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Il gusto della concretezza


Preoccupati -  giustamente preoccupati -  dalla crisi economica, dall’altalena dello spread, dal rigore che avevamo dimenticato e che adesso siamo tornati a frequentare, tutti vediamo nubi sul nostro futuro ma forse ci interroghiamo poco su come sarà la società

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;. Qualche settimana fa sul Mondo, il sociologo Domenico De Masi (intervistato da Anna Di Martino) ci ha offerto sprazzi della nostra società tra una ventina di anni. (Ovviamente, parlo solo di ciò che in qualche modo interessa il nostro campo di attività.) Si dilaterà a dismisura – prevede De Masi – il tempo libero che occuperà lo spazio maggiore della nostra vita. Crescerà quell’ozio creativo amato dagli antichi romani che non è pigrizia o dolce far niente ma “fusione tra il lavoro con cui produciamo ricchezza, lo studio con cui produciamo sapere e gioco con cui produciamo allegria”. Il paradigma della società post industriale vede la creatività predominare sulla manualità.

 

Ma la manualità, il piacere di toccare con mano, di addentare un cibo, di “ascoltare” il profumo di un vino è anche quel qualcosa in più rappresentato oggi dall’esperienza enogastronomica. Viviamo davvero nella società liquida di Bauman, dove nulla lascia il segno. “Nell’acqua in cui nuotiamo  – ha scritto Michele Ainis – siamo spirito senza carne”. A posto delle piazze gli incontri virtuali su Facebook “senza sentire il sudore del vicino, che quindi è automaticamente lontano”. Si smaterializza tutto. E allora, ecco che mi piace pensare che in questi tempi, il riunirsi attorno a un tavolo, il mangiare un piatto ben cucinato, il sentire anche fisicamente la sua consistenza e percepire il suo senso, è un processo culturale che non possiamo (non dobbiamo) perdere. Sarà per questo che abbiamo eletto gli chef televisivi e i grandi cuochi a maître à penser dell’attualità?

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Sicuramente i loro piatti aiutano la creatività e la riflessione. Se non mi credete, leggete il libro di Michel Onfray, “I filosofi in cucina, critica alla ragione dietetica”. Perché tra il pensiero e la pancia esiste una rete fitta di affinità. Diogene sarebbe stato il critico dei costumi senza la sua passione per il polpo? E Rousseau, che si nutriva solo di latticini, avrebbe mai fatto l’apologia della frugalità? O ancora sarebbero esistiti gli incubi di Sartre senza la sua avversione al sapore dei crostacei? Insomma, per dirla con Onfray, ogni minuto della vita può essere vissuto filosoficamente. “Perciò la tavola come pure il letto, costituiscono un luogo altrettanto filosofico quanto la scrivania o la biblioteca”.

 

febbraio 2012

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