«Volontà di perseguire l’obiettivo della qualità totale, intesa non solo come salubrità del prodotto e rispetto dell’ambiente, ma anche come valorizzazione della espressività territoriale della nostra produzione». Filippo Antonelli, avvocato romano titolare della cantina Antonelli San Marco nel territorio di Montefalco, in provincia di Perugia, e della cantina Castello di Torre in Pietra, in provincia di Roma, conferma la scelta dell’agricoltura biologica a dispetto della fuga dal bio che molti produttori stanno mettendo in atto negli ultimi tempi.
«L’interesse per il biologico nasce quando ho iniziato una collaborazione agronomica a 360 gradi con Ruggero Mazzilli, consulente a Panzano in Chianti. Confrontandoci e osservando altre aziende ci siamo detti: perché non proviamo? Il primo anno di conversione al biologico di tutta l’azienda di Montefalco è il 2009. Già prima avevamo cominciato dagli uliveti. Il bollino della certificazione arriva nel 2012».

Vigne di Antonelli San Marco a Montefalco
Che differenze registrate tra Umbria e Lazio?
A Montefalco colpisce di più la peronospora, soprattutto nelle annate umide. A Torrimpietra colpisce di più l’oidio: lì piove meno e siamo vicini al mare. Contro le tignole e gli insetti facciamo la lotta con gli antagonisti. Nel Lazio facciamo parte di un biodistretto che contempla anche ortaggi e latte bio. Con il biologico ti devi prendere cura maggiore dei singoli vigneti, altrimenti non salvi l’uva. Devi prestare attenzione all’equilibrio. A lungo termine pensiamo che le uve siano più buone. È questo lo scopo.
Che riscontri ha avuto dal mercato?
Chiarito che il mercato non è stato il motivo ispiratore della nostra scelta, registro che in alcuni paesi ci sono dei vantaggi. Per esempio, nell’Europa centrale e del Nord Europa dove c’è una grande attenzione da parte del consumatore finale. L’anno scorso abbiamo vinto un grosso tender in Svezia: il requisito era di avere un Montefalco rosso biologico. Negli Usa dove spesso gli importatori devono fare pratiche e burocrazie – e quindi anche noi – abbiamo incontrato qualche difficoltà. Lì andiamo stato per stato e all’inizio era una seccatura per loro. Adesso lo chiedono quasi tutti.
Nonostante tutto il biologico resta di moda?
Nel tempo siamo stati superati dai vini naturali e biodinamici, considerati più trendy e fighetti. Anni fa il vino naturale era sinonimo di vino non buono. Esageravano: i produttori erano trasandati e i vini difettosi. Oggi non c’è più questo problema: anche i vini naturali sono migliorati. Sicuramente su certi mercati dove i vini naturali e biodinamici sono più ambiti, l’essere biologici costituisce un valore in più.

Vigne di Torre in Pietra a Roma
Anselmo Guerrieri Gonzaga di San Leonardo ha detto che «il vino biologico non è più sostenibile». La cantina VentiVenti lamenta l’incapacità del bio di contrastare la flavescenza dorata con grave perdita di piante. Lei che ne pensa?
Non c’è dubbio che ci sono motivazioni giustificate e comprensibili in queste osservazioni. Non puoi dar torto al produttore se perde le piante o perde l’uva. Però la situazione cambia di zona in zona. Ci sono territori più complicati dove applicare l’agricoltura biologica è più arduo: non si scopre niente di nuovo. Nei decenni passati si è piantato anche in fondo a valli molto umide grazie alla chimica. Ma se sei biologico non puoi piantare in terreni non vocati.
C’è pure chi ha abbandonato il biologico perché, alla fin fine, era costretto a un uso importante di rame con le conseguenze che sappiamo…
Innanzitutto vorrei sottolineare che noi abbiamo dei limiti stringenti che non hanno i convenzionali. Inoltre, proprio grazie alla diffusione dell’agricoltura biologica, le multinazionali che producono il rame si sono sforzate in questi anni di realizzare dei prodotti con concentrazioni più basse di minerale. Esistono dei corroboranti da distillato di legno, molto ricchi di acido acetico, tannini e polifenoli, in grado di potenziare le difese delle piante e del loro apparato radicale nonché altri prodotti ottenuti con dei vegetali. Via via si troveranno prodotti sostitutivi del rame: se la ricerca chimica va in questa direzione dobbiamo dire grazie all’agricoltura biologica.
I delusi parlano di 22-24 trattamenti nelle annate più complicate…
Grazie all’irroratrice a recupero nella maggior parte dei vigneti riusciamo a evitare la deriva nel terreno specie all’inizio, quando non ci sono foglie. Il vero tallone d’Achille è il numero delle volte che bisogna entrare in campo: se c’è una stagione difficile devi entrare più volte. Così facendo rischi di causare compattamenti del suolo e dispendio di ore di trattore. Di fronte a questo che per me è l’unico tallone di Achille, spero che si trovino prodotti migliori con la ricerca. Certo, se dovessi produrre mele magari non sceglierei il biologico: ci sono alcune colture dove è più facile, altre meno. Non sono un talebano: dipende anche se il biologico si può fare.

Filippo Antonelli
Le recenti vendemmie hanno mostrato l’influenza negativa dei cambiamenti climatici sulla produzione. Anche il biologico è stato messo a nudo?
Le perdite ci sono sempre state, a volte per la siccità, a volte per la pioggia. Oggi viviamo stagioni più schizofreniche, dove manca la norma. Nel 2023 in molti hanno gettato la spugna, ma pure i produttori che usano la chimica hanno fatto fatica. Abbiamo avuto anche noi delle perdite. Il punto dirimente è l’essere tempestivi. E per essere tempestivo devi essere strutturato. Certo, dipende anche dalle uve: alcune sono più fragili di altre: però se riesci a essere tempestivo puoi farcela.
Secondo l’Osservatorio Uiv, nel 2023 le superfici vitivinicole in conversione erano più di 29 mila, nel 2024 sono scese a circa 27 mila nel 2024 con una perdita dell’8%. È un dato eclatante.
Questi numeri vengono dopo l’annata drammatica del 2023. Lo capisco quando c’è un’annata piovosa. In Umbria non è stato facile uscire indenni, ma non c’è stata la distruzione intera del prodotto. La mia esperienza, sia nel Lazio che in Umbria, è la mancanza di tempestività: è un problema di organizzazione aziendale. La 2013 e la 2014 sono state annate impegnative ma abbiamo fatto esperienza. Nonostante le difficoltà, confermiamo la scelta del biologico con la speranza che la ricerca vada avanti. Confidiamo nelle ditte specializzate: se si impegneranno a capofitto realizzeranno soluzioni per rientrare nel budget.
Alla fine qual è il suo personale spot per il biologico?
Essere biologico significa prendersi cura di ogni singolo vigneto in maniera diversa. È come avere tanti figli: ognuno ha bisogno di attenzioni e comportamenti diversi per cercare equilibrio. E siccome non gli puoi dare l’antibiotico devi cercare di farlo stare bene. Trebbiano Spoletino o Grechetto, Sangiovese o Sagrantino: la gestione in bio ha proprio lo scopo di evidenziare ed esaltare le differenze, portando i singoli vigneti ad una piena maturità espressiva. Un vigneto che si autoregola, è un vigneto che può esprimere al meglio le sue specificità.
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