Crisi bio

"Il vino biologico? Non sempre è più buono di quello convenzionale". Domini Veneti passa alla lotta integrata

Anche il brand veneto di Cantina Negrar rinuncia alla certificazione. Francesca Marastoni: "I limiti sono troppo pesanti e ogni anno si rischia di perdere una grossa fetta di produzione"

  • 26 Febbraio, 2026
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«Abbiamo iniziato la produzione di vino biologico nel 2004: avevamo un piccolo gruppo di soci già certificati da qualche anno, anche se le loro uve venivano poi conferite come produzione convenzionale. Era l’occasione per dare un valore all’impegno di questi soci, anche in previsione di un incremento dell’interesse da parte dei mercati verso questa tipologia di prodotto».

Cominciano così i primi passi della Cantina Valpolicella Negrar nell’agricoltura biologica. Ce ne parla Francesca Marastoni, responsabile commerciale della storica cooperativa agricola (e del brand Domini Veneti passato alla lotta integrata), fondata nel 1933, che oggi vanta circa 240-250 soci viticoltori sul territorio della zona classica e che ora è alla ricerca di un nuovo dg dopo l’uscita per pensionamento di Daniele Accordini. «Negli anni, il numero di soci e di superfici vitate certificate è aumentato sempre più – continua Marastoni – arrivando a un picco di quasi 150 ettari. Negli ultimi tre anni c’è stata una diminuzione e molti soci sono passati alla certificazione Sqnpi. Oggi siamo a circa 90 ettari totali». Una scelta che accomuna molte altre cantine venete e non solo, come abbiamo raccontato negli ultimi numeri del settimanale TreBicchieri, dove ha preso posizione anche la Federbio, con la presidente Maria Grazia Mammuccini.

Cantina Valpolicella Negrar

Che esperienza avete fatto?

Produrre uve biologiche è più impegnativo e rischioso rispetto alla produzione integrata, perché ci sono meno prodotti autorizzati disponibili per la difesa dai parassiti, e sono meno performanti rispetto a quelli di sintesi. Il rischio di perdere una parte della produzione, se l’annata è piovosa, è reale. I costi sono importanti  perché si devono fare più interventi preventivi. I prodotti impiegabili in biologico, poi, hanno una minore persistenza sulla pianta, sono facilmente dilavabili in caso di pioggia, e nel caso dei prodotti rameici, hanno importanti limiti di dosaggio. Se nella stagione piove molto, bisogna fare preventivamente più trattamenti. L’impatto non è indifferente: sia per il maggior numero di interventi e quindi ore di lavoro con il trattore che comporta maggiori emissioni di scarichi, sia per i passaggi dei mezzi sul terreno bagnato che comportano un maggior compattamento e quindi depauperamento della struttura del suolo, così importante per gli equilibri dell’ecosistema.

Queste difficoltà che cosa vi hanno insegnato?

Per rispettare seriamente le prescrizioni della produzione biologica devi imparare a operare con grande professionalità: cioè monitorare giorno per giorno l’andamento meteorologico, la presenza e l’incubazione delle malattie e dei parassiti, avere le attrezzature al massimo della loro efficienza e intervenire con prodotti e dosaggi applicati nei tempi e con modalità efficaci. Ma mi permetta di aggiungere che il biologico serve anche alle ditte produttrici di fitofarmaci.

In che senso?

La “pressione” sull’uso di prodotti di sintesi porta a una progressiva riduzione dell’offerta di questa tipologia di prodotti. Le ditte di fitofarmaci non trovano più conveniente investire migliaia di euro su un prodotto di sintesi che dopo qualche anno può essere revocato perché pericoloso per la salute e l’ambiente. Meglio investire su prodotti di origine naturale e migliorare le loro performance. Negli ultimi anni l’offerta di prodotti autorizzati in biologico e la loro efficacia anche a bassi dosaggi sono aumentate. Fino a pochi anni fa i prodotti a base di rame avevano dosaggi molto più elevati rispetto ad oggi. Ora invece si possono impiegare con efficacia e dosaggi molto contenuti: è stata migliorata la loro formulazione. Questo è un successo.

Vigneti di Cantina Negrar

Come risponde il mercato?

C’è molta confusione. Si parla molto di tutela dell’ambiente e salute, ma il consumo di prodotti di scarsa qualità è sempre elevato rispetto a quelli di maggiore qualità e salubrità. Basta mettersi in fila in un qualunque supermercato e osservare la merce nel carrello. I prodotti alimentari processati e confezionati con materiale plastico sono la gran parte. I prodotti alimentari più salubri e con etichettatura non impattante hanno minor appeal. Incide il costo, ma anche una scarsa educazione alimentare e ambientale.

Vale lo stesso per i vini biologici?

