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Sempre più creator cucinano la pasta in mare. Ma c'è un problema di cui si parla pochissimo

Tra Lampedusa, yacht e acque cristalline, i video di pasta cucinata in barca invadono Instagram e TikTok. Ma la ricerca della scena perfetta rischia di trasformare il mare in un semplice palcoscenico

  • 20 Luglio, 2026
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Basta aprire Instagram o TikTok per trovarne uno. Una padella sul ponte di una barca, spaghetti saltati in aria, mare turchese sullo sfondo e milioni di visualizzazioni. I video di cucina girati in mezzo al mare sono diventati uno dei tormentoni dell’estate. Ma dietro quella scena perfetta c’è un dettaglio che passa quasi sempre inosservato.

I video di pasta in barca sono ovunque

Padelle enormi appoggiate sul ponte, spaghetti saltati in aria, mantecature al limite dell’equilibrio e riprese cinematografiche sono diventati gli ingredienti principali di contenuti che raccolgono migliaia di like. Tra le località che ricorrono più spesso nei video compare Lampedusa, con le sue acque cristalline e le calette che fanno da sfondo alle riprese.

A colpire, però, non è soltanto l’estetica di questi contenuti. In molti casi, durante la preparazione, schizzi di olio, residui di ingredienti, pezzi di pasta o acqua di cottura finiscono fuori da padelle e pentole, direttamente in mare. È qui che nasce una domanda: tutto questo è necessario? Non è solo una questione estetica. L’olio da cucina, ad esempio, non si disperde immediatamente nell’acqua: tende a galleggiare formando una sottile pellicola superficiale che può ostacolare gli scambi di ossigeno e alterare temporaneamente l’equilibrio dell’ambiente acquatico.

Quando la cucina diventa un contenuto

Sia chiaro: cucinare a bordo di un’imbarcazione non è il problema. Esistono chef privati e professionisti che lavorano ogni giorno su yacht e barche, organizzando la cambusa con precisione, gestendo gli spazi ridotti e prestando grande attenzione alla pulizia e alla gestione degli scarti. Per loro il mare è un luogo di lavoro da rispettare, non uno sfondo per attirare like.

Diverso è quando la cucina diventa un pretesto per creare contenuti virali. In molti video il gesto spettacolare prende il posto della tecnica: si rincorre l’effetto scenico e la buona riuscita del piatto passa in secondo piano. La pasta saltata in padella diventa quasi un dettaglio. Il vero protagonista è il paesaggio: barche ormeggiate in baie da cartolina, mare turchese e riprese studiate per stupire. Il mare qui passa da essere un ambiente da tutelare a semplice scenografia, dove l’impatto visivo conta più del buon senso.

Il mare non è un set cinematografico

 

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Non è la singola pentola di acqua di cottura che compromette l’ecosistema marino. Sarebbe una semplificazione. Il vero problema è un altro: normalizzare un comportamento evitabile. I social vivono di imitazione, soprattutto quando i contenuti diventano virali. Un video virale raramente resta un caso isolato; diventa un modello che altri proveranno a replicare, e già succede, basta scorrere pochi minuti tra Reel e TikTok per trovare decine di contenuti costruiti con la stessa estetica: cambia il creator, ma il copione resta identico. È la logica del “tanto è solo un po’”, che, moltiplicata per migliaia di video, rischia di trasformarsi in un’abitudine.

C’è poi un aspetto culturale che dovrebbe far riflettere. Il mare non è un lavandino e nemmeno un set cinematografico. È un ambiente delicato che merita rispetto anche nei piccoli gesti quotidiani. Se possiamo evitare di disperdere residui alimentari, olio o acqua di cottura, perché non farlo?

La cucina non ha bisogno dello spettacolo

Colpisce anche il fatto che questi contenuti vengano costruiti proprio per creare una spettacolarizzazione del cibo. Più il paesaggio è suggestivo e la scena appare da cartolina, maggiori sono le possibilità di attirare l’attenzione. Eppure la cucina dovrebbe raccontare altro: la qualità degli ingredienti, la tecnica, il gusto e il rispetto per le materie prime e l’ambiente in cui vengono preparate. Molti dei video che hanno fatto la storia della cucina non avevano bisogno di effetti speciali, basti pensare ai filmati di Gualtiero Marchesi in cui racconta la sua cotoletta o il suo risotto. Bastavano tecnica impeccabile, mantecature perfette e piatti capaci di trasmettere qualcosa. Quando invece il protagonista diventa la performance, il rischio è che il cibo passi in secondo piano.

 E forse è proprio questo l’obiettivo: cercare di camuffare un piatto banale, eseguito male e con poca capacità, dietro a paesaggi meravigliosi, con il risultato di avere piatti mediocri e mare inquinato. Il messaggio che passa è che tutto sia concesso in nome della spettacolarizzazione, il mare è solo l’ultima vittima.

La cucina può emozionare senza rincorrere l’eccesso. Può sorprendere attraverso il sapore, la tecnica e il racconto, senza lasciare dietro di sé residui di cibo, schizzi d’olio o acqua di cottura tra le onde. Perché il mare è già abbastanza spettacolare così com’è. Non ha bisogno di diventare il palcoscenico dell’ennesimo contenuto virale. La cucina è cucina, il mare è il mare.

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