Strategie

"Il bio è insostenibile: perso il 30% della vendemmia". Tenuta San Leonardo spiega la rinuncia alla certificazione

Anselmo Guerrieri Gonzaga racconta una una scelta difficile legata al clima. E lancia la sfida dei vini rossi bevuti a temperature fresche: "Non è più tempo di grandi legni e concentrazioni"

  • 05 Gennaio, 2026
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Il 30% in meno annuo di produzione nelle ultime tre vendemmie e il 20% in meno se si allarga l’orizzonte ai dieci anni. Il prezzo della conduzione biologica per Tenuta San Leonardo è stato molto alto. Talmente alto che l’azienda trentina guidata da Anselmo Guerrieri Gonzaga, la cui storia richiama a quel San Leonardo in Sarnis, conosciuto dall’anno Mille come luogo prospero per la vite, ha scelto di allentare le maglie e mettere da parte i dettami più rigidi di questo metodo. Almeno per ora, spiega al settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso lo stesso Guerrieri Gonzaga che, dopo suo padre, il marchese Carlo, gestisce dal 2012 un’azienda da 300 ettari e circa 350mila bottiglie, per metà esportate, attiva nel vitivinicolo dal 1724 come recitano i documenti di famiglia.

Il 2025 è l’anno in cui Anselmo Guerrieri Gonzaga ha preso una decisione storica per la tenuta premiata come Cantina dell’anno 2025 nella Guida vini d’Italia del Gambero Rosso, con un palmares da ben 27 riconoscimenti Tre bicchieri a partire dal millesimo 1988. La decisione è quella di lasciarsi alle spalle il biologico, che da 15 anni guidava le scelte in campo. Per la tenuta, certificata Biodiversity friend nel 2018 ed Equalitas nel 2024, non è un addio ma un arrivederci. Forse. «Non mi sento di pronunciare la frase “mai più biologico” – chiarisce in questa intervista Guerrieri Gonzaga – ma quando un certo tipo di agronomia non consente di proteggere le produzioni di fronte a determinate avversità e anomalie climatiche significa che bisogna cambiare». E ciò è vero soprattutto in alcune regioni d’Italia. Una di queste è la valle di Avio, in Trentino, dove insistono i terreni della Tenuta San Leonardo: «C’è poco da fare, in alcune aree il biologico non è più sostenibile». Linea sostenuta anche dal professor Luigi Moio, poco più di un anno fa, proprio dalle pagine del Gambero Rosso.

Anselmo Guerrieri Gonzaga – Tenuta San Leonardo

Come spiega questa decisione dopo che nel 2015 avete avviato la conversione al bio certificato?

Abbiamo creduto molto nel biologico e già prima del 2010 Tenuta San Leonardo aveva eliminato tutti i diserbi in vigna. Essendo posizionati in una valle molto stretta come quella di Avio, con molta presenza di acqua e umidità, ci siamo resi conto che in termini ambientali era difficilmente sostenibile un simile approccio.

E quindi avete cambiato idea. Ci fa qualche esempio? 

Premesso che resto convinto dell’importanza del biologico e che grazie al bio ho rivoluzionato il mio modo di vedere la vigna, sono arrivato alla conclusione che in alcune regioni d’Italia e in alcune aree vitivinicole il metodo non sia sostenibile al 100%. Uno degli esempi è l’eccessivo utilizzo dei trattori per fare i trattamenti necessari a proteggere il vigneto. In una valle come la nostra risultano il doppio rispetto alla norma. E non vedo l’utilità di usare il trattore tutti i giorni. In casi simili, il bio invece che tutelare l’ambiente rischia di essere più impattante.

Che impatto ha avuto, invece, la scelta bio sull’aspetto finanziario?

Abbiamo perso in media il 30% di produzione l’anno negli ultimi tre anni. E sui dieci anni una media del 20%. Significa perdere un’annata ogni tre o quattro anni. Non rimpiango la scelta, anzi continueremo a portare avanti la maggior parte dei dettami del protocollo bio, che ci ha insegnato tantissimo. Però il biologico funziona se il clima è stabile, mentre diventa molto arduo coi picchi di instabilità e avversità climatiche importanti che si sono registrati in questi anni nel nostro areale trentino.

