Nel giorno in cui Sanremo torna a parlare di lui, Beppe Vessicchio riemerge nella memoria collettiva non solo come il direttore d’orchestra più iconico del Festival, ma come una figura molto più sfaccettata. Perché il maestro, scomparso nel 2025 a 69 anni, è stato un uomo capace di tenere insieme musica, scienza, vino e pomodori con una naturalezza quasi disarmante.
Quando lo incontrammo per l’intervista firmata dal direttore Lorenzo Ruggeri, la sensazione fu immediata: davanti non c’era soltanto il volto familiare dell’Ariston. «Si parla sempre della lunghezza della vita, io penso alla sua larghezza, può avere una tridimensionalità». In quella frase c’era già tutto: il compositore, il divulgatore, il curioso seriale.

Non tutti sanno quanto fosse profondo il suo legame con il mondo del gusto. «È il trait d’union della mia vita, è stato Davide Rampello ad accendere la passione enologica, a istruirmi». Da lì nasce un percorso che lo porta a studiare le reazioni della materia alla musica, fino al metodo Freeman, che prevede l’esposizione di prodotti agricoli, in particolare il vino, a specifiche frequenze sonore e musica.
Gli organismi, vegetali o umani che siano, sollecitati da un suono, attivano una reazione del sistema. «Con il professor Mancuso dell’Università di Firenze abbiamo sperimentato su semi di favino rilevando che l’influenza delle trame armoniche che avevo composto secondo il codice armonico naturale favoriva la crescita delle relative piantine più che con il Beethoven proposto da lui. Io l’ho appreso sezionando Mozart. Perché Mozart? Era un prodigio della natura. Un genio. I test che da anni i ricercatori impiantano con la sua musica nel campo delle radiazioni benefiche forniscono innumerevoli indizi. Non aveva bisogno di strumenti per comporre e scrivere, nella sua testa il suono era già perfettamente formato. Lavorava per puro istinto di equilibri e proporzioni».
Anche lontano dai laboratori, il cibo restava per lui una forma di memoria emotiva. In un’intervista a Rolling Stone ricordava l’infanzia napoletana: «Ero affascinatissimo dal venditore di mozzarelle e ricotta che girava per le vie di Napoli su una Cinquecento Giardiniera. La sua voce piena arrivava fino al quarto piano, dove abitavo. Potrei definirla una forma di canto, melodioso anche, una forma di piacere che ho subito associato a un altro star bene, quello provocato dal cibo». E aggiungeva una chiave decisiva per capire il suo pensiero: «Credo che l’amore sia importante nelle preparazioni tanto che, a volte, ti fa sembrare più buono ciò che mangi».
Il parallelismo tra musica e cucina, del resto, era per lui naturale: «Il fascino di alcuni piatti sta nel loro equilibrio, così come avviene in molta musica». Ma Vessicchio non era un purista rigido: «A volte è bello ricevere anche qualche cazzotto in faccia», diceva, rivendicando il valore dell’imprevedibilità anche a tavola.
Sanremo rimaneva il suo habitat emotivo. Con il sorriso sotto i baffi ricordava le notti festivalieri e le verticali di Barolo nella sua camera d’albergo con presidenti di multinazionali: «Giocavano alla lotteria con bottiglie pescate in un’enoteca storica in città che spacciava Barolo degli anni Sessanta e Settanta a prezzo fisso, ogni tanto ci diceva anche bene». Nei camerini, invece, di vino ne gira poco. Tra gli artisti più sensibili al tema cita Elio (Elio e le Storie Tese) che produce Syrah nelle Marche.

Poi c’erano i pomodori, la sua vera ossessione. Qui il tono cambiava: «I pomodori che compriamo sono spesso raccolti ancora verdi… il nostro corpo sa che quel licopene è il frutto di una difesa immediata». Con alcuni contadini di Sarno lavorava a micro produzioni di passata trattate con la sua musica, convinto che l’armonia potesse incidere perfino sulla digeribilità.
Visionario, certo. Ma sempre con i piedi nella sua idea di metodo. «Siamo davanti a nuova influenza delle onde elettromagnetiche sulla materia in genere: il principio non è musicale ma fisico», spiegava. E guardando avanti non aveva dubbi: «Voglio continuare a indagare, il vino è solo il testimone di questa rivoluzione… L’armonia è l’elemento che può salvarci». Il Festival torna a ricordarlo, e vale la pena ricordarlo così: non soltanto il maestro di Sanremo, ma un intellettuale curioso che ha provato a mettere in dialogo note, vigne e cucina.
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