Il sistema di produzione integrata e rispettosa dell’ambiente (il cosiddetto protocollo Sqnpi, reso familiare grazie al logo dell’ape) cresce sempre più in Valpolicella (+47% nel 2025). Viceversa, è crisi nera per il regime biologico che subisce una contrazione del 9% per l’incapacità di fronteggiare la sfida del cambiamento climatico. Partiamo da qui per fare il punto sulla denominazione con Christian Marchesini, presidente del Consorzio tutela vini della Valpolicella che ha appena celebrato a Verona l’edizione 2025 di Amarone Opera Prima.

La rinuncia al biologico si diffonde sempre più e tocca pure la Valpolicella…
È vero, anche noi subiamo un trend di riduzione del bio: i cambiamenti climatici e le bombe d’acqua rendono più difficile coltivare la vite. In Valpolicella soffriamo troppa pioggia concentrata. Tuttavia, sottolineo che i produttori che avevano scelto il biologico sono passati alla lotta integrata, allo stesso modo si sono orientati sulla lotta integrata quei produttori che partono da zero. Sulla sfida della sostenibilità, il Consorzio è stato un precursore: oggi la Valpolicella può vantare il 62% di cantine certificate bio e sostenibili.
L’altro grande allarme riguarda la crisi dei consumi. Come è cominciato il 2026?
I maggiori importatori di vino sono in recessione. Anche la Valpolicella soffre di questa situazione. I dati 2025 sull’imbottigliamento parlano chiaro: -2% di riduzione per Amarone e Valpolicella, -3% per il Ripasso. Sulla crisi delle vendite pesano i dazi americani e le incertezze economiche e geopolitiche. Prima della definizione dei dazi ci sono stati ordini importanti che poi dovevano essere smaltiti nella seconda metà dell’anno. Capiremo l’andamento del 2026 appena usciranno i dati del primo trimestre. Il mercato degli Usa ha chiuso male nel 2025, ma aumenta il mercato del Canada, un paese che, anche per ripicca verso le politiche tariffarie di Donald Trump, ha abbandonato la California e acquista di più dall’Italia.

C’è il rischio che l’Amarone sia percepito come un vino difficile da bere mentre cambia lo stile dei consumi?
No, non penso che nel nostro caso incida il cambio di stile del consumo, né la crisi di dei vini rossi. Nemmeno credo ci sia un problema legato all’alcol: nessuno ci chiede l’Amarone a bassa gradazione.
Quanto incide la leva economica?
Certamente i ricarichi nel mondo della ristorazione sono troppo alti. I consumatori hanno meno disponibilità e cercano vini che costano meno. Allo stesso modo sulla crisi ha influito la paura dei controlli sulla strada e il rischio di sospensione della patente.
Gli accordi per aprire nuovi mercati in India e Sudamerica capitano dunque al momento giusto…
Per noi il Mercosur è un’opportunità. Negli anni Sessanta il Brasile era il secondo mercato per la Valpolicella. Lo stesso vale per l’India. Come consorzio, per fronteggiare questa sfida, non possiamo far altro che la promozione. Già l’anno scorso, per celebrare i nostro 100 anni di storia abbiamo realizzato eventi in Italia a Venezia, Roma, Napoli e Milano, ma anche all’estero negli Stati Uniti e in Canada. L’impegno del consorzio c’è con l’aumento delle quote dei soci del 15%: il 75% del budget sarà destinato a investimenti in promozione. Questo, del resto, è un ottimo momento per investire in promozione e favorire la domanda.

Su che cosa puntate per invertire la rotta?
La temperatura di servizio è un tema importante. Da qualche tempo proponiamo di servire il vino rosso raffrescato, specie il Valpolicella classico e il Valpolicella classico superiore, magari in abbinamento con il pesce. A questo abbiamo dedicato perfino un evento nel luglio 2025: Venezia superiore. Con il cambio climatico affrontiamo ormai estati sempre più lunghe, ma così rischiamo di perdere cinque mesi di mercato per via della temperatura.
Quest’anno – come negli ultimi anni – avete puntato a raccontare alla stampa nazionale e internazionale l’appassimento come un fatto culturale, pezzo fondante del terroir veronese. È anche un modo per reagire alle osservazioni di quella parte della critica che chiude l’Amarone nel recinto dei vini di metodo?
Adesso non è più così, forse questo tipo di critica era maggiormente attiva negli anni 2000. La messa a riposo delle uve nei fruttai forse rende un po’ più simili i vini sul piano stilistico, ma se fai un confronto tra gli Amarone provenienti dai diversi territori della Valpolicella le differenze sono evidenti. Inoltre, anche nella messa a riposo entra in gioco una diversa abilità tecnica. La capacità umana fa sempre la differenza. È per questo che con il rito della messa a riposo vogliamo difendere tutti quegli uomini che lavorano con questo sistema che non può essere codificato.
A proposito, a che punto sta la candidatura Unesco a patrimonio dell’umanità della tecnica dell’appassimento?
Preciso che all’inizio siamo partiti con l’idea di valorizzare il concetto di appassimento, poi abbiamo parlato più correttamente della tecnica della “messa a riposo” e oggi preferiamo parlare di “rito” della messa a riposo, espressione più corretta per evidenziarne il valore antropologico e culturale secondo la filosofia dell’Unesco. In questa fase aspettiamo le determinazioni del ministero della cultura: speriamo che arrivi l’ok entro marzo 2026.

Allo scopo di rendere i prodotti della Valpolicella più adatti al pubblico contemporaneo il consorzio ha cercato in questi ultimi anni di indirizzare i produttori verso l’abbandono dell’appassimento nei Valpolicella superiore. A che punto siete?
All’inizio c’era resistenza: il Valpolicella rappresentava il 75% della denominazione e il 100% delle cantine adottava la tecnica della messa a riposo. Una volta una produttrice mi disse: «Con le idee del consorzio rischio di non avere più mercato». Di recente, ci siamo rivisti e ha corretto il tiro: «Scusami, ho capito il senso di questa proposta e cambierò», mi ha detto. Lo ha fatto perché ha visto che il mercato è cambiato. Il rischio, altrimenti, è che il Valpolicella superiore si sovrapponga al Ripasso. Segmentazione, segmentazione, segmentazione: questo è il lavoro che deve fare la Valpolicella.

A maggio scade il periodo di consiliatura. Pensa di ricandidarsi?
Ho già fatto quattro mandati: due più due, con una pausa intermedia. Ma le norme non prevedono un limite di mandato: è un mondo che continua ad attrarmi. Allo stesso tempo, sono solo un viticoltore: produco uva, ma non ho marchio. Questa condizione mi mette in una posizione più interessante per gestire questo incarico.
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