

Nel territorio del Conero, tra mare e colline, c'è un'azienda che, seguendo i dettami dell’agricoltura biologica, realizza un grande rosato da montepulciano vinificato in rosa

  • 08 Maggio, 2026
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Nelle Marche il mondo dei vini rosati non vanta una consolidata tradizione, per cui ogni azienda è libera di usare il vitigno che ritiene più adatto. In genere si ricorre all’uso di montepulcianosangiovese, talvolta in blend tra loro, talvolta in uvaggio con vitigni internazionali. Fa eccezione la zona di Morro d’Alba, dove quasi tutte le aziende si affidano alle uve lacrima ed è già a buon punto l’iter per l’istituzione della DOC Lacrima di Morro d’Alba Rosato, mentre nella micro area di Pergola una DOC esiste già e prevede l’uso per almeno il 60% di aleatico.

Il Conero Rosato, la nuova Docg marchigiana

Tra i vini che finiscono spesso sul gradino più alto del nostro podio dei migliori rosati regionali ce n’è uno da montepulciano in purezza, il Mun dell’azienda La Calcinara. che con l’annata 2025, da poco uscita sul mercato, lo vede approdare nella neonata DOCG Conero Rosato. Si tratta di un passaggio epocale che permette di lasciare la generica classificazione Marche Rosato IGT, un po’ troppo vasta e frastagliata.

Ancona e il suo comprensorio vinicolo potranno, dunque, contare su di una Denominazione che si propone di stabilire un legame speciale tra vitigno e territorio. Mettendo al tempo stesso tempo in risalto  la naturale vocazione del montepulciano nel dare rosati di qualità e legandosi con efficacia alla gastronomia locale, fatta di pesce, carni bianche e variegata norcineria.

Storia dell’azienda La Calcinara: gli inizi

Paolo ed Eleonora Berluti, titolari dell’azienda La Calcinara, entrambi laureati in enologia, vengono da un percorso di studi che non è di certo una stranezza in una famiglia col cognome stampato su bottiglie di Rosso Conero 1968, quindi l’anno successivo all’istituzione della DOC. Dopo aver concluso la propria formazione e fatto le dovute esperienze lavorative in giro per il mondo, i due fratelli decidono di tornare sulle colline di Candia, frazione posta alle spalle di Ancona.

Ad attenderli c’è una vigna di quasi quattro ettari e mezzo impiantata nel 2000 in via Calcinara e 650 piante di ulivo. Paolo ed Eleonora decidono di costruire sul posto una propria cantina, diversa da quella familiare già attiva da molti anni, perché hanno bisogno di una misura più raccolta, più adatta a ospitare il frutto dei loro filari e fermentazioni senza alcuna “contaminazione” esterna. Una sfida da affrontare con tutta l’energia e la freschezza di due ragazzi all’epoca non ancora trentenni. Nel 2007 vinificano il loro primo vino, il Folle. Un nome che descrive alla perfezione uno stato d’animo che prevede libertà stilistica e una ironica eppur giudiziosa irriverenza nei confronti della normalità. Proprio nell’Elogio della Follia dell’umanista Erasmo da Rotterdam si afferma “ciò che l’occhio è per il corpo, la ragione lo è per l’anima”.

L’ambiente circostante: occhio e ragione

Anche l’occhio è soddisfatto dall’affaccio dalla cantina, quasi interamente interrata: i terreni ricchi di calcare, argille e arenaria sono rigati da filari e ulivi in ordinati disegni geometrici. La ragione dei due fratelli vuole che tutto sia gestito sin dagli inizi tramite una rigorosa adesione dei dettami dell’agricoltura biologica venata di pratiche biodinamiche. Per Paolo ed Eleonora la conservazione della salubrità dei suoli, della biodiversità e del rifiuto di scorciatoie chimiche non sono elementi negoziabili. La ventilazione garantita dall’Adriatico distante meno di dieci chilometri, chiuso alla vista dal massiccio del Conero ma non impermeabile alle sue masse d’aria, l’irraggiamento solare mediterraneo, i terreni poco fertili ma ricchi di elementi minerali, permettono di non eccedere in trattamenti fitosanitari e avere una maturazione costante.

La Calcinara: i vini prodotti

Degli attuali 14 ettari, 11 e mezzo si trovano nei pressi della cantina. Buona parte appartiene al montepulciano, con cui si dà vita allo sbarazzino eppur concreto Rosso Conero Il Cacciatore di Sogni e il già citato Conero Riserva Folle, vino di grande intensità e struttura. Nell’altro Conero Riserva Terra Calcinara si aggiunge il 15% di uve sangiovese, in accordo con le usanze del passato, in modo che abbia personalità nel tocco quasi salmastro. Verdicchio e piccole quantità di chardonnay si uniscono nel Clochard “sotto lo stesso cielo”, bianco che unisce polpa e freschezza in un sorso che rifugge ogni banalità. Il lato bianchista della produzione si completa con la recente e limitata produzione di un Trebbiano ottenuto dopo una macerazione sulle bucce per qualche giorno. Tutti i vini si avvalgono di raccolta manuale delle uve, fermentazioni spontanee, uso minimo di solforosa.

Mun 2024 – La Calcinara
Punteggio: 94/100

Il Mun, un rosato che sa evolvere nel tempo

L’etichetta sulla quale ci concentriamo qui è, però, il Mun, tra i migliori rosati d’Italia, che  si è guadagnato un’attenzione sempre maggiore anno dopo anno, anche grazie al rapporto qualità prezzo molto vantaggioso, motivo per cui lo abbiamo recensito nella guida BereBene 2026 del Gambero Rosso, dedicata ai vini che in enoteca e negli shop on line costano meno di 20 Euro. Si tratta di un rosato da montepulciano in purezza vinificato e affinato per sei mesi in acciaio sulle proprie fecce fini. Alle uve da porzioni dedicate delle vigne di via Calcinara si aggiunge circa il 25% della vigna di Sirolo: quasi due ettari e mezzo di vigneto ventennale esposto a sud, aggrappato a suoli bianchi calcarei e affacciato sul mare.

Gli assaggi della versione 2024 ci hanno fatto capire di esser al cospetto del miglior rosato regionale, che ha letteralmente sfiorato i Tre Bicchieri sulla guidaVini d’Italia 2026 del Gambero Rosso, Chiaro nella veste ma non slavato, ha profumi fruttati venati da sottili rimandi di erbe aromatiche, accenti floreali e accattivanti tonalità minerali; il sorso è integro, fragrante, di grande coerenza aromatica in un finale saporito, di lunga tenuta. Un rosato che sa evolvere e reggere l’impatto del tempo per qualche anno, aggiungendo quote di complessità senza perdere energia. Per adesso non resta che chiedere una bottiglia di Mun dei fratelli Berluti, vignaioli dotati di visione e ragione. E un pizzico di follia.

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