Tenuta San Leonardo – vigneti

Cosa cambia per Tenuta San Leonardo?

Non rimpiango la scelta bio ma d’ora in avanti un protocollo interno a Tenuta San Leonardo guiderà le scelte in campagna.

Ovvero?

Se c’è tanta umidità e pioggia in vigna durante le fasi di fioritura, posso intervenire con dei trattamenti. Ripeto: nel bio c’è tanto di buono ma in Trentino il discorso è complesso. A meno che non si voglia rinunciare a una parte della produzione, per la quale i costi, ci tengo a sottolinearlo, sono nel frattempo raddoppiati.

Pensate all’uso dei vitigni resistenti?

Negli anni precedenti abbiamo piantato alcuni filari di viti resistenti in via sperimentale per studiare internamente il tema. Ma per ora, quanto a varietà resistenti, quelle di uso comune non rispecchiano le nostre esigenze.

Quindi non promuove i Piwi?

Non ho bevuto vini da vitigni Piwi da far girare la testa, però non vedo perché non utilizzarli per prodotti di medio livello. Sottolineo che il mio punto di vista non è quello di scienziato ma di un produttore: ben venga la ricerca in viticoltura, ma da lì a fare tutto in quel modo c’è una bella differenza.

Tenuta San Leonardo – Villa Gresti

Questione di prospettiva, dunque, ma senza preconcetti…

Bisogna avere un occhio sui tempi lunghi. Un po’ come accadde per l’introduzione in Europa dei portainnesti americani: se avessimo ragionato solo coi parametri del romanticismo non informato allora la viticoltura europea sarebbe stata condannata a morte. Per questo dico che occorre approcciarsi alle novità e guardare le cose non attraverso la cruna di un ago bensì con la prospettiva di lungo periodo.

In quale campo, allora, si gioca il futuro del vino?

Ritengo che il futuro si giochi sui portainnesti e sulla genetica, intendendo la cisgenetica e non la transgenetica, che ci porterebbe da un’altra parte.

E quali sono, invece, le varietà e i vini del futuro?

Prediligo i Pinot nero: quello francese, che ha una massima eleganza, ma anche costi alti, e vedo molto bene – e in grande spolvero – i Pinot nero del Trentino e dell’Alto Adige, così come quelli dell’Oltrepò Pavese. Sono vini contemporanei che supportano temperature fresche.

In che senso temperature fresche?

Una delle grandi rivoluzioni che bisognerà fare è quella di bere il vino rosso fresco, tra i 12 e i 14 gradi. Il Pinot nero si presta bene a questa operazione. Ma anche il Merlot, se non esageratamente concentrato, può regalare grandi soddisfazioni. I grandi vini non si devono prostrare alle mode. Certo, non è più tempo di grandi legni e concentrazioni. Io, per esempio, non ho mai sopportato i vini legnosi e concentrati. Sono un grande amante del Sangiovese che, quando ha eleganza, regala bevibilità e piacevolezza.

Come deve essere, allora, un grande vino?

Un grande vino deve essere bevibile. Mi piace prendere a prestito le parole di Aubert de Villaine, storica figura del Domaine de la Romanée-Conti, in Borgogna, il quale disse una verità importante: “Un grande vino deve togliere la sete”. E lui faceva Pinot nero.

E il Trentino possiede le giuste caratteristiche?

Tenuta San Leonardo, da questo punto di vista, è in una località fortunata: una valle larga 800 metri, a 120 metri di altitudine, con le montagne attorno a mille metri. Quest’anno il nostro Carmenère aveva 12 gradi. Il riscaldamento globale non ci spaventa, anzi ha fatto bene alle vigne migliorando la maturazione fenolica. Assieme a mio padre, abbiamo eliminato diradamenti e sfogliature e reintrodotto la pergola, a esclusione del cabernet sauvignon: un tipo di allevamento, secondo noi, molto efficiente in questo momento storico. Lui nel 1978 introdusse gujot, convertì due terzi dell’azienda a filare. Dal 2005, abbiamo riconvertito anche il vigneto carmenère a pergola (vedi foto di copertina; ndr). E non ce ne siamo pentiti.

