Né moka né filtro

Umberto Eco contro il "caffè sbobba": "Si riconosce dall'inconfondibile aroma di piedi marinati"

C'è un insegnamento da trarre dalla cuccuma maledetta, quella che contiene il caffè sbobba, lo ha spiegato il grande semiologo in un suo scritto

  • 19 Febbraio, 2026
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Dal 31 marzo del 1985 al 27 gennaio del 2016, appena pochi giorni prime della sua morte, Umberto Eco firmò La Bustina di Minerva, la rubrica in ultima pagina del settimanale L’Espresso. Appuntamento settimanale fino a un certo punto, poi quindicinale, era una rubrica a mano libera, in cui convergevano riflessioni, spunti, piccoli racconti nati spesso da «un moto d’irritazione» in cui lo scrittore, semiologo, filosofo (e molto altro) distillava la sua visione sempre arguta sul mondo, sul presente e sulla storia, su un futuro immaginato e spesso predetto. Tutto poteva confluire in quella paginetta perché ogni tema era degno di analisi, di una pensosa riflessione estemporanea che poteva nascere tra una boccata di fumo e l’altra, di quelle che talvolta si fermano su fogli spargoli, sul retro di volantini, o – appunto – sul cartoncino dei fiammiferi, i Minerva, a schizzare frammenti di verità e di vita, come nel caso del rito nazionale, il caffè, cui dedica l’intervento del 3 luglio 1988.

Il caffè non è solo quello all’italiana

Comincia smontando un mito ancora duro a morire, che il caffè vero è solo quello che si beve(va) da noi in Italia, l’espresso o la moka, affermando anzitempo il valore del caffè percolato attraverso il filtro, come il V60, ormai sdoganato dall’ondata delle caffetterie specialty.

«Ci sono diversi modi di fare un buon caffè: c’è il caffè alla napoletana, il caffè espresso, il caffè turco il cafesinho brasiliano, il caffè filtre francese, il caffè americano. Ogni caffè è nel proprio genere eccellente. Il caffè americano può essere un intruglio servito a cento gradi in bicchieri di plastica con effetto thermos, imposto di solito nelle stazioni a fini di genocidio, ma il caffè fatto con il “percolator”, come lo si può trovare in certe case private o in modeste luncheonnettes, servito con le uova al bacon, è delizioso, fragrante, si beve come l’acqua, e poi vi vengono le palpitazioni, perché una tazza contiene più caffeina di quattro espressi».

Insomma non è tanto importante il modo in cui viene preparato, quanto al qualità; e il consiglio è: evitare i pessimi caffè, il «caffè sbobba» di cui traccia una divertente genealogia e pure una mappa di posti dove trovarne in quantità. Si serve in cuccuma, anzi nella «cuccuma maledetta» da cui il caffè sbobba si sparge miseramente sul resto della colazione e sulle lenzuola, talvolta sul pigiama e il suo abitante, quando si cede al vizio della colazione a letto, Continental Breakfast please.

Genealogia e geografia del caffè sbobba

«A parte esiste il caffè sbobba. Esso è abitualmente composto di orzo andato a male, ossa di morto, e chicchi di vero caffè recuperati tra i rifiuti di un dispensario celtico. È riconoscibile per l’inconfondibile aroma di piedi marinati in risciacquatura di piatti. Esso viene servito nelle carceri, nei riformatori, nei vagoni letto e negli alberghi di lusso. In effetti, se voi scendete al Plaza Majestic, al Maria Jolanda & Brabante, al Des Alpes et Des Bains, potete anche comandare un caffè espresso, ma esso vi arriva in camera quando è praticamente ricoperto da uno strato di ghiaccio. Per evitare questo incidente chiedete un Continental Breakfast, e vi apprestate a godere dei piaceri di una colazione servita a letto.

Il Continental Breakfast si compone di due panini, un cornetto, un succo d’arancia in dosi omeopatiche, un ricciolo di burro, un vasetto di marmellata di mirtilli, uno di miele, uno di marmellata di albicocche, un bricco di latte ormai freddo, un conto di centomila lire e una cuccuma maledetta di caffè sbobba».

L’attenzione di Eco si sposta così dalla fenomenologia del caffè alla fenomenologia della cuccuma maledetta indagando origini e motivazioni di quell’oggetto del maleficio che pare nato proprio per generare disagio e dal disagio impartire lezioni di vita, imponendo insegnamenti morali e via ad andare.

«Le cuccume usate dalle persone normali – o le buone vecchie caffettiere da cui si versa direttamente la fragrante bevanda nella tazza – consentono la discesa del caffè attraverso un sottile ugello o beccuccio, mentre la parte superiore dispone di un qualsiasi dispositivo di sicurezza che la tiene chiusa.
La sbobba da Grand Hotel e da vagone letto arriva in una cuccuma dal becco molto svasato – come quello di un pellicano deforme – e da un coperchio estremamente mobile, studiato in modo che – attratto da un incontenibile horror vacui – scivoli automaticamente verso il basso quando la cuccuma venga inclinata. Questi due artefici permettono alla cuccuma maledetta di versare subito metà caffè sui croissants e sulla marmellata e quindi, grazie allo slittamento del coperchio, si sparge il resto sulle lenzuola. Nei vagoni letto le cuccume sono di qualità andante, perché il movimento stesso del vagone aiuta lo spargimento del caffè, mentre negli alberghi la cuccuma deve essere di porcellana, in modo che lo slittamento del coperchio sia morbido, continuo, ma fatale».

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Cosa ci insegnano le cuccume maledette

«Sulle origini e motivazioni della cuccuma maledetta esistono due scuole di pensiero. La scuola di Friburgo sostiene che questo artificio consente all’hotel di dimostrare che le lenzuola che ritroverete alla sera sono state cambiate. La scuola di Bratislava sostiene che la motivazione è moralista (cfr. Max Weber, “L’etica protestante e lo spirito del capitalismo”): la cuccuma maledetta obbliga a non poltrire nel letto perché è scomodissimo mangiare una brioche, già imbevuta di caffè, avvolti da lenzuola impregnate di caffè. Le cuccume maledette non si trovano in commercio. Sono prodotte esclusivamente per le catene di grandi alberghi e per i vagoni letto. Infatti nelle carceri la sbobba viene offerta in gavettini, perché le lenzuola completamente intrisi di caffè sono più facilmente mimetizzabili nell’oscurità, quando vengono annodate a fini di evasione.

La scuola di Friburgo suggerisce di chiedere al cameriere che la colazione venga posta sul tavolino e non sul letto. La scuola di Bratislava risponde che questo certamente evita che il caffè si sparga sulle lenzuola, ma non che debordi dal vassoio macchiando il pigiama (che l’albergo provvede a cambiare ogni giorno). In ogni caso, pigiama o non, il caffè preso a tavolino cade direttamente sul basso ventre e sul pube, provocando ustioni là dove sarebbe più consigliabile evitarle. A questa obiezione la scuola di Friburgo risponde facendo spallucce, e questo francamente non è il modo».

Foto di copertina: Oliver Mark

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