Crisi green

"Il bio non basta: rinunciamo alla certificazione e passiamo alla lotta integrata". La scelta della cantina VentiVenti

L'obiettivo è ridurre le perdite in vigneto legate a flavescenza dorata e peronospora, usando meno rame. Dopo il caso San Leonardo, Andrea Razzaboni racconta l'addio al biologico

  • 22 Gennaio, 2026
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Dopo 20 anni di crescita, la viticoltura biologica sembra in declino: come evidenziano le elaborazioni Uiv su dati Ismea-Sinab, i vigneti in conversione scendono dell’8%. Il primo a lanciare l’allarme è stato Anselmo Guerrieri Gonzaga, titolare della storica Tenuta San Leonardo. Ma la crisi tocca anche cantine più piccole e più giovani: tra queste c’è, per esempio, VentiVenti, azienda modenese specializzata nella produzione di spumanti metodo classico nelle terre del Lambrusco. Fondata dalla famiglia Razzaboni e guidata oggi dai tre fratelli Riccardo, Andrea e Tommaso, tutti tra i 20 e i 30 anni, Ventiventi è un progetto generazionale che unisce tradizione agricola, visione imprenditoriale e desiderio di innovare il vino emiliano. Il nome non è casuale: l’anno 2020 segna l’inizio della piena operatività della cantina. Del ripensamento sul metodo biologico abbiamo parlato con Andrea Razzaboni, contitolare dell’azienda ed enologo della cantina.

Quando e perché avete cominciato a lavorare in regime biologico?

Fin dal giorno zero della nostra attività siamo partiti dal biologico: basti pensare che il primo impianto è del 2016 e che già nel 2019 eravamo certificati bio. In tanti lo avevano sconsigliato, ma noi volevamo farci un’idea diretta perché fin da allora il nostro obiettivo era cercare di fare il meglio per evitare prodotti di sintesi, garantire la conservazione del terreno e avere un impatto di sostenibilità.

A seguito del 30% in meno annuo di produzione nelle ultime tre vendemmie, Anselmo Guerrieri Gonzaga, patron di Tenuta San Leonardo, ha scelto di rinunciare al biologico. Anche voi siete stati costretti a cambiare strada?

Sì. Nel nostro territorio non abbiamo dovuto affrontare soltanto la perdita di uva, ma una sfida ben più importante: la flavescenza dorata. È una malattia epidemica per la quale non c’è cura: porta alla morte del ceppo e dunque va tagliata la pianta. Nell’arco di nove anni, il nostro impianto di lambrusco di Sorbara ha registrato la perdita del 28% di piante: un calo drastico, una perdita che non risani. C’è un problema di mantenimento del vigneto che va al di là della produzione in sé. Un vigneto deve durare: perderne il 28% a distanza di nove anni dall’impianto fa venire la pelle d’oca. Ma ci sono anche altri aspetti che ci hanno portato a rinunciare al biologico…

Quali?

In un’annata difficile ma “umana” riesci a portare dentro una materia prima di qualità. Ma ci sono annate in cui il clima va a scapito anche della qualità dell’uva. E allora ti chiedi: metto in primo piano gli ideali di sostenibilità o la qualità dell’uva? I nostri vigneti sono in un territorio umido: per ottenere uve sane usiamo dei trattamenti di copertura a base di rame e zolfo. La macchina a recupero circonda i filari ed evita la deriva di prodotto che così non si deposita sulla pianta, ma il rame è un metallo pesante e devi evitare di accumularlo di anno in anno nel terreno. In certe annate impegnative – che nel tempo si stanno moltiplicando – sei costretto a fare 22-24 trattamenti: così sono troppi, non so se questo è un approccio sostenibile.

Quali uve e vitigni si sono rivelati più sensibili?

