Il polo vitivinicolo veronese rappresenta un “hot spot” della crisi vitivinicola italiana. Questo distretto, che conta oltre 7mila vitivinicoltori e 24mila ettari, è capace di generare il 7,9% delle esportazioni provinciali contribuendo per oltre il 10% alle esportazioni italiane di vino. Un sistema con un peso specifico notevole dal punto di vista economico su tutto il territorio, considerando che conta grandi denominazioni che vanno dal Soave al Custoza, dal Lugana ai vini iconici della Valpolicella, le quali contribuiscono a dare alla regione Veneto la leadership nella Dop economy nazionale. Ebbene, una riduzione del 5% dell’export vitivinicolo costerebbe al territorio circa 261 milioni di euro, secondo uno studio dell’Università di Verona (attraverso lo spin off Economics living lab), commissionato dalla Camera di commercio di Verona e presentato lunedì 6 luglio nella città scaligera.

Come ha spiegato il professor Francesco Pecci nel corso del forum L’economia del vino a Verona: strategie per sostenere la filiera e governare il cambiamento, l’analisi dell’impatto economico si basa sulla matrice di contabilità sociale dell’economia provinciale. In generale il territorio veronese ha una elevata esposizione alle dinamiche del mercato del vino: un -5% di export corrisponde un calo delle vendite di vino per 53 milioni di euro, che a loro volta generano una riduzione di oltre 186 milioni di euro sui settori produttivi coinvolti direttamente e indirettamente e una riduzione dei redditi di lavoro e di capitale, con una diminuzione della ricchezza prodotta (Pil) di 75,5 milioni di euro per un totale di oltre 261 milioni. Se poi il calo dovesse salire al 7% (un valore vicino al saldo reale registrato nel primo trimestre 2026) la perdita totale sarebbe superiore ai 366 milioni di euro. Nello scenario peggiore (-20% di export e +15% dei costi di produzione), le perdite potrebbero raggiungere quota 1,3 miliardi di euro.

Amarone della Valpolicella
La crisi è generale, come ha sottolineato l’Osservatorio vino di Unione italiana vini, guidato da Carlo Flamini. Dal 2019 al 2025, il mercato mondiale del vino ha perso circa il 16% dei consumi, attestandosi a circa 2,2 miliardi di casse da 9 litri, stretto tra il cambiamento delle abitudini degli utenti e i dazi negli Usa. L’analisi geografica segnala aumenti in Sud America e nell’Europa centro-orientale, ma insufficienti a compensare le perdite sulle altre piazze. Secondo Uiv, tuttavia, emergono segnali incoraggianti. Le previsioni indicano un rallentamento della fase di contrazione, con consumi attesi in calo di un ulteriore 3% tra 2025 e 2029. «Circa l’80% dei volumi – sottolinea l’Osservatorio – continuerà a concentrarsi nella fascia popular, destinata però a perdere mediamente il 2% l’anno, mentre i segmenti super premium e ultra premium sono attesi crescere di circa l’1% annuo, confermando una progressiva polarizzazione della domanda verso vini a maggiore valore aggiunto».
Da qui, le proposte e le possibili soluzioni per uscire da questa situazione emerse durante il forum organizzato dalla Camera di commercio di Verona. Sul lato delle contromisure per frenare l’eccesso di produzione, è intervenuto il presidente di Federdoc, Giangiacomo Gallarati Scotti Bonaldi, che ha messo tra le priorità il tema delle autorizzazioni per i nuovi impianti viticoli: «Dobbiamo chiederci – ha dichiarato – se sia ancora sostenibile continuare ad aumentare ogni anno dell’1% il potenziale vitato o se non sia arrivato il momento di sospendere questo meccanismo per ristabilire l’equilibrio tra domanda e offerta». Prudenza, inoltre, sul tema degli estirpi. Secondo la Federdoc, se si destinano risorse pubbliche a questa misura si rischia di sottrarle alla promozione, rischiando di compromettere la capacità di crescita del settore vino».

Alex Vantini, componente della Camera di commercio veronese, è stato netto: «Di fronte a consumi in calo e a una redditività sempre più compressa delle imprese viticole servono scelte coraggiose. Riteniamo indispensabile bloccare l’aumento dell’1% delle autorizzazioni ai nuovi impianti: se le denominazioni veronesi stanno già dimostrando senso di responsabilità nel contenere il potenziale produttivo, non è ammissibile che in altre aree del Paese si continui ad aumentare le superfici coltivate, alimentando ulteriormente gli squilibri di mercato». Vantini, inoltre, ha auspicato un maggiore dialogo con la ristorazione dal momento che «in alcuni casi si registrano ricarichi sulle bottiglie di vino che superano il 400% e rischiano di allontanare il consumatore».
Intanto, la Regione Veneto ha annunciato che tra settembre e ottobre la legge sull’enoturismo sarà esaminata dal Consiglio regionale: «Stiamo lavorando per dotare il settore di regole più chiare e favorire la crescita delle imprese e dell’accoglienza enoturistica», ha dichiarato Dario Bond, assessore regionale all’Agricoltura nel corso del forum. Secondo l’esponente della giunta Stefani, occorre ridurre la burocrazia dando alle imprese la possibilità di offrire un’accoglienza sempre più completa. «Allo stesso tempo – ha concluso – dobbiamo interrogarci su come avvicinare le nuove generazioni al vino, perché le abitudini sono cambiate e serve un approccio nuovo».
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