Assemblea Federvini

I prezzi dei vini negli Usa mettono a dura prova la fedeltà al Made in Italy. Federvini: “Anno senza precedenti”

L’Osservatorio Federvini-Nomisma conferma la contrazione generalizzata delle importazioni. Negli Usa il prezzo è la principale barriera all’acquisto: i consumatori si dichiarano fedeli, ma sperano nelle promozioni

  • 10 Giugno, 2026
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Vini, spiriti e aceti alla prova del nuovo (dis)ordine mondiale tra evoluzione dei consumi, tensioni commerciali, equilibri geopolitici e ridefinizione delle rotte commerciali. Un contesto inedito per complessità e velocità di cambiamento, a partire dai dati del primo trimestre nero per il vino italiano con un calo a valore del 13,3%. Secondo i dati dell’Osservatorio Federvini-Nomisma, presentati a Palazzo Alteri di Roma il 10 giugno, nel corso dell’assemblea generale dell’associazione, la brusca frenata dell’export sembra riguardare tutti i grandi Paesi produttori di vino.

Mercati asfittici, player globali alle corde

Il motivo è la contrazione generalizzata delle importazioni a valore registrata sui 12 principali mercati di riferimento (-17,1%). Il calo massimo riguarda gli Stati Uniti, che registrano addirittura il -38,9% di valore delle importazioni rispetto allo stesso trimestre del 2025, seguito da Cina (-10,6%) e Canada (-10,5%).

In sostanza, tutti i paesi produttori soffrono l’arretramento dell’export del primo trimestre: dal -4,3% della Francia al -16% di Nuova Zelanda ed Australia. L’Italia (dato al primo bimestre) arretra del -13%. Gli Stati Uniti ancora in profondo rosso: -30%.

Il risultato è frutto del calo nelle importazioni di vino da parte di quasi tutti i principali mercati mondiali. I vini italiani riescono a invertire la tendenza soltanto in Canada (+5%), Francia (+3%), Giappone (+22%). Caso anomalo quello dell’Australia, mercato che registra una crescita a valore nel trimestre del +6%. Anche in questo caso però i vini italiani faticano restando fermi al +2%, inferiore alla media.

Usa, profondo rosso

Il mercato più in sofferenza resta quello americano, che è anche lo sbocco principale per i prodotti italiani. «Il primo trimestre 2025 aveva registrato aumenti straordinari nelle importazioni dall’Italia per il tentativo di sfuggire all’applicazione dei dazi universali annunciati da Trump nel successivo mese di aprile», ricorda Denis Pantini, direttore del Wine Monitor di Nomisma. Proprio per questo, «l’indagine calcola la variazione del primo trimestre 2026 sullo stesso periodo del 2024, al fine di confrontare periodi omogenei non viziati da eventi straordinari. Nonostante questa “sterilizzazione”, il risultato per vini, spiriti e aceti italiani appare comunque negativo: -28% (a valore) per il vino, -35% per gli spirits e -18% per gli aceti.

Su questa variazione pesa certamente la svalutazione del dollaro rispetto all’euro (-6% tra i due trimestre 2026/2024), ma ancora più incide la dinamica di un mercato in flessione sul fronte delle abitudini di consumo», ammette Pantini. Resta il fatto che il primo trimestre di quest’anno è molto pesante sul mercato americano: a parte la Florida si registra un calo evidente in tutti gli stati. I dati dell’Osservatorio Federvini-Nomisma sui cinque stati top della Federazione, pari al 67% complessivo del mercato, parlano chiaro: California -10,7%, New Jersey -1,8%, New York -5,6%, Florida +1,2%, Texas -37,7%.

«Prima i dazi reciproci, poi la loro sospensione, infine l’attuale regime al 10% in vigore fino al 24 luglio. Il 2025 ci ha messo alla prova con un’intensità senza precedenti», ammette il presidente di Federvini Giacomo Ponti. «Ora è fondamentale – continua – che la ratifica dell’accordo Ue-Usa si concluda rapidamente: non possiamo pensare di sostituire il mercato americano, ma possiamo e dobbiamo diversificare, innovare, presidiare i tavoli europei con ancora più determinazione. Guardiamo al futuro con fiducia: siamo portatori di un valore strategico – economico, culturale, identitario – che nessun dazio può intaccare».

Prezzo elevato, una barriera per i consumatori Usa

«Dopo i dazi, piove sul bagnato. Con l’inflazione che raggiunge il 4% e il conseguente rincaro dei prodotti, i consumatori hanno oggi minore capacità di spesa. La reazione all’incremento dei prezzi è un downgrading della spesa: il consumatore americano adotta comportamenti restrittivi orientandosi verso prodotti più economici».

Denis Pantini sintetizza cosi la consumer survey condotta da Nomisma su 1200 consumatori statunitensi della California e di New York con l’obiettivo di valutare la percezione dell’aumento dei prezzi nell’ultimo anno e i cambiamenti nei comportamenti d’acquisto? Dal sondaggio arriva anche una magra consolazione: i prodotti agroalimentari e le bevande alcoliche italiane guidano la classifica dei prodotti stranieri per maggior qualità percepita dai consumatori negli Stati Uniti. «Il marchio e l’elevata qualità del prodotto restano i principali driver di scelta per i prodotti italiani (42% per il vino, 54% per gli spirits e 34% per gli aceti), mentre il prezzo elevato si conferma la principale barriera all’acquisto (40% per il vino, 26% per gli spirits e 28% per l’Aceto Balsamico di Modena IGP).

Fedeltà americana all’Italia messa a dura prova

In ogni caso, «per i consumatori statunitensi, l’alta qualità è il principale valore che accomuna il vino italiano (47%) gli spirits italiani (48%) e l’Aceto Balsamico di Modena Igp (42%). La percezione ottima dell’Italia sul piano della qualità è la barriera che ci protegge di più», ammette Pantini.

Di fronte a una sensibile percezione dell’aumento dei prezzi nell’ultimo anno dovuta ai dazi, i consumatori americani dichiarano una spiccata fedeltà a questi prodotti, sebbene l’8% abbia già sostituito con altre bevande o con vini di altra provenienza e il 21% potrebbe farlo. In prospettiva, secondo Pantini, «nel caso di percezione di una crescita del prezzo del 20%, una parte significativa dei consumatori Usa intervistati dichiara di non voler rinunciare all’acquisto delle eccellenze italiane, preferendo mantenere stabili quantità e frequenze di consumo o, al massimo, orientarsi alla ricerca di promozioni e offerte per attenuare l’impatto dei rincari».

I nuovi mercati su cui puntare

A questo punto, di fronte alla crisi dei mercati di riferimento del vino italiano (Usa, Regno Unito, Francia e Germania), è arrivato il momento di “diversificare” rivolgendosi ai mercati emergenti: Kazakistan, Romania, Colombia, Thailandia, Perù, Corea del Sud, Repubblica Ceca, Polonia. Ecco la lista dei 10 nuovi target suggeriti dall’indagine di Nomisma.

Una grande opportunità arriva infine dagli accordi di libero scambio conclusi di recente dall’Unione europea con Australia, Messico, Mercosur e India. «Gli Stati Uniti resteranno, non è un mercato facile da sostituire. Ma tutte le opportunità di espansione in nuovi mercati vanno sfruttate», conclude Albiera Antinori, imprenditrice vitivinicola e presidente del gruppo vini di Federvini.

 

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