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Molto volentieri pubblichiamo questo reportage che si può considerare come una sorta di diario di un weekend di alcuni ex-studenti - diplomati da pochi giorni - del Master in comunicazione e giornalismo enogastronomico del Gambero Rosso.

 

“L’Etna è un nord nel sud”, parola di

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Salvo Foti

 

Aeroporto di Catania. Una folla impaziente attende l’arrivo di amici e parenti. Prevediamo che ad accoglierci sia il sole, ma la pioggia bagna la città e l’Etna è ricoperta di neve. Sorpresi, ci dirigiamo verso le sue pendici.

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Prima fermata Viagrande, il produttore è Benanti.

Le vigne, coltivate rigorosamente ad alberello, declinano sul Monte Serra, un cono di origine vulcanica. Ad aspettarci in azienda c’è Salvo Foti, enologo dell’azienda che con la sua gentilezza e ironia sarà il fil rouge del nostro viaggio.

Perché i vini etnei sono unici? “L’impiego di vitigni autoctoni (Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio, Carricante, Minnella), le caratteristiche pedoclimatiche del vulcano, l’utilizzo di lieviti indigeni selezionati, oltre alla cultura e alla tradizione delle persone del luogo”, risponde Foti.

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Visitiamo il palmento, una struttura a tre livelli dove avveniva anticamente la vinificazione. Su di una base di marmo le uve erano pigiate prima con i piedi e poi con dei grossi cilindri, mentre le restanti vinacce erano ulteriormente pressate da un grande torchio.

Il mosto ottenuto, facendo leva sulla forza di gravità, scivolava nelle vasche sottostanti per dimorarvi; una tradizione rimasta attiva fino a una decina di anni fa.

 

Tra i vini degustati, nei quali prevale l’impostazione del monovitigno, emerge il Pietramarina 01, un Carricante in purezza emblematico della complessità e dell’acidità che i vini dell’Etna sanno esprimere. Assaggiamo anche l’ottimo Serra della Contessa 01, il Rovittello 97 e il Noblesse 04, uno spumante a base Carricante.

 

Il secondo giorno è la volta di Sant’Alfio, un comune a 800 metri sul versante orientale dell’Etna, legato al vino da secoli di storia. Un turista di passaggio, Mike Hucknall, leader della band inglese “Simply Red”, se ne innamorò a tal punto da acquistare una casa e porre le basi per l’azienda vinicola il Cantante, che puntualmente visitiamo.

 

Adiacente alle vigne, troviamo il museo dell’arte vitivinicola che, oltre al palmento del 1760, contiene una raccolta di utensili legati al mondo del vino. La vite, allevata ad alberello, è distribuita su terrazzamenti che obbligano a un lavoro solo manuale: “Un sistema di cui beneficia sia l’ambiente sia le uve – spiega Salvo Foti, che ha trasformato un limite in una potenzialità -. La tradizione vinicola etnea era già rinomata nel Cinquecento per i cosiddetti “vini navigabili” in grado di superare senza difficoltà lunghi viaggi in mare. Erano trasportati dall’Etna al porto di Riposto dove, come dice il nome stesso, riposavano in attesa di un’imbarcazione ”.

 

Noi, in opposizione al percorso dei vini verso il mare, ci inerpichiamo ancora sul vulcano in direzione nord. Ci aspetta la neve.

Attraversiamo il Castagno dei Cento Cavalli, un imponente albero di castagno plurimillenario  e, dopo alcuni km di tornanti e muretti a secco, giungiamo alla proprietà di Salvo Foti: i Vigneri. Un nome che segna la continuità con l’antica Maestranza dei Vigneri, un’associazione di viticoltori autoctoni etnei fondata nel 1435. Siamo nel comune di Castiglione di Sicilia, località Feudi di Mezzo.

 

L’alberello, simbolo della proprietà, sintetizza una filosofia che fa del rigoroso rispetto dell’ambiente e della sua storia il proprio credo.

 

Salvo Foti e l’addetto alle vigne Maurizio Pagano (“Una persona che con le vigne ci parla”) aggiungono passione e conoscenza. Le piante, che non seguono una disposizione sempre lineare, sono piccole e deliziose sculture che portano con sé i segni del tempo.

