«Se da una parte è negativo avere limitazione al libero commercio, dall’altro è pur vero che sarebbe una cosa positiva avere comunque delle certezze…» L’avvocato Pier Maria Saccani, presidente del Consorzio Mozzarella di Bufala Campana Dop, punta a vedere il bicchiere mezzo pieno. Per quanto la situazione permetta di vederlo. I suoi colleghi degli altri due Consorzi di tutela delle Dop Parmigiano Reggiano e Grana Padano, invece, si negano proprio a ogni commento. «Stiamo attendendo una posizione “formale” perché ci sono molte cose che non sono chiare, come già si diceva alla vigilia dell’accordo – filtra dai corridoi del Consorzio di Reggio Emilia – Il nostro Presidente ha contattato il Ministro Lollobrigida per avere una situazione chiara prima di esprimersi in merito per non dire sciocchezze. Noi abbiamo già un 15% di dazi dagli anni ’60 e non si capisce bene se il 15% aggiuntivo sia da aggiungere al 15% che abbiamo da sempre (normalmente funziona così) o se verremo graziati». Mentre per il vino la “catastrofe” si annuncia già molto più violenta.

Lo spot di Parmigiano Reggiano con Giorgia Villa
No comment anche dal lago di Garda, nelle cui vicinanze si trova il colosso del Grana. «Il dottor Berni è fuori e non rilascia interviste fino a venerdì», dicono dalla sua segreteria. Anche se già una decina di giorni fa Stefano Berni – direttore generale del Consorzio che tutela il formaggio Dop più esportato al mondo – aveva dichiarato senza mezzi termini che «I dazi al 30% sarebbero un assist ai produttori del Wisconsin». Produttori di Parmesan e di formaggio da grattugia che prosperano grazie all’Italian sounding. Tanto che, prima dell’attuale silenzio-stampa in attesa di una maggiore definizione della situazione, i calcoli per quanto approssimativi mostravano che i dazi al 30% (15% + 15%) avrebbero portato al mondo del Grana Padano un danno economico che sfiorerebbe gli 80 milioni di euro l’anno. Tanto che proprio Berni aveva definito la strategia di Trump «Un vero e proprio atto di guerra».

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Ma torniamo alla Mozzarella di Bufala Campana Dop. «Da quello che leggo, perché al momento possiamo solo leggere notizie di stampa e di agenzia – spiega il Presidente del Consorzio che ha la sede all’interno della Reggia di Caserta – Non ci sono ancora tabelle specifiche. Da quello che capisco, è stato firmato un accordo che però deve ancora essere riempito di contenuti concreti”. Tanto che il comunicato stesso di Ursula Von der Leyen, presidente della UE, tra le righe parla anche di “alcuni prodotti agricoli” che saranno a dazio zero-per-zero: «Today we have also agreed on zero-for-zero tariffs on a number of strategic products. This includes all aircraft and component parts, certain chemicals, certain generics, semiconductor equipment, certain agricultural products, natural resources and critical raw materials. And we will keep working to add more products to this list». Quindi, le liste ancora non ci sono. «Abbiamo capito solo l’importo massimo al 15% – spiega Saccani – Una volta che la situazione sarà definita, allora bisognerà rivedere gli accordi com importatori e distributori Usa per ridisegnare tutti gli elementi economici della filiera, dal produttore al consumatore finale».

La mozzarella, in Usa, non è un cibo quotidiano. È un prodotto premium destinato a una fascia di consumatori alto-spendenti. Questo anche perché a gravare sui costi finali ci sono anche i dati del trasporto: refrigerato e per via aerea. «Il costo per portare in Usa una mozzarella è quasi uguale al costo della mozzarella stessa – spiega il Presidente – Portare una mozzarella in Usa costa circa 4,6 euro il chilo: e noi dobbiamo moltiplicare per due, perché ogni mozzarella viaggia nel suo liquido di governo». Ma quanto costa una Mozzarella di Bufala Campana Dop negli States? «A Manhattan le ho trovate tra i 65 e i 77 euro per chilo. Da noi mediamente il prezzo oscilla tra i 16 e i 20 euro. Il nostro prodotto si posiziona molto in alto». E una pizza (pomodoro e mozzarella) ha un costo intorno ai 25 euro.
I produttori del Consorzio esportano in Usa un valore di circa 40 milioni di merce. Non tantissimo per un prodotto che ha notevoli limiti di shelf life e che invece ha i suoi mercati principali in Francia e Germania. In sostanza, l’export verso la Francia è salito dal 29% al 31,8% sul totale e anche quello con la Germania è passato dal 15% al 18,1%. La Spagna è passata dal 5,1% all’8,1%, mentre gli Usa si collocano al quarto posto con il 7%.
Ma se si decidesse di chiudere l’export con gli Usa? “No, no, no – afferma secco Saccani – Non è possibile. È come se Dolce & Gabbana non stessero in via Montenapoleone! Anche gli States non sono un mercato strategico in termini di valore, sono comunque una vetrina dove non si può non essere». Vero, anche se gli sforzi di marketing del Consorzio di Caserta si sono concentrati sull’Europa – anche per diversificare rispetto agli Usa – e si cominciano a guardare con molto e accresciuto interesse l’emergere di nuovi mercati come Norvegia e Thailandia (apparsi solo quest’anno tra le destinazioni di export della mozzarella Dop) e si punta molto alle mete del futuro come Europa dell’Est e Messico, Asia (da Emirati Arabi a Malesia e Singapore).
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