Per secoli il Chianti รจ stato identificato con i grandi vini rossi della regione. Ma team internazionale di ricercatori, coordinati dall’University of York, ha messo in luce come nell’antichitร , tra Etruschi e Romani, a dominare i vigneti della Toscana erano soprattutto uve bianche.
Lo studio, pubblicato sul Journal of Archaeological Science, ha analizzato il Dna di antichi vinaccioli rinvenuti nel sito archeologico di Cetamura del Chianti, un insediamento collinare situato nel cuore dell’attuale area vitivinicola toscana. Tra il III secolo a.C. e il III secolo d.C., gli abitanti del luogo gettarono semi d’uva in profondi pozzi, dove il fango privo di ossigeno ne ha garantito una conservazione eccezionale per oltre duemila anni.
I ricercatori hanno sequenziato il Dna di 80 semi, ricostruendo un quadro sorprendente della viticoltura antica. La maggior parte dei campioni appartiene infatti a un’unica varietร di vite, tramandata dagli Etruschi ai Romani e mantenuta in coltivazione per secoli. Una continuitร genetica che testimonia l’esistenza di pratiche agricole avanzate e di una selezione accurata delle piante giร in epoca preromana. L’analisi genetica ha inoltre permesso di identificare il colore delle uve. I marcatori biologici hanno rivelato che questa varietร dominante produceva acini bianchi, una scoperta inattesa per una regione oggi famosa nel mondo soprattutto per il Sangiovese e i suoi vini rossi (sebbene la nuova frontiera sia anche per il Chianti Docg la versione rosata, appena entrata nel disciplinare)

Membro del team di ricercatori si cala nel pozzo di Cetamura del Chianti
Secondo gli studiosi, il risultato aggiunge un tassello fondamentale alla storia della viticoltura del Chianti. Prima dell’affermazione dei grandi rossi moderni, le comunitร etrusche e romane avrebbero coltivato e valorizzato per generazioni una varietร bianca considerata particolarmente pregiata. La ricerca mostra anche come la conquista romana abbia modificato il panorama agricolo locale in quanto l’annessione dell’area all’Impero comparvero nuove varietร di vite, probabilmente introdotte attraverso le reti commerciali e produttive che collegavano territori molto distanti tra loro. Gli archeologi hanno inoltre individuato tracce della raccolta di uve selvatiche, segno di una gestione diversificata delle risorse agricole.
Uno degli aspetti piรน interessanti riguarda proprio le connessioni internazionali del mondo romano. Il principale vitigno identificato a Cetamura presenta infatti stretti legami genetici con antichi semi d’uva rinvenuti nella Francia meridionale. Una prova biologica dell’esistenza di una vasta rete agricola e commerciale attraverso la quale Roma diffondeva varietร selezionate e standardizzava la produzione vinicola nei territori dell’Impero.
Tra le scoperte emerge anche un altro antico vinacciolo appartenente a una famiglia di vitigni ancora oggi diffusa nell’Europa centrale e orientale. Il suo parente moderno piรน vicino รจ una rara varietร ungherese, ma il legame piรน affascinante conduce a Maribor, in Slovenia, dove cresce una vite considerata ufficialmente la piรน antica del mondo ancora in grado di produrre frutti.
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