Miniguida

In Abruzzo esiste un itinerario di 38 chilometri che sembra uscito da un’altra epoca

Dal mulino ritrovato di Poggio Umbricchio alla trattoria Il Porcellino, passando per Montorio, Teramo e Campli: una guida lenta tra borghi, trattorie e indirizzi da scoprire nel cuore del Teramano

  • 18 Maggio, 2026
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In Abruzzo, tra il Gran Sasso e le colline del Teramano, esiste un itinerario lungo appena 38 chilometri che attraversa mulini ad acqua tornati a vivere, trattorie di paese, borghi medievali e vecchi bar rimasti identici a decenni fa. Un piccolo viaggio da fare lentamente, seguendo il ritmo dei fiumi, dei sughi lasciati andare per ore e delle chiacchiere nelle piazze. Qui il tempo sembra misurarsi diversamente, ogni scorcio, ogni piatto porta con sé? Una storia intima.

La scusa del nostro viaggio era semplice: una cena alla trattoria Il Porcellino, a Cusciano, frazione di Montorio al Vomano. Ma come spesso accade, la scusa si è trasformata in itinerario così delineato il viaggio: Poggio Umbricchio e il Mulino De Giorgis, la cena al Porcellino, il risveglio al bar della nonna di Simone (patron della trattoria), una passeggiata tra i vicoli di Montorio al Vomano, le strade di Teramo e infine Campli con la sua necropoli.

Montorio al Vomano

Il viaggio lento nel Teramano che vale un weekend

Arrivare a Poggio Umbricchio significa inerpicarsi tra boschi e colline pedemontane, lungo la gola stretta dove il Vomano scorre limpido e silenzioso. Sulle sue sponde, il Mulino De Giorgis ha ricominciato a macinare il grano dopo settantaquattro anni di silenzio, grazie al sapiente restauro di Gino Di Benedetto, artigiano dalle mani d’oro. Abbiamo approfittato della giornata: bagno nell’acqua gelida del fiume, sole sulle spalle, due birrette sulle pietre. È lì che ci ha raggiunto Enzo Evangelista, presidente della Pro Loco locale, che senza troppi preamboli ci ha invitato dentro il mulino offrendoci due calici di vino.

«Il mulino oggi è vivo», ha esordito, «con le sue pale in rovere, l’albero di trasmissione, le macine riallineate. Insieme al GAL Gran Sasso Laga abbiamo restituito al territorio un luogo dove scuole, turisti e camminatori si incontrano e con la bella stagione possono pure usufruire di panche e tavoli per organizzare picnic in autonomia». Abbiamo passato un’ora con Enzo a parlare di progetti futuri (in ballo anche un progetto di albergo diffuso), della sagra del tartufo e dei suoi mitici Spaghetti all’Assassina, con il tartufo pure loro. È entrata anche una coppia di ragazzi, emiliani – se la memoria non ci inganna – con i quali, nel giro di cinque minuti, si parlava di ristoranti, produttori, territori e, neanche a dirlo, tartufi.

Enzo Evangelista mentre prepara gli spaghetti all'assassina

La sagra del tartufo che fa rivivere il borgo

«A Poggio Umbricchio organizziamo, a cavallo tra ottobre e novembre, la sagra del tartufo bianco d’Abruzzo», racconta Enzo, che nel frattempo è intento a tagliare del formaggio. «La manifestazione “Tuber Magnatum” fa rivivere il paese, nei giorni della sagra tornano figli e nipoti, le case si riempiono e il borgo si anima con musica, giochi per bambini, degustazioni e mostre d’arte. È un momento di convivialità rispettoso della tradizione, un’occasione per far rivivere la comunità». Enzo nel tempo libero è pure un cercatore di tartufi, nonché cuoco provetto. Se siete fortunati, magari lo trovate intento a preparare i suoi famosi Spaghetti all’Assassina: «È un piatto pastorale semplice e sostanzioso, probabilmente giunto dalla Puglia durante la transumanza. Li cuocio come si confà in un’unica padella insieme alla salsa di pomodoro e concludo il piatto con una abbondante grattugiata di tartufo nero estivo fresco». Noi non li abbiamo assaggiati, ma è già un motivo per tornare. Nel frattempo, si riparte, l’obiettivo iniziale del viaggio ci aspetta.

