Tra effetti della crisi climatica, raccolti di uve che si riducono e conti che non tornano, la fuga dei produttori vitivinicoli dal biologico descritta in questi mesi dal settimanale Trebicchieri del Gambero Rosso ha stimolato il dibattito nazionale. Antonino De Gennaro Aquino, consulente enologo di origini campane, si muove però in controtendenza e parla a difesa di un comparto (come hanno fatto anche la Federbio e altri produttori vitivinicoli) che, dopo anni di crescita costante, negli ultimi anni ha subito una frenata, come si nota dalla diminuzione delle superfici in conversione sul territorio italiano, ma che ha una serie di asset strategici ancora non sfruttati. A cominciare dall’uso dei droni per i trattamenti fitosanitari, che potrebbero dare un grande contributo alle imprese proprio alle porte di una nuova annata come la 2026.
«Il cambiamento climatico ha sicuramente aiutato la viticoltura bio negli ultimi 20 anni con meno precipitazioni medie – scrive al settimanale Trebicchieri – mentre il meccanismo degli aiuti comunitari, concepito per bilanciare le eventuali perdite, i costi burocratici e delle analisi per ottenere la certificazione, ha finanziato in parte la conversione al bio. La certificazione è obbligatoria per ottenere i contributi ed è una garanzia per il consumatore perché vengono ricercate sulle uve e nel vino più di 300 molecole di prodotti fitosanitari e antiparassitari non autorizzati. Quest’ultimo aspetto è il fulcro di tutta l’agricoltura biologica: ovvero l’assenza di residualità di molecole di sintesi nel prodotto finale, oltre che l’impossibilità di usare fertilizzanti chimici e diserbanti in campo».

uve bio – foto consorzio vini Montecucco
Secondo De Gennaro Aquino, in materia di difesa fitosanitaria «è vero che i trattamenti sono di più in termini numerici, ma sono effettuati con bassi dosaggi di principi attivi». Oggi, sottolinea l’enologo, ci sono molte più armi per affiancare e in parte sostituire il rame e lo zolfo, da anni si utilizzano induttori di resistenza che stimolano le difese naturali della vite, recentemente si sta diffondendo l’uso dei composti fenolici, non solo il distillato di legno ma anche la propoli che ne è ricca, preparati a base di equiseto ed estratto di salice ispirati dalla biodinamica, olio di arancio oltre che inoculi di microrganismi che contrastano biologicamente lo sviluppo delle patologie fungine. «Le piante – afferma – sono veri e propri laboratori biochimici che sintetizzano per la loro autodifesa delle molecole complesse chiamate metaboliti secondari. Sta all’esperienza del viticoltore utilizzare questi estratti nel migliore dei modi».
La svolta potrebbe arrivare coi trattamenti dai droni che De Gennaro Aquino definisce una «nuova risorsa» per la viticoltura biologica. «Hanno il vantaggio di poter lavorare anche quando il terreno è bagnato – sottolinea – eliminando il problema del compattamento dovuto ai trattori e le difficoltà a entrare nei filari per chi ha vigneti con pendenza in zone argillose». Un’utilità che sarà concreta soprattutto nelle prime fasi vegetative: «Alcune sperimentazioni sono state fatte nel 2025, ma per vederne la diffusione bisognerà superare il limite legislativo che li assimila ai trattamenti aerei. Sarebbe un grande risultato fare un 30% dei trattamenti coi droni – rileva l’enologo – ricaricandone le batterie coi pannelli fotovoltaici ed effettuare le lavorazioni del sottofila con dei robot leggeri a guida autonoma».

agricoltura precisione – drone – Foto di DJI-Agras da Pixabay|Agricoltura – agritech – tecnologia droni campo
Nel biologico, l’impegno in vigna deve essere accompagnato in cantina. «Questa scelta etica continua anche in cantina dove ci sono alcune restrizioni, ma il vero lavoro si fa in vigna. Un lavoro – rimarca De Gennaro Aquino – che deve fare i conti anche con la sostenibilità economica, oltre che ambientale, soprattutto ora che i costi del gasolio sono lievitati. Ed è qui che la viticoltura biologica si scontra un po’ con un paradosso: per lavorare meglio bisogna lavorare di più, anche col trattore. Non poter utilizzare diserbanti come il glifosato (sostanza classificata come “probabilmente cancerogena”) implica il diserbo meccanico del sottofila, lavoro lento e ripetitivo ma con un risultato sulla qualità del suolo enorme perché preserva la biodiversità microbica, la fauna edafica e ossigena le radici lavorando vicino ai ceppi». In questo senso, per riassumere, l’agritech sarà un aiuto decisivo.
Cosa dovrebbe cambiare sul fronte commerciale? «Il vino biologico dovrebbe essere valorizzato nuovamente – afferma De Gennaro Aquino – rimarcando i suoi principi fondanti, il valore aggiunto negli anni sembra essersi assottigliato rispetto al vino convenzionale che, in alcuni casi, ha puntato su certificazioni di sostenibilità (tra cui il protocollo Sqnpi sulla lotta integrata; ndr) mentre i vini biodinamici e naturali, per cui esistono certificazioni specifiche, spuntano mediamente prezzi maggiori». Lo stallo e la leggera contrazione per il biologico, secondo l’enologo, in sostanza, sono fenomeni comprensibili considerando il contesto generale di incertezza in cui si trova tutto il mondo del vino: «Ritengo che la viticoltura bio sia stata da esempio anche per chi lavora in convenzionale – conclude – e le nuove tecnologie aiuteranno tutti ad essere ancora più sostenibili e a lavorare meglio in vigna».
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