Viticoltura green

"Con il bio ho chiuso: è uno specchietto per le allodole". Tenuta Santa Maria Valverde passa alla lotta integrata

Il produttore della Valpolicella Nicola Campagnola spiega i motivi della scelta: "Nel 2024 abbiamo perso l'80% della produzione e per di più ai consumatori importa poco: vogliono solo spendere meno"

  • 05 Febbraio, 2026
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«Dico basta al biologico, è una fesseria colossale». Nicola Campagnola, produttore di vino artigianale con la moglie Ilaria Nidini nella Tenuta Santa Maria Valverde nella Valpolicella classica, non usa mezzi termini per spiegare la recente scelta di abbandonare la certificazione biologica, in linea con un trend regressivo nazionale e regionale.

La cantina, ristrutturata con la casa colonica dove la sua famiglia iniziò a coltivare la vite nel 1800, è completamente autosufficiente e controlla ogni aspetto del suo processo di vinificazione. I vigneti di corvina, corvinone, rondinella, molinara e oseleta, sono situati a circa 500 metri sul livello del mare, sulla collina di Marano (Verona), considerata uno dei “cru” più vocati in Valpolicella per la produzione di grandi rossi. «Siamo cresciuti in campagna all’insegna del rispetto della terra e degli animali: pertanto il nostro stile di vita non poteva che basarsi sui principi legati ai valori etici con i quali siamo stati educati», spiega Nicola. «Da sempre – continua – utilizziamo tecniche agricole in grado di rispettare l’ambiente, la biodiversità, la capacità naturale della terra di assorbire i rifiuti e garantire la conservazione nel tempo della fertilità del suolo. L’obiettivo è migliorare la qualità della vita, nostra, degli operai, del consumatore e delle generazioni future».

Per spiegare la sua filosofia, Nicola ha adottato una sorta di pentalogo. “Rifiutare i rifiuti”: oggetti superflui che in futuro diventeranno rifiuto in quanto non più utili. Ridurre i consumi: ovvero limitare il peso dei rifiuti, comprando meglio e meno. Riutilizzare: comprare oggetti di qualità che non periscano subito dopo l’uso ma che garantiscano un utilizzo prolungato. Riciclare: dare una nuova vita all’oggetto, garantendone una utilità futura. Ridurre a compost: creare fertilizzante naturale dallo stoccaggio di rifiuti naturali. In cantina, dal 2015, c’è anche una Bike Station: «La nostra casa colonica era una Posta dove i viaggianti si fermavano per ristoro e fermo cavalli lungo la Via Claudia Augusta, diretta a Nord», spiega Campagnola. Un quadro di sostenibilità che pare idilliaco, finché arriva la rinuncia radicale al biologico. «Abbiamo iniziato a produrre in biologico 10 anni fa: eravamo certificati dal 2018. Del resto, sono io il primo che beve i miei vini: sarei stupido a fare cose strane», dice Nicola.

Poi però avete abbandonato la certificazione (come altri produttori). Perché?

Ci sono due motivi. Il primo è che il biologico non è sostenibile: facevo più trattamenti rispetto al passato. Le conseguenze? Aumento del biossido di carbonio per via dei trattori che andavano in giro per fare il doppio dei trattamenti, inquinamento acustico con le ventole che spaventa e allontana gli animali selvatici, l’eccessivo compattamento del suolo che noi abbiamo inerbito ma che non riesce più così ad assorbire l’acqua.

E il secondo motivo qual è?

Una burocrazia assurda che ogni anno ci portava via almeno 4-5 giornate lavorative per ricontrollare i nostri 10 ettari: ogni anno dovevamo produrre le carte come se fosse la prima volta e ogni anno veniva lo stesso operatore per spulciare documenti che erano gli stessi dell’anno precedente.

Ma il biologico resta apprezzato dai consumatori…

Macché. Il biologico non viene riconosciuto dal punto di vista commerciale, né viene riconosciuta la vendita di uva biologica. I miei ricavi sono gli stessi di chi inquina in modo sostenuto. Solo qualche straniero chiede l’organico, ma gli italiani non mostrano sensibilità. Proprio accanto alla mia azienda ci sono dei vicini progressisti, sostenitori di principi ambientali, ma mi criticavano per il prezzo: mi dicevano che non compravano biologico perché era troppo caro. Ma come? Da un lato, dici “viva la natura” e poi non compri quei prodotti perché costano cari?

Avete sofferto importanti perdite di produzione per via del biologico?

Nel 2024 abbiamo registrato una perdita dell’80 per cento di produzione facendo un trattamento a settimana di rame e zolfo. E avevo avuto problemi anche l’anno prima. I miei vigneti si trovano in collina e sono molto vocati: difficile che io abbia problemi, ma li ho avuti proprio quando adottavo il regime biologico. E non finisce qua.

In che senso?

Tutto contento di fare biologico, ho messo nei vigneti qualche pecora Brogna, una razza autoctona della montagna veronese, patrimonio di biodiversità e sostenibilità riconosciuto da Slow Food. Ma il presidente dell’Associazione della Pecora Brogna mi ha ammonito che no, non potevo farlo perché il rame inibisce gli enzimi dei ruminanti. E allora, mi chiedo, che produttore biologico sono così? E ancora: in caso di pioggia, con il dilavamento il rame del biologico finisce nella falda acquifera: e così chi la beve quell’acqua? Infine, se fai biologico, in cantina non puoi utilizzare la stessa pompa del convenzionale perché potrebbero esserci delle contaminazioni: peccato che io non ci metto niente, quindi che senso ha?

Insomma, ha detto basta al biologico. E adesso?

Lascio il biologico per la lotta integrata. Rispetto al passato, con la lotta integrata per i primi trattamenti ho usato dei sistemici, così tutto viene assorbito dalla pianta. I trattamenti in biologico erano solo una copertura: se il tralcio cresce rischia comunque oidio e peronospora: sono trattamenti solo preventivi, se non arrivi in tempo la pianta prende la malattia. In ogni caso, rispetto al passato ho cambiato solo questo, per il resto continuo con il bio. In ogni caso lo preferisco ad altri trattamenti chimici, ma con la lotta integrata faccio la metà dei trattamenti: 13 invece di 24. Non uso diserbanti, sono per il massimo rispetto. Ma è quando hai tante malattie dalla campagna che poi devi disinfestare. Per i passiti sono ammessi al massimo 150 mg di solforosa: i i miei ne hanno appena 50, ma arrivo anche a 38.

Sembra chiaro che per lei il mito del biologico è tramontato…

Il biologico è una fesseria colossale: per me è una storia chiusa. Lo considero uno specchietto per le allodole: anche in Valpolicella stanno diminuendo le aziende certificate. Ripeto: i costi non vengono riconosciuti. La gente non lo riconosce e va al supermercato a comprare vini da due euro: costano meno della Coca-Cola, con quei soldi ci campano tre, quattro figure nella filiera e tu consumatore ti becchi i trattamenti. È come la mela biologica: costa di più ed è più brutta da vedere.

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