Sì, con un’aggravante: non è scontato che un vino biologico sia più buono di un vino convenzionale. A volte è meno buono. La domanda da fare sarebbe: diamo priorità alle sensazioni e al gusto o a parità di gusto facciamo una riflessione sull’impatto ambientale e salutistico della nostra scelta di acquisto?

Nell’ultimo anno i vigneti in conversione a biologico sono scesi dell’8%

Ci sono valide ragioni. Il cambio climatico, caratterizzato da concentrazione di piogge abbondanti e maggiore esposizione della vite alle malattie fungine, aumenta il rischio di perdere la produzione. In più, è cambiata la viticoltura: prima si faceva solo nei territori più vocati, adesso si è diffusa aree dove la vite è solo più redditizia di altri prodotti, ma la gestione è più complicata. Infine, la realizzazione di vigneti sempre più intensivi ha impoverito la variabilità genetica.

Quindi ha ragione Guerrieri Gonzaga di Tenuta San Leonardo quando sostiene che il biologico non è più sostenibile?

Fare biologico in modo sostenibile è possibile se ci sono più fattori favorevoli: un territorio vocato, con terreni che sgrondano facilmente, una buona esposizione e ventilazione; impianti realizzati con varietà resistenti alle malattie (in Valpolicella, rondinella e molinara sono vitigni più resilienti alla peronospora rispetto alla corvina o al merlot); un andamento meteorologico più clemente durante il periodo vegetativo della vite rispetto alle ultime tre annate. Nelle annate 2023 e 2024 è stato facile scoraggiarsi: le aziende vivono anche grazie alla sostenibilità economica. Uscita dalla certificazione biologica può avere un senso se non ci sono elementi per renderla sostenibile.

Anche voi avete scelto di rinunciare al biologico?

No, la Cantina Valpolicella Negrar ha mantenuto la certificazione perché abbiamo ancora soci e vigneti certificati. Hanno rinunciato solo alcuni soci per i fattori che abbiamo esaminato. Una parte dello stabilimento di vinificazione è ancora destinato alla produzione biologica.

Invece Domini Veneti, brand e azienda agricola socia di Cantina Negrar, è passata alla lotta integrata dal 2025. Che vantaggi ci sono?

Il motivo è semplice: l’azienda è costituita da diversi vigneti dati in conduzione da soci anziani non più in grado di gestire direttamente i propri fondi. Alcuni di questi sono ubicati in zone vocate anche alla conduzione biologica, quindi ben esposti, ventilati e con terreni che si asciugano facilmente; altri invece sono ubicati in aree che hanno condizioni ambientali opposte, dove i limiti degli strumenti autorizzati in biologico sono troppo pesanti ed ogni anno perdono una grossa fetta di produzione. Quando sei certificato biologico lo devi essere con tutta l’azienda: ha senso quindi mantenere dei vigneti in biologico dove ogni anno perdi della produzione e che devi comunque trattare con elevata frequenza con tutte le conseguenze che questo comporta?

Da qui la scelta di aderire alla certificazione Sqnpi…

Sì, ma privilegiamo comunque l’impiego di prodotti e la gestione biologica, ad eccezione dei periodi o eventi sfavorevoli, quando l’impiego di prodotti di sintesi autorizzati in difesa integrata, con un minor numero di interventi, ti salva la produzione.

Insomma, il biologico si può fare in alcune realtà ma non in altre?

È così, il biologico su vite si può fare in alcuni territori, in altri può essere troppo rischioso. Magari i territori meno vocati per la conduzione biologica della vite sono vocati per altre colture: però dovrebbe esserci un incentivo economico per la coltivazione. Servono un piano locale o regionale che valorizzi la vocazione delle singole coltivazioni nelle diverse aree, una buona programmazione della cultura alimentare e del marketing per renderle economicamente di valore, un maggior dialogo tra la ricerca scientifica e istituzioni politiche.

Per concludere, l’addio al biologico è una strada obbligata o un processo reversibile?

Dare l’addio al biologico è dare l’addio alla vita. L’agricoltura con un approccio industriale sta depauperando le risorse ecologiche del nostro pianeta, distrugge la biodiversità e contribuisce al cambiamento climatico. L’aumento dell’anidride carbonica in conseguenza delle attività umane è scientificamente dimostrata. L’agricoltura può dare un contributo per il mantenimento dell’ambiente, ma servono investimenti nella ricerca scientifica. L’integrazione di microrganismi antagonisti per il contenimento dei parassiti, la conoscenza dei meccanismi di resilienza ai cambiamenti climatici, la selezione di varietà resistenti e l’integrazione dei vigneti in un eco-sistema votato alla resilienza sono vasti territori ancora in gran parte inesplorati. Il futuro sarà nella ricerca.

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