«Il mare è di tutti». È uno dei principi più ripetuti quando si parla di demanio pubblico. Eppure, lungo gran parte delle coste italiane, raggiungere una spiaggia libera è diventato sempre più difficile. È questo il quadro che emerge da un’inchiesta del Guardian, che racconta un Paese in cui quasi metà delle coste sabbiose è affidata a operatori privati attraverso migliaia di concessioni balneari. Da Bacoli a Forte dei Marmi, passando per Napoli, il quotidiano britannico descrive una battaglia che intreccia turismo, interessi economici, politica e diritto di accesso al mare.
Abbiamo circa 8mila chilometri di costa per lo più occupati da stabilimenti in un mosaico di concessioni che si rinnovano di stagione in stagione. Un’immagine che rappresenta il ritratto di uno scontro decennale tra il business dei lidi e il diritto alle spiagge libere. Secondo un’elaborazione di Legambiente citata dal quotidiano britannico, quasi la metà delle coste sabbiose nazionali sarebbe oggi gestita da operatori privati attraverso una rete di circa 30mila stabilimenti attivi lungo la penisola. In alcune località della Versilia, come Forte dei Marmi, la percentuale di arenile affittato a resort e stabilimenti supera ampiamente il 90% del lungomare cittadino. È a Napoli, però, che la situazione si fa più marcata. Nel capoluogo partenopeo la percentuale di concessioni in mano privata sfiora la totalità, mentre nell’intera Campania la media si attesta intorno ai due terzi. Cifre che fotografano un demanio marittimo ormai in larga parte sottratto all’uso pubblico, e che spiegano perché proprio in quest’area si concentrino alcune delle battaglie più importanti per riconquistare l’accesso al mare.

Non è un caso che all’area a ovest di Napoli il reportage dedichi più spazio. A Bacoli il sindaco Josi Della Ragione ha fatto della riconquista delle spiagge pubbliche il tratto distintivo del suo mandato. Ad agevolarlo è una particolarità: il Comune possiede più di un quarto dei suoi 13 chilometri quadrati di territorio, di cui il 60% affacciato sulla costa. Una leva non da poco. Su quei terreni, da anni, l’amministrazione abbatte le strutture costruite senza permesso, molte delle quali, racconta il Guardian, finite nelle mani di clan camorristici che per anni hanno blindato la costa con cancelli, citofoni e filo spinato. È il caso della spiaggia di Donn’Anna, rimasta chiusa al pubblico dal 1999, accessibile solo su concessione del gestore di un lido vicino. Dei suoi 4490 metri quadrati, appena 290 risultavano liberi. Solo lo scorso febbraio il tribunale amministrativo regionale della Campania ha dato ragione agli attivisti del movimento Mare Libero, riaprendone definitivamente l’accesso.
Eppure sul litorale flegreo l’occupazione abusiva della criminalità organizzata non è l’unico problema. C’è anche il nodo dei prezzi stracciati dei lidi militari. Sulla spiaggia di Miseno, non lontano da Bacoli, convivono infatti cinque stabilimenti gestiti dalle forze armate su un’area di circa 100mila metri quadrati di arenile. Come raccontato dal quotidiano britannico, a mandarli avanti non sono militari in divisa ma ragazzi del posto e l’accesso resta aperto a chiunque, con tariffe significativamente più basse rispetto a quelle degli stabilimenti adiacenti. Un lettino o un ombrellone costa appena 3 euro, parcheggio compreso, contro i 7-10 euro richiesti dagli altri gestori. Lo stesso vale per il caffè, che nei lidi militari costa 60 centesimi, e per i menù di chioschi e ristoranti. Una differenza sullo scontrino che alimenta da tempo le proteste degli operatori civili, secondo cui si tratta di concorrenza sleale.

Credits: Federico Gioia
A complicare il quadro c’è poi il nodo della direttiva Bolkestein, che dal 2006 impone gare pubbliche per l’assegnazione delle concessioni balneari, ma che i governi italiani rinviano da vent’anni. L’ultima proroga scade nel 2033. Fino al 2020 il canone minimo era di appena 364 euro l’anno per un settore che vale oltre 7 miliardi. Oggi è salito a 3225,50 euro, ma resta lontano dai guadagni reali specie dei lidi che speculano su drink, eventi e lettini. I balneari, dal canto loro, rivendicano il presidio di sicurezza dei bagnini e sul futuro bando chiedono un indennizzo per gli investimenti fatti e una clausola di esperienza che favorisca chi già gestisce gli stabilimenti. Così, ricorda il Guardian, mentre si contende il contenuto del futuro bando, a restare esclusi sono sempre i cittadini, per i quali le spiagge libere, quando esistono, restano nei tratti meno accessibili del litorale, senza bagni né raccolta rifiuti. Un corto circuito che disincentiva proprio l’uso di ciò che la legge considera patrimonio collettivo.
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