Salvo e Roscioli, maestri della farina a confronto, questa domenica, con pizza, fritti, street food, vino e birra. Evento aperto a tutti perché grande qualità e grandi numeri possono andare d'accordo e, in più, contribuire a costruire una prospettiva per chi non ce l'ha: una vera azienda agricola dentro al carcere di Rebibbia. 8 mani, 2 famiglie, 4 fratelli: a volte è questione di numeri.
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Sì, va bene la poesia, ma a volte la poesia da sola non basta. Ci vuole concretezza, bisogna far quadrare i conti e avere progettualità. E se pensate che fare grandi numeri sia in contrasto col fare qualità bastano due nomi a chiarire che così non è, due nomi che valgono quattro. Roscioli da Roma e Salvo da San Giorgio a Cremano: ovvero Alessandro & Pierluigi Roscioli e Francesco & Salvatore Salvo. Due grandi famiglie della pizza che da generazioni conciliano le ragioni della testa (leggi i numeri) con quelle del cuore (leggi la qualità). E lo fanno puntando, guarda un po’, sul lavoro. Un lavoro duro, costante, senza respiro che non è fatto solo di lievitazioni e materia prima, ma anche di imprenditorialità, di format replicabili ed esportabili. Grandi numeri e grande qualità, o se preferite prosa più poesia. E per mostrare anche l’aspetto più nascosto, quello del lavoro e dei numeri, quello che magari fa meno scena ma è altrettanto fondamentale, si sono dati appuntamento a Roma per raccontare tutto questo a modo loro, in una domenica che più pop non si può, tutta pizza e fritti, scarpette e cuppetiell’, e poi tartare (Cazzamali) e porchetta (Annibale), mortadella e mozzarella del Consorzio, e poi il Parmigiano Reggiano Onesto.

Cibo di strada, in senso letterale, che promette di riempire ogni metro quadro dell’angolo compreso tra il forno Roscioli e la salumeria (Via dei Chiavari, insomma, a due passi da Campo de’ Fiori a Roma), con la complicità delle preparazioni dell’Ape Romeo a segnare il perimetro. Una giornata aperta a tutti e accessibile a tutti, in cui ad accompagnare il cibo ci sono i vini selezionati da Cristiana Lauro: Berlucchi, Cusumano e Tramin, e la nuova birra de L’Olmaia, Federica, un’esclusiva della pizzeria Salvo da Tre Generazioni a San Giorgio a Cremano. Senza dimenticare l’acqua (Ferrarelle). Per tre assaggi e tre bevute l’offerta minima è di 10 euro che sarà utilizzata per finanziare un progetto encomiabile. Perché è basato sul lavoro, sul dare un’opportunità concreta di lavoro alle detenute della Casa Circondariale di Rebibbia.

Benché il progetto sia ai primi passi le idee sono già molto chiare. Ne parliamo con Elisia Menduni che ne è la testa pensante e l’anima operativa, e che ha coinvolto i Salvo e i Roscioli – e con loro tutti gli altri – che hanno aderito “donando” questa domenica a 8 mani alla realizzazione di quella che diventerà un’azienda agricola biologica certificata, un allevamento e un caseificio con una rete di vendita al di fuori del carcere. Diventerà, perché a oggi ci sono: due ettari di azienda biologica non ancora certificata, un allevamento di conigli, di polli e di pecore, un orto, circa 50 varietà di alberi da frutto, tutto utilizzato per il consumo interno al carcere, due agronomi chiamati dal Ministero di Grazia e Giustizia che partecipano alla gestione del verde all’interno del carcere, tra i più grandi in Europa. E c’è un progetto accettato. “I primi fondi verranno utilizzati per costituire l’associazione e il marchio Cibo Libero e per avviare le pratiche per la certificazione biologica, per creare il caseificio, con la consulenza di Vincenzo Mancino, per rinnovare gli allevamenti aumentando il numero degli ovini” dice la Menduni “bisogna porre le basi per creare posti di lavoro e coinvolgere più donne possibile, perché questo lavoro per loro significa contatto con l’aria, con la terra, la natura e con la vita fuori dal carcere; è una simulazione di libertà. La cosa che mi ha colpito di più è che tutto quello che mi chiedono queste donne è di lavorare”.
Di progetti simili all’interno dei centri di detenzione ce ne sono diversi, soprattutto al nord Italia, basti pensare a Pausa Caffè alle Vallette di Torino, alla pasticceria Giotto del Carcere di Padova, alle cene galeotte di Volterra. Esempi importanti sia sotto il profilo sociale che sotto quello strettamente gastronomico. E a Roma? “A Roma siamo ancora molto indietro, bisogna creare le strutture, anche economiche, la rete commerciale, non solo produttiva: una volta che ci sono i prodotti bisogna poterli vendere perché il progetto funzioni”. Quali sono le difficoltà? “La mancanza di tempo e di soldi, come in ogni altra azienda e ancora di più perché con tutti i tagli non ci sono fondi per le carceri e tutto l’aspetto delle procedure e dei permessi che è molto lento, ma la direzione del penitenziario di Rebibbia è molto attiva e ha voglia di farcela”. Come nasce questo progetto? “Ho avuto la fortuna di conoscere una persona che quest’anno celebra 50 anni di volontariato, Adelaide Martinelli. Opera con il Vis e tutte le settimane va all’interno del carcere per occuparsi di diverse questioni, a volte molto operative, abiti, iscrizioni all’università, e altre che non si possono fare dal carcere e senza telefono. Con lei abbiamo organizzato dei corsi di cucina e di panificazione e una gara di cucina. Così sono entrata in contatto con questa realtà e mi sono resa conto dell’enorme potenziale che c’è. E così è nato questo progetto”. Non chiediamo chi sono le detenute coinvolte al progetto, se c’è una casistica, un’età o un profilo-tipo, tanto, conclude Elisia, “in galera ci va solo la povera gente…”.

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8 mani | Roma | via dei Giubbonari angolo via dei Chiavari | domenica 24 novembre 2013 dalle 18.30 | pagina Facebook http://www.facebook.com/events/445616535549138/| hashtag #8mani | info: 335.6060050 – [email protected]

a cura di Antonella De Santis