«È probabile che sia triste la fine per questo gruppo» tuona la cronista Olivia Decroyat dalle pagine di Le Figaro. La vicenda trattata è quella di Vranken-Pommery, terzo gruppo per volumi della Champagne dopo LMVH e Pernod Ricard, e unico di queste dimensioni ancora di proprietà della famiglia che l’ha fondata. Una storia che, oltre dopo tre secoli, potrebbe concludersi per lasciare spazio ad un nuovo capitolo.
Il conglomerato, infatti, vive da tempo una grave crisi economica. Maison Pommery et Associès – così figura la realtà ufficialmente – ha chiuso il 2025 con un indebitamento finanziario netto di 754,4 milioni di euro, in calo solo marginale rispetto ai 758,3 milioni dell’anno prima, nonostante la cessione del marchio Heidsieck & Co Monopole a Lanson.
Una situazione che, anche a fronte di un fatturato che tiene (293,2 milioni, in flessione del 3,6%) e di una marginalità stabile, sembra oramai insostenibile. Nei mesi scorsi Pommery ha dovuto rinegoziare due scadenze cruciali: una bancaria di 50 milioni (aprile) e una obbligazionaria di 45 milioni con decorrenza in data 19 giugno. Quest’ultima — citata da Le Figaro — rischiava di causare un default, ma il 9 giugno i creditori hanno approvato a larga maggioranza il rinvio di dodici mesi, portandola al 2027.
Il motivo del rinvio? Dare tempo alle trattative esclusive avviate il 2 giugno con il gruppo tedesco Henkell Freixenet per un’operazione che potrebbe ridisegnare gli assetti della spumantistica mondiale. Henkell non è un fondo speculativo, ma un colosso da oltre miliardo di fatturato e quasi due secoli di storia. Nasce nel 1832 a Mainz come cantina di famiglia, diventa pioniere tedesco dello spumante a fine Ottocento. L’espansione oltre i confini nazionali parte ben 26 anni fa con un acquisto proprio in Champagne: quello della maison Alfred Gratien, ben più piccola di Pommery con le sue circa 300.000 bottiglie prodotte, ma comunque rilevante per prestigio e storicità. La vera svolta , però, arriva nel 2018, quando Henkell acquisisce la maggioranza di Freixenet, leader nella produzione di Cava, dando vita a Henkell Freixenet, primo gruppo mondiale in questo settore per volume (ma non per fatturato).
Perché l’investimento del colosso tedesco su Pommery sarebbe probabilmente una situazione win-win? Perché porterebbe Henkell sopra 100 milioni di bottiglie, ma anche per la capacità che l’azienda ha dimostrato di integrare marchi molto diversi da quello originale senza snaturarli. Anche in Italia il nome Henkell è familiare: nel 2008 il gruppo tedesco ha acquisito interamente Mionetto, il Prosecco più venduto al mondo. Un’operazione che la stessa Mionetto ha ripetutamente descritto come una “continuità gestionale legata al territorio d’origine”. Un dettaglio che dovrebbe rassicurare chi temesse, nel caso Pommery, cambiamenti repentini di strategia commerciale o produttiva.
Il problema, semmai, è che i francesi non sono abituati a vedere le proprie glorie cedute a potenze straniere. Piuttosto, i loro gruppi sono soliti fare acquisti all’estero. Lo hanno fatto anche in Italia, dove il gruppo EPI della famiglia Descours — proprietario delle maison champenoise Charles Heidsieck e Piper-Heidsieck — ha acquisito Biondi-Santi nel 2017 e Isole e Olena nel 2022. Per non parlare della moda: praticamente tutti i grandi marchi italiani del lusso sono ormai in mano a gruppi come LVMH o Kering.
È vero che l’acquisto da parte di grandi investitori di proprietà storiche francesi non è totalmente una novità: per esempio, Château Margaux è stato per un breve periodo di proprietà della famiglia Agnelli, prima di essere ceduto ai greci Mentzelopoulos nel 2003. Altre realtà bordolesi di punta sono di proprietà olandese, belga o addirittura cinese. Ma quei casi riguardano singole tenute. Qui. invece, si parla di un gruppo che produce oltre 20 milioni di bottiglie l’anno: un’operazione di queste dimensioni non ha precedenti. Evidentemente il timore di chi scrive è anche che questa nuova potenza possa dare filo da torcere proprio ai colossi ancora francesi, a partire da LVMH, che resta leader per valore.
Eppure, l’operazione – sulla quale arriverà a breve il verdetto finale – rimane una soluzione industriale sensata a un problema reale, che nessuna realtà industriale francese attualmente esistente può risolvere. I nostri cugini, se vogliono continuare a vendere bottiglie di Pommery e Vranken sugli scaffali di enoteche e supermercati in tutto il mondo, dovranno farsene una ragione.
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