Carlo e Anselmo Guerrieri Gonzaga – Tenuta San Leonardo

Cosa pensa dei dealcolati?

Non ci credo minimamente. Penso possa funzionare il segmento dei dealcolati effervescenti e spumanti, perché incontra il gusto di un pubblico che cerca una bevanda alternativa e divertente. Mentre non ho per niente fiducia nei dealcolati fermi, perché a mio parere sono insostenibili, energivori, costosi dal lato produttivo e pieni di zuccheri. Non li trovo neanche sani. Poi, non è detto che la tecnologia tra un certo numero di anni riuscirà a farci ottenere dealcolati di grande qualità. Per ora dubito, mi baso su ciò che evidente. E se sarà diversamente sono pronto a ricredermi.

E se proviamo a spostarci sui vini naturalmente a basso grado, secondo un trend abbastanza recente?

Penso siano molto interessanti. La tradizione di vini più leggeri è collegata, ricordiamolo, a ciò che bevevano i nostri nonni e bisnonni, i quali avevano necessità di una fonte di calorie ed energie per poter lavorare. Anche in Germania, gran parte dei vini aveva 8-9 gradi e importanti residui zuccherini. Quindi, ben vengano i prodotti a basso grado alcolico naturale, anche se voglio sottolineare che alla Tenuta San Leonardo non è ciò che cerchiamo. Noi facciamo vini tra 12 e 13 gradi.

Veniamo alla stretta attualità. Come chiuderete il 2025 e come va coi dazi negli Usa?

Per quanto riguarda il mercato, il 2024 è stato un anno di assestamento dopo anni di crescita in passato. Mentre in questo 2025, i grandi vini rossi hanno risentito un po’ all’estero, mentre in Italia registriamo un segno più.

Sul fronte dei dazi Usa, il dazio al 15% è stato equamente suddiviso con il nostro importatore, con cui lavoriamo da oltre 40 anni. Ma il vero dazio per il vino italiano è il cambio: un euro potente e un dollaro debole. Quanto alle vendite, negli Usa siamo andati molto bene mentre abbiamo perso in Germania, a causa del cambio di importatore.

C’entra anche l’atteggiamento dei consumatori e il bere moderato?

Ovviamente, sul mercato sta influendo anche quest’enorme ondata salutistica, ma poi in realtà vedo tanta gente che beve abbondantemente gli spritz. Quindi, mi chiedo, dove stia tutto questo salutismo? Mi piace ricordare Paracelso e la sua affermazione secondo cui tutto è veleno e che solo la dose fa in modo che il veleno non faccia effetto. Per questo ritengo che il vino e la buona tavola restino gli ultimi baluardi come luoghi di civiltà da proteggere per far sì che i rapporti umani resistano in una società dove questi si stanno perdendo.

Guardiamo al futuro aziendale. Tenuta San Leonardo è destinata ad allargarsi?

Abbiamo acquisito 2 ettari durante la pandemia e negli ultimi anni abbiamo bonificato 8 ettari di terreni di proprietà da cui, nel 2026, otterremo circa 1,5 ettari vitati interni alla tenuta storica. Stiamo poi guardando all’acquisizione di vigneti in Trentino, in Val di Cembra, per iniziare delle sperimentazioni sui vini bianchi a quote più alte, intorno a 500 metri. Per il resto, manterremo salde le radici di San Leonardo: abbiamo completato la selezione clonale dei vigneti carmenère di 85 anni per preservare la nostra identità.

Quindi punterete sui bianchi ma anche sui rossi, contrariamente a quanto chiede il mercato?

Come già facciamo, punteremo sui rossi, per i quali vediamo un gran futuro. A patto che siano bevibili e abbiano alle spalle una storia vera e genuina da raccontare.

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