Coscienza di sé, maggiore sicurezza, capacità di vendersi meglio sul mercato del lavoro. Skill necessarie alle giovani manager del terzo millennio che scelgono di scalare posizioni ai vertici delle imprese vitivinicole, a netta prevalenza maschile. Roberta Corrà, “Person of the year” dalla rivista americana Wine Enthusiast, parla del suo rapporto col mondo lavorativo e del problema della parità di genere, con esiti un po’ a sorpresa. Considerata tra le donne più influenti in questo momento, ha viaggiato per tanto tempo a fari spenti e oggi è definita una vera outsider nel mondo del vino per le sue capacità e per non aver avuto il privilegio di godere di corsie preferenziali per arrivare alle posizioni che contano. Oggi, è Direttore generale del Gruppo italiano vini, realtà da 417 milioni di euro di ricavi nel 2024, con oltre 1.600 ettari di vigneto e 14 cantine di proprietà.
In questa intervista al settimanale TreBicchieri del Gambero Rosso, la Corrà si muove con una prudenza comunicativa da navigata analista, toccando argomenti delicati: dalla promozione alle strategie produttive fino alle nuove tendenze dei consumi giovanili, che rappresentano le sfide future di un settore alle prese con un cammino tortuoso e, per usare le sue parole, «preoccupante e fortemente incerto».
Come direttore generale del Gruppo italiano vini, e ceo di Frederick Wildman & Sons, società di importazione e distribuzione statunitense, lei frequenta gli Stati Uniti. Come state gestendo questa fase?
Per quanto riguarda il peso delle tariffe, stiamo cercando di dare una mano all’importatore sul prezzo facendoci carico di una parte del dazio, almeno per le fasce di vino più basse, che sono quelle più a rischio. La fortuna del Giv è avere un importatore di proprietà negli Usa che ci permette di osservare come sta reagendo il mercato.
Le tariffe al 15% negli Usa sono davvero un grande rischio?
Siamo molto preoccupati per i dazi e per il calo dell’export di vino di luglio e agosto, con segnali di fatica in altri mercati. Tolti forse un paio di Paesi, riportiamo indicazioni abbastanza preoccupanti sui consumi. E la stessa Italia fatica nel comparto horeca. Tuttavia, credo che gli Stati Uniti siano anche molto resilienti e che possano riprendersi abbastanza facilmente, come si è visto in passato. Purtroppo, c’è una pluralità di situazioni emergenziali. E l’incertezza fa male al vino e all’economia.

Come Gruppo Giv, che previsioni avete per il 2025? E quali prospettive sul 2026?
Come Giv, spero di andare in continuità coi ricavi dello scorso anno. Forse chiuderemo in lieve flessione. Mancano gli ultimi tre mesi, che valgono tanto. Restiamo positivi sulla possibilità di chiudere come nel 2024. Mentre per il 2026 pesa l’incertezza.
Sovrapproduzione, promozione, frammentazione. Dove stanno i problemi del vino italiano?
La frammentazione, se intesa come diversità tra le Dop vitivinicole, è un valore che, da un lato, ci contraddistingue, mentre dall’altro può rivelarsi uno svantaggio essendo faticosa da spiegare, a volte anche nello stesso territorio nazionale. All’estero, invece, l’Italia è concepita come un tutt’uno, tranne alcune aree. Ciò porta a un rallentamento nella nostra capacità di vendere i vini come espressione di singoli territori. Occorre, quindi, trovare un bilanciamento tra l’essere delle eccellenze in un quadro frammentario ed essere in grado di portare avanti, commercialmente uniti, tutta questa produzione. Più persiste una tale frammentazione, che non riusciamo a spiegare al consumatore, più i consumi non crescono, provocando ritardi sul lato produttivo e sulle giacenze
E quali sono i rimedi? Estirpi, controllo produzioni, meno Doc?
Non c’è un singolo rimedio efficace per una questione complessa come la produzione, soprattutto quella viticola dove non possiamo “spegnere o abbassare i giri” di un vigneto. Serve maggiore interazione fra denominazioni che condividono lo stesso territorio, mercati e cultura enologica con tavoli di lavoro che elaborino modifiche per il legislatore e a sostegno alla politica.

