Cronache nere

La denuncia di una chef: "Mi ha violentato più volte in magazzino, sono rimasta in silenzio per paura"

La testimonianza di una cuoca che ha subito violenze fisiche e psicologiche in un ristorante. Una storia che rivela dinamiche di potere e omertà in un settore dove parlare è ancora rarissimo

  • 26 Novembre, 2025
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Sara parla a voce bassa. Ogni tanto si ferma, chiede scusa per le lacrime, poi riprende. Il suo racconto è uno di quelli che raramente arrivano fuori dalle cucine: restano chiusi tra celle frigorifere, spogliatoi, magazzini senza telecamere. Da tempo il Gambero Rosso prova a raccoglierli, questi racconti, perché le molestie nella ristorazione esistono, sono diffuse, ma pochissimi lavoratori trovano la forza di parlarne (qui un altro racconto di una giovane cuoca). Quella che segue è la storia di Sara (nome di fantasia), cameriera in un ristorante lombardo. Il nome del locale dove ha subito abusi non lo scriveremo, ma proveremo a raccontare il meccanismo che continua a ripetersi, le dinamiche di potere e purtroppo il silenzio che nasconde abusi e molestie. Perché denunciare è difficilissimo. «Ho iniziato a lavorare nel settore fin da giovanissima, perché i miei genitori gestivano un ristorante, una sorta di rifugio», racconta. «Da lì è nato un po’ tutto, sia per me sia per mio fratello. A me piaceva, mi stimolava».

Da adolescente, mentre frequenta la scuola alberghiera, lavora nei fine settimana e durante l’estate in un ristorante molto conosciuto della Lombardia. «Studiavo e lavoravo insieme, tutti i weekend, tutte le feste. Non volevo pesare troppo sulle spalle dei miei». La cucina per anni è stata casa: fatica, sì, moltissima fatica, ma anche entusiasmo, rigore, quella durezza che Sara chiama «vecchia scuola» e che però rimane dentro i confini del rispetto.

L’ombra nera della ristorazione

Le cose cambiano quando entra in un altro ristorante della zona, poco prima del Covid. È un locale con anche un bar, due soci, un giro di personale ampio tra sala e cucina. Sara si occupa del servizio di cucina del bar, è una cuoca. Turni lunghi, tante mansioni, lavora pesantemente, in alcune occasioni le viene anche chiesto di trasportare la merce dal ristorante con la sua auto privata. Da subito sente che qualcosa non va. «Vedevo che il mio titolare aveva dei comportamenti un po’ strani. Potevi essere la persona più brava del mondo ma lui ti insultava lo stesso. Era un continuo: “Sei una deficiente, sei una cretina, non hai la testa”». Gli insulti non colpiscono solo lei: «Denigrava anche le colleghe in sala, in cucina, a volte davanti ai clienti».

Poi il controllo. «C’erano le telecamere in sala, in cucina, anche dove ci sedevamo a mangiare, ovunque c’era una telecamera. Solo nello spogliatoio non ce n’erano», dice. Anche nel magazzino dove Sara scendeva spesso a prendere la merce c’era un occhio elettronico che sorvegliava. «Quando ti sfogavi sottovoce, lui sapeva già cosa avevi detto. Ti sentivi controllata sempre».

In cucina, oltre all’aggressività verbale, Sara nota sbalzi di umore, nervosismo e aggressività. «Giornalmente abusavano pesantemente di cocaina e alcol», racconta dei due soci. «Un momento prima erano tranquilli, un attimo dopo incazzati come delle iene, anche se non era successo niente di grave». Sara vive in un clima di tensione continua.

Poi arrivano le molestie vere e proprie. All’inizio sono “solo” parole. Una frase fuori dal locale, in una zona dove non ci sono telecamere, le resta addosso come uno schiaffo. «Ero andata a prendere la merce, mi ricordo questa frase dallo chef che mi dice: “Di che colore sono i tuoi capezzoli?”», racconta. «Sono rimasta pietrificata, col finestrino della macchina mezzo abbassato. Ho detto solo: guarda, io devo andare, devo andare a prendere mio figlio».

Angoli ciechi

Pensa che finisca lì, ma non è così. Dopo qualche giorno va in magazzino insieme a uno dei due soci per fare degli ordini. «Scendiamo con l’ascensore, mi scaraventa contro un angolino e… ti lascio immaginare». Le mani ovunque, i pantaloni tirati, il corpo usato senza consenso. Da quel momento, ogni volta che c’è un angolo cieco dalle telecamere – l’ufficio, un corridoio, uno spazio vicino alle celle frigorifere – diventa un luogo di aggressione: lui la blocca, la stringe, si struscia, le mette le mani addosso.

