Di candidatura a patrimonio immateriale dell’Unesco per la messa a riposo delle uve in Valpolicella si parla da ormai da 13 anni. Ora è arrivata l’ufficialità. La Commissione nazionale italiana per l’Unesco, su proposta del ministero della Cultura, ha deciso di presentare a Parigi il dossier di candidatura, per questa pratica che ha origini antiche.
Nel documento si parla di «sapienza vitivinicola come patrimonio culturale» e di «legame profondo tra comunità, paesaggio e cultura produttiva». Nei numeri, infatti, la tradizione, da cui si ottengono vini iconici come Amarone e Recioto, è diffusa capillarmente sul territorio dal momento che l’appassimento è praticato, come fa sapere il Consorzio vini Valpolicella, da 8mila persone tra uomini, donne, giovani e anziani, italiani e stranieri perfettamente integrati nei 19 comuni della denominazione.
La decisione dell’Unesco è attesa nel 2027. La candidatura è stata annunciata il 19 marzo e presentata assieme ad altri due dossier. Il primo è il presepe (tradizione che parte da Greccio e Assisi e che unisce creatività e spiritualità), il secondo è il cosiddetto Alpine Food Heritage (tradizioni alimentari e cooperazione internazionale), una candidatura multinazionale a cui l’Italia partecipa assieme a Svizzera, Francia e Slovenia. Per l’Italia, che ha festeggiato a fine 2025 il riconoscimento a patrimonio immateriale per la Cucina italiana, un’altra occasione per incrementare il suo già ricco palmares.

«Si tratta della prima tecnica vitivinicola a varcare la soglia dell’Unesco e rappresenta un passaggio storico per la Valpolicella», sottolinea il presidente del consorzio Christian Marchesini, ricordando il savoir faire millenario «che ha plasmato cultura, paesaggio e identità del territorio, diventando espressione autentica delle nostre comunità».
Il Comitato scientifico, composto da enologi, giuristi e antropologi, ha dato la luce verde alla richiesta del territorio veronese per diverse motivazioni: la secolare tecnica della messa a riposo delle uve sulle arele (i graticci, solitamente in legno e bambù, precedentemente utilizzati per l’allevamento dei bachi da seta) e sistemate negli apposti fruttai garantisce una «funzione educativa, ambientale, di riscatto sociale e di inclusione», ma anche «una funzione enologica», dal momento che «senza questa tecnica i vini del territorio non esisterebbero».

Il percorso di candidatura è partito 13 anni fa ed è stato guidato dal Consorzio di tutela vini Valpolicella, capofila di un lavoro condiviso che ha visto in campo la Confraternita del Sovrano Nobilissimo Ordine dell’Amarone e del Recioto (Snodar), il mondo accademico e l’intero territorio della Valpolicella, che ha sostenuto il progetto.
«Questo traguardo – conclude il presidente Marchesini – rafforza l’impegno a tutelare e trasmettere alle nuove generazioni una tradizione che non può essere data per scontata, valorizzandone il significato culturale e collettivo e l’unicità di Amarone e Recioto».
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