L’area dei Castelli di Jesi, che si estende dalla costa adriatica verso l’interno, ha nel respiro del mare uno dei suoi protagonisti. Le brezze provenienti dall’Adriatico mitigano le temperature, favorendo una maturazione regolare delle uve e preservandone una buona componente aromatica. I vini di questa zona delle Marche tendono a essere più immediati e accessibili: profumi fragranti, freschezza marcata, una beva agile ma non banale. Tuttavia, nelle versioni più ambiziose, come le Riserve (che si fregiano della Docg e, nella nomenclatura, mettono in prima linea Castelli di Jesi seguito poi dal nome della varietà, il verdicchio) emergono struttura e profondità, con una capacità evolutiva notevole.

«Il territorio – ci dice Michele Bernetti, presidente dell’Istituto Marchigiano di Tutela Vini (IMT) – ha mostrato molta dinamicità negli ultimi anni sul fronte della qualità e dell’innovazione, attraverso vini sempre più fini ed eleganti che hanno esaltato la finezza che il territorio dei Castelli di Jesi trasmette al vitigno. C’è maggiore consapevolezza della qualità potenziale del prodotto e del valore che deve premiare questo tipo di produzione».

Umani Ronchi 2017 © Francesco Vignali Photography
Infatti, il percorso intrapreso dalla denominazione, che ha portato all’approvazione della modifica al disciplinare, va nella direzione di ridurre il collegamento con il vitigno (il cui riferimento in etichetta è ora facoltativo per le versioni Riserva, che potranno essere denominate solo “Castelli di Jesi”) per rafforzare il legame con il territorio ed esaltare le diverse sfaccettature geografiche dei Castelli di Jesi. Un areale vocato alla produzione di bianchi di grande qualità che vuole tornare ad essere un’area protagonista nel panorama del vino bianco italiano».

Il cuore del Verdicchio marchigiano batte in due denominazioni principali: il Verdicchio dei Castelli di Jesi e il Verdicchio di Matelica. Due territori relativamente vicini, ma profondamente diversi per geografia e clima. Le origini del Verdicchio si perdono tra storia e leggenda. Alcuni studiosi lo collegano a vitigni portati lungo l’Adriatico già in epoca romana, altri ipotizzano una diffusione medievale legata ai monaci benedettini. Il nome stesso richiama il colore degli acini, quel riflesso verde-giallo che anticipa la freschezza gustativa del vino.
Nonostante la presenza del Verdicchio sia attestata nelle campagne marchigiane almeno dal XV secolo, è nel Novecento che il vitigno inizia a costruire una sua identità precisa. Dopo un periodo di produzione massiva e spesso poco valorizzata, dagli anni ’80 del secolo scorso in poi si assiste a una rinascita qualitativa: rese più basse, maggiore attenzione in vigna e in cantina, e una riscoperta della vocazione all’invecchiamento.

Il Verdicchio è un vitigno dalla personalità complessa e versatile. Al naso emergono note di mela verde, agrumi, fiori bianchi e una caratteristica sfumatura di mandorla, che ritorna spesso anche in chiusura gustativa. In bocca è un vino di struttura, sostenuto da una spiccata acidità e da una sapidità che ne allunga la persistenza. Questa combinazione lo rende non solo estremamente gastronomico, ma anche sorprendentemente longevo. Se da giovane privilegia la freschezza varietale, con il tempo evolve verso aromi più complessi: miele, idrocarburi, frutta secca e spezie. È proprio questa capacità di evoluzione a rendere il Verdicchio un unicum nel panorama dei bianchi italiani: un vino che non teme il tempo, ma anzi lo interpreta.
Le etichette che seguono sono in ordine di annata, partendo dai vini più giovani. Il punteggio è espresso in centesimi.

93/100
Senza dubbio uno dei grandi 2022, vino di grande compiutezza e dalla complessità disarmante. Il naso è un tripudio di profumi tra fiori di acacia, erbe mediterranee, tocchi di frutto maturo e leggere nuance speziate. La bocca è integra, tesa, nessuno segno di cedimento caratterizza un sorso cremoso, ma vibrante, avvolgente, e con le giuste durezze a dare ritmo.
94/100
Un altro bellissimo 2022 che sembra, in questa fase, giocare la sua partita più sulla sottrazione. Pietra focaia e scorza di limone candito al naso anticipano una bocca tesa e vibrante, dal sapore pieno ma senza dubbio più espressiva per l’acidità. Grande pulizia e lunghezza, conquista dall’inizio alla fine.

95/100
Con la 2021 iniziamo a fare sul serio in termini di invecchiamento. Il Lauro è quello che vorremo da una bottiglia al suo sesto anno dalla vendemmia. Si iniziano a sentire i toni terziari, ma il frutto rimane vivo e cangiante, mentre la bocca è sottile, elegante, fine, lunghissima e dalla freschezza esemplare.

93/100
Bellissima performance per un altro 2021 che gioca tutta la sua partita su sensazioni iodate, di mandorla e spezie. La bocca è ossuta, scarna, ma non manca mai di sapore. Bellissima acidità che delinea il sorso, tocco sapido che arriva puntale a dare complessità. Finale di grande pulizia, lungo e profondo, delineato da alcune note già sentite all’olfatto.

96/100
Non possiamo che dedicare questo grande vino a chi lo ha creato, Ampelio Bucci, un vero artigiano del vino che tanto ha fatto non solo per il Verdicchio ma per tutto il vino italiano. Oggi, che l’azienda fa parte del gruppo Omniwines, ci godiamo questo bianco che ha davanti a sé ancora tanti anni vista l’integrità, l’eleganza, la gioventù che mostra.

93/100
Appena versato sono i toni più bianchi a emergere, poi il vino si apre a sensazioni più calde e mediterranee. Agrumi, fiori, un tocco speziato, per poi avere profumi di macchia ed erbe di montagna. Senza dubbio una sorpresa, vista l’annata. La bocca mostra un altro passo. Più materica e corposa nonostante non manchi né di acidità né di sapidità. Finale molto molto profondo.

91/100
È la frutta secca ad emergere appena versato il vino nel bicchiere e i tocchi di nocciola, mandorla amara e mallo di noce sono ben evidenti. Poi un tocco di fiori gialli che anticipa una bocca dalla materia imponente ma sempre ben equilibrata da belle sensazioni sapide e da un finale di gran sapore.

96/100
Finale di classe con un vino del 2018 che sembra molto più giovane per integrità, frutto e fragranza. Incredibili le note olfattive che vanno dalla pietra focaia all’agrume bianco, dai fiori alle spezie dolci. La bocca convince ancor di più per tensione, l’acidità è davvero spiccata ma sempre ben integrata a una materia di rara eleganza e sfaccettata fino alla fine.
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