«Mi immobilizzavo, non riuscivo a fare niente, avevo paura mi facesse del male», dice. «Sono una persona forte e perlomeno posso sembrarlo vista da fuori, però in quei momenti… è stato difficile». La paura è anche fisica: «Era più grande di me, più grosso di me. Mi scuoteva, avevo paura di uno schiaffo, di finire a terra». Il terrore è ormai quotidiano.

Violenze sessuali a tavola

Le molestie si ripetono. Succede spesso. Sara lavora sei giorni su sette. «Più della metà della mia settimana», dice. In quei momenti lui cerca il contatto quando lei è sola: in magazzino, in ufficio, nelle strettoie di una cucina più piccola. Le chiede di arrivare prima degli altri con la scusa di doverle mostrare la merce o di fumare una sigaretta. L’ambiente chiuso, il rumore lontano della sala, il corpo che si blocca. «C’erano volte che mi toccava tutto, in molte occasioni mi ha messo le mani sui genitali», dice. Poi si ferma, piange. Piange senza sosta Sara. Più avanti trova la forza di aggiungere: «Mi ha penetrato diverse volte». Ripensarci, oggi, «fa malissimo».

In quegli anni la sua vita fuori dal ristorante è già un campo minato. Un ex marito violento che la insulta e la minaccia, problemi economici, traslochi forzati, un figlio con disabilità da seguire tra logopedista, neuropsichiatra, terapie. «Quel periodo lì è stato veramente terribile per me», racconta con voce corta. Denunciare non è una possibilità che le sembra reale. «Ho avuto paura che nessuno mi ascoltasse», dice. «Che nessun sindacato si sarebbe preso questa responsabilità. Mi dicevo: come puoi dimostrare questa cosa se non hai messaggi scritti, mail, qualcosa? Era sempre la mia parola contro quella di un’altra persona».

La fuga

La via d’uscita è il licenziamento. «Ne sono uscita perché ero stanca, non ne potevo più», racconta. Presenta le dimissioni telematiche senza avvisare il datore di lavoro. Lui si arrabbia, le rinfaccia la tessera sindacale e le trattiene perfino la copia dell’attestato Haccp. «Mi ha detto che lo aveva pagato lui e quindi se lo teneva lui. Era il dispetto perché mi ero licenziata».

Dopo la fuga, arrivano ancora messaggi, richieste di vederla “per le sigarette”, proposte di passare a prenderla in auto quando lei, per motivi di salute, non può guidare. «Gli rispondevo che ero impegnata, che avevo da fare. Alla fine l’ho bloccato su WhatsApp, telefonate, messaggi. Poi ho cambiato numero».

Il corpo però continua a parlare. Nel nuovo lavoro in cucina, Sara sviluppa una reazione allergica al contatto con gli alimenti, una forma somatica dello stress. «Il medico del lavoro mi ha detto che non potevo più stare in cucina. A contatto con gli alimenti diventavo rossa, mi si piegavano le mani». Così è costretta a cambiare mansione, passa in sala. Oggi lavora in un altro ristorante, fascia medio-alta, sempre in provincia. «Lì mi trovo veramente benissimo», dice. «Il mio capo si fida di me, faccio il mio lavoro. Quando vedono che ho dei momenti no mi dicono: calmati, respira. E io, ok, va bene».

Rinascere è difficile

Ha un nuovo marito, che «è decisamente trenta volte meglio», e un figlio di tredici anni a cui sconsiglia la scuola alberghiera: «Gli ho detto: fidati per come l’ho vissuta io e per com’è l’esistenza, lascia perdere. Sto cercando di dirottarlo su altre strade». La vergogna resta ma la è maturata anche la forza di parlarne. «Non ne ho mai parlato con nessuno, per vergogna», confessa. «Come se fosse stata mia la colpa». Oggi sa che non è così, lo ripete più a sé stessa che a chi ascolta. «Forse questa cosa di raccontarla mi aiuta ad affrontare situazioni future», dice alla fine del colloquio.

Il suo è un racconto tra tanti. Altri restano chiusi in silenzio. Come già fatto per altre storie, il Gambero Rosso continuerà a raccogliere le testimonianze di chi in cucina subisce molestie e abusi, fisici e psicologici. Perché nessuna lavoratrice – cuoca, cameriera, sommelier – dovrebbe sentirsi sola davanti a un uomo che la blocca contro un muro e la costringe a tacere.

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