 

Sono come la popolazione di una città, ci sono persone più anziane (alcune raggiungono anche i 150 anni), alcune più giovani, l’importante è mantenere un naturale equilibrio”.

 

Non saremmo sorpresi se Salvo e Maurizio iniziassero a chiamarle per nome. La cura dell’ambiente passa anche attraverso piccole operazioni: divelti i pali in cemento, sostituiti da quelli in castagno, il recupero di vigne abbandonate (ultima in ordine cronologico la “vigna Federico”).

 

I risultati di questo lavoro? Le piante più antiche e a maggiore vocazione danno luogo al Vinupetra, un eccezionale rosso a tiratura limitata che incanta per potenza, eleganza e nitidezza.

 

Lasciamo la tenuta di Foti, posizionata in un luogo caro al nonno, e ci spostiamo verso la vicina tenuta della famiglia Vigo. Tra i vigneti e il frutteto c’è un’insolita presenza: l’imponente colata lavica del 1981 che ha distrutto buona parte dei vigneti, ma ha miracolosamente salvato il piccolo borgo, una vera e propria oasi.

 

Il luogo evoca una dimensione d’altri tempi, l’aria profuma di eucalipto e fiori. La prima produzione di vino verrà messa in commercio il prossimo anno, secondo un progetto che prevede anche l’allestimento di un museo della vite, del vino e delle etichette.

 

Ultima visita della giornata è la vigna immersa nei boschi di lecci che Salvo Foti cura a 1300 metri s.l.m. in agro di Bronte, probabilmente una delle più alte al mondo. Per chi si chiedesse cosa si ottiene da un ambiente così estremo, consigliamo di assaggiare il Vinudilice dei Vigneri che da lì proviene: è un rosato.

 

Nevica fittamente, qualcuno se la prende contro il tempo, così atipico per la Sicilia. “Non siamo in Sicilia, questa è l’Etna: un nord nel sud”, replica Salvo Foti. E non tentate di contraddirlo, si arrabbierebbe.

 

Il terzo giorno ci dirigiamo verso Passopisciaro. Partiamo con il sole, guidiamo tra la pioggia, arriviamo nuovamente tra la neve. I cambiamenti climatici sono una caratteristica dell’Etna, così come le varietà di paesaggi e di suoli che ritroviamo nella degustazione dei vini etnei cui prendiamo parte.

L’evento si chiama “Le contrade dell’Etna”, piccoli e grandi produttori fanno gruppo e sinergia per promuovere un territorio che negli ultimi anni si sta affermando con un’identità forte e ben delineata, grazie anche all’attenta zonazione delle vigne e il forte accento territoriale dei suoi vini. Apprezziamo particolarmente l’Etna rosso Outis di Ciro Biondi, un personaggio che ci incuriosisce, lo seguiamo fino alla vigna.

 

Immaginate una pista di sci classificata come nera, il massimo della difficoltà, pendenza del 45% e una funivia che conduce alla partenza.

 

La singolarità? La funivia non trasporta sciatori, bensì le uve delle vigne più alte del monte che, nello specifico, si chiama Ilice. Chiamarla viticultura eroica sembrerebbe, in questo caso, quasi riduttivo.

 

Ciro Biondi, un architetto innamorato dell’Etna, ci racconta i suoi inizi con il vino: “E’ stato soprattutto un punto di contatto e condivisione con mio padre”.

 

Siamo in località Trecastagni e dalle vigne esposte a Est si ammira, da una parte la cima dell’Etna, dall’altra il mare.

Bicchiere di Outis alla mano, un blend di Nerello Mascalese e Cappuccio che rievoca il mito di Ulisse e del ciclope Polifemo, camminiamo tra i filari quotidianamente sorvegliati da Alfio Cavallaro. Sentiamo i profumi della vigna, del suolo lavico e li ritroviamo perfettamente nel vino che sorseggiamo. Cessa di piovere, esce nuovamente il sole: questo è l’Etna.

 

 

Rosalia Imperato, Francesca Pasetti, Lorenzo Ruggeri
Anna Torgler