A Sanremo la musica si vive al di là del Festival. È nelle storie di chi questa città la respira ogni giorno, dove si intrecciano rintocchi di batteria, odori di pesto fresco e la laboriosa accoglienza di una cucina che ha fatto della tradizione la sua ragion d’essere. Luigi Arieta, è nato qui, nella città vecchia che conserva ancora la faccia antica di una Sanremo che reclama il suo giusto posto, al di là della settimana vissuta tra i riflettori dell’Ariston.
La sua è una passione nata da bambino, tra case piene di musica e un cammino di studi che lo ha portato a confrontarsi con grandi nomi del jazz italiano e internazionale. Arieta ha iniziato la sua avventura musicale giovanissimo, quando già si distingueva per una fervida passione per la batteria sotto la guida di maestri come Steve Foglia. La ricerca del proprio suono, il desiderio di espressione personale e lo studio con figure del calibro di Jean Paul Ceccarelli, Roberto Gatto e Gianni Branca hanno contribuito a formare un musicista dallo spirito curioso e disciplinato, seppure a guardarlo mentre suona e rappa (difficile capire cosa sappia fare meglio), si intravede un’anima libera e selvaggia, quasi come quel suo riccio scompigliato che lo rappresenta e lo segue nelle battute con la bacchetta.
Non solo batteria: l’esperienza con il sassofono e l’approfondimento in contesti prestigiosi come il conservatorio di Nizza e le masterclass di Umbria Jazz con docenti della Berklee di Boston hanno affinato in lui una versatilità che si riflette nella musica che propone, spaziando tra jazz, fusion, soul e hip-hop. Impossibile non rimanerne affascinati, quasi rapiti. Arieta inizia a suonare e tutto il resto intorno scompare (giusto per parafrasare il testo sanremese di qualche anno di Elettra Lamborghini…. Ovviamente non ce ne vogliate, non c’è nessun paragone artistico).

Il suo nome d’arte è Big G, G da Luigi, Big non è la sua grandezza in senso letterale, ma la sua energia in concerto, così come anche la forza delle sonorità che ama produrre. Il suo stile fa riferimento all’ambiente della black music americana, ma Arieta non si è mai limitato a un solo genere piuttosto a spaziare tra hip hop, funky, r ’n b e soul. Tanti i brani interpretati, ma anche produttore dei suoi pezzi, dove cura arrangiamenti che non si limitano alla batteria, il suo strumento, ma spaziano anche su tastiere e sax. Nei suoi concerti c’è tanto freestyle, che scaturisce secondo il pubblico presente. Tante le collaborazioni internazionali, ma sempre tenendo un suo stile, senza scendere a compromessi di mercato.
Luigi Arieta, però, è cresciuto tra tavoli apparecchiati e profumo di coniglio alla ligure. Mentre fuori Sanremo costruiva il suo mito musicale, dentro casa si imparava un’altra partitura: quella dei tempi di cottura, delle stagioni, del rispetto per la materia prima. La cucina del Mulattiere, il ristorante gestito dalla sua famiglia, è quella delle torte verdi, dei carciofi spinosi, delle trenette al pesto pestato come si deve. Piatti che non inseguono la moda ma custodiscono un ritmo, proprio come i pezzi che Arieta ama suonare.

C’è qualcosa di profondamente sanremese in questo intreccio tra note e fornelli. La città dei fiori e del Festival vive da sempre su un crinale sottile tra palcoscenico e retrobottega, tra lustrini e autenticità. Luigi incarna questa doppia anima: musicista abituato alle luci, figlio di una trattoria che resta ancorata alla terra. E forse è proprio qui il suo dato più interessante. Non la ricerca della ribalta a ogni costo, ma la capacità di tornare a casa, sedersi a un tavolo e riconoscere che l’identità è fatta di sapori e di semplicità.
Questo perché al Mulattiere si mangia come si suona: con rispetto per la tradizione e un margine di interpretazione personale. Ogni piatto è un racconto che parte dall’entroterra e arriva al mare. E così Luigi Arieta continua a muoversi tra palco e sala, tra microfoni e bottiglie di Rossese, portando con sé un’idea semplice ma potente: la cultura di un territorio che si suona, si cucina, si condivide. A Sanremo, più che altrove, al di là dei lustrini, al di là del Festival.
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