È un altro pezzo di Milano che se ne va, signora mia, non mancheranno di sospirare i nostalgici di una città che in effetti non esiste più da tempo, fatta di operai e alta borghesia discreta, calciatori alla mano, busecca e schiscetta e vie Gluck e telefoni a gettoni. Niente paura: Gattullo, mitico indirizzo milanese, uno di quei bar che ha fatto un pezzettino di storia della città ed è ancora frequentatissimo nella sua caotica eleganza d’antan, non chiude, per ora, ma passa di mano.

Giuseppe Gattullo e Vincenzo Dascanio
Giuseppe Gattullo infatti, nipote dell’omonimo fondatore che aprì il locale in Piazzale di Porta Lodovica, ha ceduto l’attività del bar pasticceria al gruppo Vincenzo Dascanio, organizzatore di eventi attivo nel food&beverage, con già quattro caffè tra Sankt Moritz, Portofino e il lago di Como, come anticipato dal Corriere della Sera.

È il 1961 quando il signor Peppino, pugliese emigrato come tanti negli anni ’50 a Milano, mastro pasticciere – come si dice di questi tempi, e in effetti aveva lavorato nelle pasticcerie più prestigiose della città – coronando “il” sogno apre un locale con il suo nome.
Lungo il bancone e ai tavolini di questo bar dal nome scritto in corsivo inclinato a destra, le bottiglie di amari e liquori allineate sugli scaffali con i centrini un po’ sbilenchi e i giganteschi lampadari anni ’60, rimasto immutato nel tempo, passa tanta parte della “intellighensia” milanese. A partire dal “trio” formato da Beppe Viola, Enzo Jannacci e Renato Pozzetto, «Erano appassionati di cannoncini e bignè, che mio padre preparava sul momento. Sai che diceva Beppe quando divorava un goloso panino? “Al confine del palato”… e sorseggiando qualcosa di davvero buono finiva dicendoti: “il gozzo gode”» ha raccontato Domenico, custode di questi anni magici. Cochi e Renato, agli esordi, utilizzavano il bar come ispirazione, osservando i clienti al banco, e come primo palcoscenico per i loro sketch, e ancora i Gattullo ricordano quando si presentarono in maschera e pinne alla cassa, chiedendo da che parte fosse il mare. Con loro c’era la banda Derby con Teo Teocoli e Lino Toffolo, Diego Abatantuono e Massimo Boldi. Più di recente, dal mondo dello spettacolo, si sono accomodati ai tavolini Gianna Nannini e Stefano Accorsi.

Una foto storica con Lino Toffolo in primo piano (dalla pagina Facebook Gattullo).
Da Gattullo passavano anche i calciatori: “el paròn” Nereo Rocco, allenatore del grande Milan, Baresi e Massaro, Zanetti e il presidente Moratti. Mitiche e frequentatissime ancora oggi le colazioni, con le soffici brioche (sì, non cornetti, siamo a Milano) della casa, i cannoncini e le “paste” esposte nelle vetrine.

La mitica “brioche” di Gattullo.
È una tipica storia di impresa famigliare, quella dei Gattullo: prima Tonino, poi Domenico Gattullo e la moglie Lella hanno dedicato la loro vita al locale e al mestiere, la pasticceria. Lavorando sette giorni su sette, e pure a Natale, senza sosta, senza retropensieri. Sono stati seguiti dal figlio Giuseppe che fin da bambino girava in laboratorio “in mezzo alle farine e allo zucchero” e che però ora, a 50 anni, getta la spugna. O, se meglio preferite, cede alle sirene del gruppo che può “investirci”.
«Continuo a stare qui in pasticceria, faccio l’ambassador”, ha dichiarato. La cessione completa è comunque prevista tra un anno. Ma tant’è, intanto con il Corriere Giuseppe un po’ si sfoga, snocciolando problematiche che gli imprenditori del settore ben conoscono: la difficoltà a trovare personale, i costi delle materie prime alle stelle, la cautela, o la paura di aumentare troppo i prezzi. Occorre investire, aprire nuovi mercati: nell’operazione c’è il progetto di ampliare il marchio Gattullo.
Su tutti, un dato parla chiaro: negli ultimi dieci anni, lo dice Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, hanno cessato l’attività oltre 21 mila bar – in massima parte imprese a conduzione famigliare – e il tasso di sopravvivenza delle imprese a cinque anni dall’apertura è del 53 per cento. Ovvero, un bar su due chiude prima di diventare grande. Quanto a Gattullo, assicura Giuseppe in un post su Facebook, il bar «continuerà a essere casa, memoria e punto di riferimento per Milano. Resteranno immutati la nostra identità, l’anima del locale, la qualità artigianale, l’atmosfera senza tempo e quel legame speciale con la città e con chi, ogni giorno, sceglie di sedersi ai nostri tavoli».
Intanto, volente o nolente, un altro pezzettino di Milano cambia di proprietà: ma siamo sicuri che 65 anni di storia, di tradizione, di sacrifici siano esportabili altrove?
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