«Il vino biologico non è più sostenibile», lo ha detto al Gambero Rosso, senza mezze misure, Anselmo Guerrieri Gonzaga di Tenuta San Leonardo che, nei mesi scorsi, ha rinunciato alla certificazione. Un’ammissione che non riguarda solo l’azienda trentina ma che trova riscontro nei numeri. In particolare, le ultime vendemmie (con qualche eccezione per l’ultima) hanno mostrato come i cambiamenti climatici abbiano influito negativamente sulla produzione e messo a nudo i limiti del biologico ai tempi del climate change. Soprattutto al Nord Italia. Ma la situazione va oltre i confini nazionali, come dimostrano, in questi giorni, le proteste dei viticoltori francesi.

Per capire la portata del fenomeno basti dare un’occhiata alla variazione del vigneto biologico. Il dato più eclatante è quello sulle superfici vitivinicole in conversione: se nel 2023 erano 29,1mila nel 2024 sono scesi a 26,7mila nel 2024 con una perdita dell’8%, secondo le elaborazioni dell’Osservatorio Uiv su base Ismea-Sinab 2025.

Se si guarda agli ultimi 20 anni, chiaramente la crescita è stata notevole: gli ettari vitati bio sono passati da poco più di 20mila ettari del 2004 agli attuali 129mila del 2024, ma è solo negli ultimi anni che è arrivata l’inversione di tendenza: il decremento è iniziato nel 2022, anno in cui si è raggiunto il picco massimo di superfici bio (quasi 140mila).
Ma quali sono le regioni che hanno registrato le perdite maggiori? Non sorprenderà che siano tutte al Nord (anzi Nord-Est), dove gli eventi climatici sono stati più violenti: -18,5% (variazione 2024/2023) in Friuli-Venezia Giulia, -9% in Veneto -9,6% in Trentino. A crescere maggiormente sono, invece, Liguria (+50%), Campania (+12%), e Sardegna (6,3%).

La classifica delle regioni con la maggiore incidenza del vigneto biologico sul totale è tutta spostata verso il Centro-Sud: primo posto per le Marche (con una quota del 38% sul vigneto regionale), secondo per la Toscana (37,6%), terza per la Sicilia (34,9%). A seguire Calabria, Puglia, Basilicata e Abruzzo. Negli ultimi posti della classifica, invece, troviamo Sardegna (5,9%), Friuli-Venezia Giulia (6,6%), Valle d’Aosta (6,8%), Veneto (7,6%) e Piemonte (9,9%).

Se i cambiamenti climatici hanno il loro peso in questa inversione di tendenza in vigneto, l’altro fattore a incidere negativamente è la scelta del consumatore. Ad oggi, infatti, gli ettari vitati incidono per il 22% del totale, ma lo stesso non si può dire per le vendite che incidono solo per il 2% a valore e l’1,2% a volume.
Nel report Ismea 2025 (relativo al 2024), inoltre, si registra un’ulteriore contrazione sia per i volumi di vino e spumanti bio acquistati, sia per il loro valore (-1,6%), al contrario di quanto accade con altri comparti, come oli, uova e miele. Un cortocircuito (più spesa, meno guadagni) che, insieme alle avversità climatiche, sta progressivamente portando i produttori verso altre scelte. Scelte sintomatiche di un problema forse troppo a lungo sottovaluto. D’altronde non si vive di sola etica. E alla resa dei conti, il vino è prima di tutto impresa.
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