La coratella della Trattoria Il Porcellino a Cusciano

Dove mangiare nel Teramano: la trattoria Il Porcellino

Cusciano non arriva a duecento abitanti. Eppure vale il viaggio, e il motivo ha un nome e un cognome: Simone Saraceni, classe 1998, che circa due anni fa ha rilevato questa storica trattoria mantenendone intatti il nome e l’anima, aggiungendo la sua testa, le sue mani e una curata selezione delle materie prime (gran parte delle verdure arriva dal virtuoso Podere Francesco). L’antipasto misto è obbligatorio. Arriva una strepitosa coratella, da mangiare con un pane ben fatto, prosciutto di agnello con bietolina ripassata e maionese all’aglio nero, una coppa fenomenale e poi il rocher di pecora alla callara dalla panatura perfetta, eredità della precedente vita di Simone alla Topperia, il suo locale street food ormai chiuso ma che qui sopravvive in forma nobilitata. Non a caso le patatine del Fucino fritte sono imperdibili: Simone è cintura nera di fritto e si vede.

Agnello panato La coratella della Trattoria Il Porcellino a Cusciano

Le fettuccine ai funghi con pecorino

Tra i primi, fettuccine ai funghi con pecorino abbondante, caserecci al ragù di cervo, pappardelle al sugo di papera, quei sughi fatti andare oltre, lenti e profondi. E va benissimo così. Tra i secondi l’immancabile pecora e un diaframma che non ti aspetti. A chiudere, il bocconotto montoriese: uva Montepulciano, cioccolato, mandorle e limone della Costa dei Trabocchi. A fine cena viene spontaneo chiedere: «ma questi vini li selezioni tu?».

Simone fa il modesto, poi racconta che almeno una volta l’anno va di persona in Borgogna, nel Giura o nella Loira a cercare piccoli produttori. Nella cantina ci sono chicche notevoli, non solo francesi e non solo vini. Lato distillati, un Capovilla di prugne e susine pressoché introvabile: «la ventinovesima bottiglia su un lotto di 570 litri», dice con la precisione di chi sa esattamente cosa ha in cantina. Da un tavolo in fondo alla sala sale un chiacchiericcio caldo, di quelli che riempiono una stanza senza invaderla. È la nonna di Simone con i suoi amici e prima di salutarci ci invita a fare colazione nel suo bar il mattino dopo. Accettiamo senza pensarci su.

Il pane della Trattoria Il Porcellino

Risveglio, Montorio e la strada verso Campli

La mattina dopo, bar della nonna di Simone. Non diciamo dove perché gastronomicamente è irrilevante, ma in un altro senso è perfetto: macchinetta del caffè a cialde, merendine confezionate, un’atmosfera ferma da qualche decennio. Il tipo di posto dove ti siedi e senti che il mondo fuori può aspettare e forse può anche diventare migliore. Da lì, Montorio al Vomano, alle porte del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga, un luogo tranquillo dove scambiarsi un cenno di saluto tra sconosciuti non è ancora passato di moda. Qui passeggiate tra vicoli e piazze, a cominciare da Piazza Orsini, con la Chiesa di San Rocco e qualche metro più in là il Convento degli Zoccolanti. Poi si va a Teramo, più urbana ma con misura, nella quale ogni angolo racconta secoli di storia, dal maestoso Duomo che mescola romanico e gotico alle rovine romane affiorate sotto il livello stradale, fino al Castello Della Monica e i palazzi storici che si affacciano sulla vivace Piazza Martiri della Libertà.

Castello della Monica a Teramo

La Necropoli Pretuziana di Campovalano

Dopo una sosta per il pranzo, si riparte verso l’ultima tappa: Campli, borgo dall’anima avventurosa, che porta addosso i segni di una storia lunghissima; se avete tempo la Necropoli Pretuziana di Campovalano vale assolutamente una visita. Ma Campli sa sorprendere anche in altri modi: i più virtuosi potranno salire in ginocchio i 28 gradini di legno della Scala Santa guadagnandosi l’assoluzione dai propri peccati, mentre i meno sportivi potranno consolarsi con un bel panino con la porchetta alla Sagra della Porchetta Italica, la più antica d’Abruzzo, che si tiene ogni agosto. In fondo, una via o l’altra, si torna sempre a casa con l’anima più leggera. Trentotto chilometri, un mulino ritrovato, una trattoria che vale il viaggio, il caffè dalla nonna di Simone e un borgo medievale con i peccati da espiare. Questa parte d’Abruzzo non ha bisogno di grandi numeri per convincere: le bastano un piatto di pasta al sugo fatto andare lento, un bicchiere di vino scelto con cura e la sensazione, rara, di essere arrivato esattamente dove dovevi.

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