Occorrono più fondi per la comunicazione?
C’è un problema di comunicazione e un problema di consumi. Se questi stanno calando, per varie ragioni, è ovvio che la scelta del consumatore può essere bere meno ma bere prodotti di nicchia, oppure bere meno ma bere qualcosa che già conosco. Il problema del settore diventa di nuovo quello di come riesco a comunicare il valore di questa diversità italiana.
Il ministro Lollobrigida ha annunciato una campagna di comunicazione nazionale. Che ne pensa?
Mi piace molto. Ci sono molti imprenditori italiani che da un po’ di anni mi dicono di investire su una comunicazione nazionale che parli di vino, che smonti il tema del vino dannoso per la salute e che ci porti a essere fieri del nostro territorio e della nostra cultura. Ho sempre sostenuto che una tale campagna debba essere nazionale. Adesso, probabilmente, si realizza e sono molto contenta.
Parliamo di ricarichi, il settimanale Tre Bicchieri del Gambero Rosso ha ospitato un dibattito a distanza tra le voci più importanti: horeca, produzione, distribuzione. Quale idea si è fatta?
Lo shift verso l’alto dei prezzi non è sempre dovuto ai rincari dei produttori nei confronti dell’horeca. Penso sia stata una scelta più dei ristoranti che, probabilmente per fronteggiare una mancanza di clientela, hanno adeguato un po’ i listini. Oppure, hanno subito un aumento dei costi fissi e dovevano affrontare un problema di marginalità.
Ci può fare qualche esempio in tal senso?
Conosco bene il prezzo a cui vendo determinati vini del Gruppo e li ho visti in carta anche a quattro volte i nostri listini. Quindi, ritengo si debba lavorare per avere ricarichi meno alti, magari provando a incrementare i volumi a fronte di prezzi più contenuti. Ci chiediamo il perché i consumatori non bevano come prima? Se uno dei motivi è proprio il prezzo, allora bisogna agire su questo.

Dove sta andando il consumo di vino?
In Italia, siamo tradizionalisti, buoni conoscitori e valorizziamo le Regioni. I dati ci dicono che i più venduti in ogni singola regione sono gli autoctoni. C’è competenza e il vino è ancora molto importante. All’estero, dipende dai mercati. Negli Usa, per esempio, vanno di moda lattine, bottiglie, piccoli formati, bevande a base di vino e whisky. Il giovane consumatore, che non possiede una cultura tradizionalista sul vino, è uno sperimentatore. Inoltre, cominciano a crescere le nicchie che, poi, non sono più definibili come tali. Il low-alcol, che in Italia è considerato un’opportunità ma ha un peso quasi irrilevante, in altri mercati sta assumendo consistenza.
Come possiamo avvicinare i consumatori del futuro?
Parlando la loro lingua. Oggi ci rivolgiamo a una generazione che vive a un ritmo rapido, spesso impaziente. Una generazione fortunata, perché ha accesso a tutto, ma svantaggiata da una velocità che scoraggia la curiosità e la voglia di approfondire. Per questo, dobbiamo rendere il vino più accessibile, semplificando i messaggi, adottando strumenti di comunicazione più immediati e un linguaggio meno tecnico che può allontanare invece di avvicinare. La sacralità del vino, se troppo rigida, rischia di creare distanza. A nessuno piace sentirsi escluso da un mondo che non comprende.

Credete nel segmento no-low alcol? E che prospettive intravedete?
Premesso che non produciamo vini alcol zero, il Giv sta lavorando sulla riduzione della gradazione un po’ in tutte le tenute e cantine, di uno o due punti dove il disciplinare lo consente, lasciando inalterata la qualità. Per ora, lavoriamo sui bianchi, tra cui un Pinot grigio a 9 gradi e un Garda. Tecnicamente, si tratta di un lavoro prevalente in vigna, con anticipi di raccolta. Quanto alle prospettive, l’arrivo dei no-low è nell’evoluzione delle cose, anche considerando i cambiamenti climatici: estati molto calde e inverni miti inducono a preferire vini con gradazioni più leggere.
Tocchiamo, infine, il tasto lavoro. Ha mai incontrato pregiudizi di genere nella sua carriera?
Sia nel Giv sia nelle imprese dove ho lavorato, devo dire di non aver incontrato pregiudizi di genere. Anzi, l’essere donna mi ha dato sempre un vantaggio. Proprio perché non facevo paura, nessuno è mai entrato in competizione con me. Anche se, questo va detto, molto spesso mi trovo per lavoro in tavoli con pochissime rappresentanti femminili. E credo che ciò sia dovuto al fatto che il vino è un settore che nasce dalla parte agricola della società, con una storia di piccole aziende di famiglia, che solo in seguito si è allargato a multinazionali e grandi aziende.
Quali sono le difficoltà per una donna?
Una donna deve dimostrare, dapprima, di valere qualcosa e poi ottiene i riconoscimenti. Solo nel momento in cui dimostra le sue qualità è considerata alla pari. Per l’uomo, più frequentemente, si ritiene sappia già fare ciò per cui è chiamato a lavorare. Per una donna, la fatica da fare è superiore rispetto a quella di un uomo.
Ha trovato differenze tra ambiente italiano ed estero?
In generale no. Ma forse l’estero è partito prima, con aziende molto più strutturate, con multinazionali che hanno contribuito al percorso verso una parità di genere.
Allora, cosa consiglierebbe alle donne che vogliono essere manager nel vitivinicolo?
Avere coscienza di sé, essere un po’ più sicure e convinte, imparare a vendersi un po’ meglio. Non bisogna partire e pensare “non so se riuscirò a raggiungere un obiettivo” ma bisogna essere un po’ più positive e ottimiste.
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