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Più sostantivi e meno aggettivi: ecco cosa possiamo imparare dalla cucina albanese

Riflessioni dopo una vacanza in Albania: occorre ritrovare il gusto di mangiare, cose semplici, più sostanza e meno aggettivi

  • 18 Ottobre, 2025
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Questa estate per me vacanze itineranti in bicicletta in Albania e due pasti seduti al giorno, in posti molto diversi, dalla trattoriola di campagna al ristorante cittadino con qualche pretesa. Poca varietà, ma molta sostanza: in Albania si va al ristorante per mangiare, e si mangia. Si mangia in quantità importante, da non finire spesso in due quello che era nella sperlunga ovale d’acciaio, e di qualità variabile, ma sempre con il gusto delle cose locali, semplici, non ingenue di ritorno, ma nate così.

Alla ricerca di un mondo perduto

Lawrence Osborne, nel suo bellissimo libro “Il turista nudo”, cita Levi Strauss e il suo concetto di viaggio come ricerca costante di un “mondo perduto”, non contaminato dalla civiltà, che rende tutto uguale, e oggi sempre più mediamente insoddisfacente.
Tra quelle tavole semplici, propaggini delle cucine di casa fuori casa, c’era un mondo perduto a tavola, fatto di sostanziosi sostantivi (agnello, anguilla, feta), senza noiosi aggettivi (l’agnello è un agnello). E di persone che a tavola mangiavano di gusto, per prezzi decisamente popolari. C’era ovviamente fine dining, ma era l’eccezione di lusso, e per questo rara, che evolve il quotidiano pret a manger fatto di prodotti e piatti locali.

Quel godereccio mangiare di provincia

Mi ha fatto venire in mente un passato – e un presente sempre più raro – di godereccio mangiare in provincia cibi buoni senza aggettivi. Senza il bisogno ossessivo di partecipare alla giostra del cibo come continuazione dell’arte e del lusso con altri mezzi. Anche la necessaria valorizzazione delle nostre ben più nutrite tipicità, imbastardita con l’aspirazione alla gourmandise diventa triste e inutile “vorrei ma non posso”. È il mondo perduto che incontra Milano e la comunicazione, e diventa kitsch.

La curiosità del gusto

La nostra civiltà “postmaterialista”, che ha risolto il tema dei bisogni materiali e può dedicarsi a bisogni più “sofisticati”, necessariamente tende ad attaccare a ogni cosa valori aggiunti che ne giustifichino il valore di mercato, e ci sta. Esiste tuttavia una soglia oltre la quale i valori simbolici e aspirazionali si mangiano completamente il significato: siamo “sazi” e andiamo al ristorante più che altro per socialità e per fare esperienze, ma quando ci allontaniamo troppo dalla funzione primaria, mangiare, entriamo in un mondo gassoso che alla lunga stufa, almeno ha stufato il sottoscritto.
Metteteci passioni, intelligenza, cultura voi che cucinate, mettiamoci curiosità, apertura, gusto noi che ci mettiamo a tavola, ma non dimentichiamoci il gusto, primario, di mangiare.

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