La flavescenza dorata si trasmette tramite un insetto: la maggiore sensibilità della pianta dipende dalla sua appetibilità per l’insetto. Non ci sono dati scientifici, ma per noi il danno principale riguarda il lambrusco di Sorbara e lo chardonnay. Salamino, pignoletto e lancellotta registrano perdite inferiori pari all’8-10%. La peronospora invece è una malattia fungina che attacca il grappolo provocando muffe e marciume e cambia a secondo dei vitigni: la sensibilità varia in funzione del grappolo. Nella nostra zona soffrono, sia in termini di produzione che di qualità, soprattutto quelli con grappolo compatto: pinot bianco e salamino di santacroce. Il lambrusco di Sorbara ha il grappolo spargolo: subisce un danno quantitativo di produzione ma non di qualità.

Quali sono i limiti tecnici del biologico?

I trattamenti di copertura si fanno in previsione del meteo e devi sempre anticipare. A volte arriva la pioggia all’improvviso e non puoi più intervenire. In altri casi, è prevista pioggia tutti giorni, ma se poi piove di meno tu hai comunque dovuto fare i trattamenti in anticipo. Insomma, con la lotta integrata (la certificazione Sqnpi, con il simbolo dell’ape; ndr) puoi uscire su necessità, con la gestione bio devi uscire quasi sempre. Con la lotta integrata stimiamo che, nei prossimi anni, la perdita del 28% potrebbe ridursi al 10%.

Voi siete specializzati sul metodo classico. Ciò significa che la vendemmia è un po’ anticipata? Questo aspetto influisce sul genere di trattamenti?

Fino al 2022 facevano solo metodo classico: tutta la raccolta era anticipata e questo ci ha aiutato. Nel 2022 abbiamo aggiunto un rifermentato in bottiglia e un metodo Martinotti. Così quando abbiamo puntato a più frutto e maturità ci siamo resi conto delle problematiche cui andavamo incontro: la maggior parte del danno si abbatte sul grappolo maturo. Abbiamo fatto un percorso di conoscenza.

Dice Guerrieri Gonzaga che “in alcune aree il biologico non è più sostenibile”. È così anche in Emilia?

Non possiamo generalizzare per tutta l’Emilia, ma qui in pianura, dove si producono lambrusco di Sorbara e salamino di Santacroce, non è più sostenibile.

Che cosa cambia adesso per voi con la lotta integrata?

Avremo una conduzione sostenibile in cui sono concessi un numero limitato di trattamenti sistemici che lavorano sulla pianta nel corso dell’anno quando emerge un problema. Con il biologico hai solo la prevenzione: resta valido nelle annate ideali o positive. Come VentiVenti ci riserviamo la possibilità di intervenire con prodotti sistemici nelle annate più difficili. Vale anche per il corpo umano: quando stai bene non prendi niente, ma se stai male prendi la tachipirina.

A breve in Francia, circa venti prodotti fungicidi a base di rame perderanno l’autorizzazione alla commercializzazione, riducendo drasticamente il ventaglio di strumenti a disposizione dei produttori bio. C’è il rischio di non controllare più le muffe e di una riduzione sensibile delle certificazioni. E se succedesse in Italia?

Se vai a ridurre ulteriormente i prodotti utilizzabili la gestione bio diventa sempre più difficile. Visto che già a livello economico e commerciale non vedo grandi riconoscimenti, una soluzione simile rischia di allontanare i produttori. Ricorderei che nella nostra zona al biologico non è mai stato riconosciuto un grande valore aggiunto e che i grandi produttori che hanno fatto fortuna nel mondo non sono certificati biologici.

Per Guerrieri Gonzaga la rinuncia al biologico non è un addio ma solo un arrivederci. È così anche per voi?

Sono totalmente d’accordo. Stiamo passando alla lotta integrata, ma nel metodo classico resteremo certificati in biologico fino all’annata 2024. Sarebbe interessante valutare nei vari territori la possibilità di deroghe a seconda del clima. Il biologico come gestione da noi potrebbe rimanere senza la certificazione, conservando un approccio analogo alla certificazione tranne che nelle annate impegnative.

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