Dopo il 20 luglio 2010 potrebbe cambiare qualcosa nell'etichettatura degli alimenti. I cibi contenenti i coloranti E 102, E 104, E 110, E 122, E 124 ed E 129, tutti artificiali, dovranno recare accanto alla denominazione dello stesso anche la scritta “può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei

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bambini”.

È quanto previsto dal regolamento europeo 1333/2008, in vigore appunto dal 20 luglio prossimo, che tiene conto uno studio inglese condotto dall’Università di Southampton sul rapporto coloranti-iperattività e valutato dall’EFSA, l’autorità europea per la sicurezza alimentare. Ovviamente gli alimenti immessi sul mercato o etichettati prima della data indicata possono essere commercializzati fino alla data di scadenza.

È bene fare una distinzione tra i coloranti. «Tutti quelli sintetici sono ottenuti attraverso processi chimici ma alcuni ricopiano sostanze che esistono in natura – spiega Catherine Leclercq, ricercatrice dell’INRAN (Istituto Nazionale di Ricerca sugli Alimenti e la Nutrizione) e membro del panel sugli additivi dell’EFSA al tempo della ricerca –. Altra cosa sono i coloranti sintetici artificiali: non esistono in natura quindi si conoscono meno, ma non è detto, per principio, che siano meno sicuri».

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Dunque, i coloranti messi all’indice dal regolamento UE 1333/2008, e vietati in alcuni Paesi extracomunitari, vanno evitati. Impresa non facile dal momento che li troviamo nei più disparati tipi di alimenti: aperitivi, liquori e bevande gassate, caramelle, gelati, yogurt, budini, marmellate, pasta all’uovo, salsicce, minestre confezionate… Ma non tutti sanno che anche nei coloranti naturali, derivati da sostanze presenti in natura («alcune delle quali – sottolinea Catherine Leclercq – sono tossiche») e per lo più ottenuti dalle piante, entra in gioco la chimica.

«Per estrarre il principio colorante, per purificare il colore o renderlo stabile alla luce vengono sottoposti a trattamenti chimici – spiega Alfredo Clerici, tecnologo alimentare che collabora con Newsfood.com, giornale on line del settore agroalimentare –. Per esempio, la clorofilla per ottenere la clorofillina che dà il colore verde, la curcuma per la curcumina che tinge di giallo, il Capsicum annuum, un tipo di peperone, per l’estratto di paprika da cui il colore rosso».

La soluzione sarebbe di non usare affatto i coloranti, né naturali né sintetici. «A differenza dei conservanti e degli antiossidanti, non sono utili, servono solo a rendere più accattivanti gli alimenti – conclude Leclercq –. L’industria alimentare dovrebbe impegnarsi a rendere più attraente il prodotto giocando sul packaging e migliorando la qualità della materia prima. E ai consumatori dico: ricorrete ai prodotti freschi, alle bevande e ai dolci fatti in casa, lì sicuramente non ci sono coloranti».

Eppure l’occhio continua a volere la sua parte, ad associare l’emozione visiva a quella del palato. Pensate a una bibita alla menta che non sia verde, un ghiacciolo alla fragola che non sia rosso, un chinotto che non sia ambrato scuro: sembrerà che non dissetino, non rinfreschino, non coccolino abbastanza. Una cosa è certa: i coloranti artificiali tenderanno a scomparire. La loro dose giornaliera ammissibile è stata ridotta dall’EFSA quindi se ne potranno usare quantità minori negli alimenti e non avranno il potere colorante necessario. E poi, quale produttore europeo scriverebbe tra gli ingredienti del proprio prodotto “può influire negativamente sull’attività e l’attenzione dei bambini”?

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Mara Nocilla
8/7/2010